lunedì 8 ottobre 2018

murakami - kafka sulla spiaggia





Non ho nessuna voglia di anticiparvi cosa succede nel libro, che toglie il fiato. Ringraziatemi per non rovinarvi le tante sorprese. Posso solo dirvi che in Kakfa sulla spiaggia ci sono due storie: una scorre nei capitoli dispari, l’altra nei capitoli pari. I capitoli dispari cominciano con un ragazzo che ruba i soldi e il cellulare al padre e scappa di casa, quelli pari con una storia che arriva piano piano, partendo dalle indagini protocollate delle forze americane d’occupazione su una presunta arma segreta utilizzata non si sa da chi in una zona rurale del Giappone. I capitoli dispari sono narrati al presente e in prima persona, quelli pari al passato remoto e in terza persona.

La combinazione è esplosiva.

Sì, ma cosa ci racconta?

Dell’entrare lentamente, e inconsapevolmente, dentro il sogno, usando tutti i sotterfugi di cui è capace uno scrittore che ha sentito fischiare il Nobel. Il reale e l’onirico s’intrecciano al punto che poi diventa impossibile discernere tra sogno e realtà. Murakami lo fa con una delicatezza tutta giapponese. Qualche orrore alla Palahniuk, ma solo poche pagine, in verità. L’orrore qui non è strumentale all’audience, ma alla narrazione: serve a far maturare delle scelte (del lettore e dei personaggi) tirando la tensione alle stelle.

Come ogni capolavoro ha diverse chiavi di lettura, tutte valide. Può essere letto in chiave esoterica, alla Alejandro Jodorowsky: in Kafka sulla spiaggia si gioca tantissimo sul ‘doppio’ e sul ‘corpo sognante’, ma l'autore si guarda bene dal dircelo. 
Può essere letto in chiave mitologica e psicoanalitica.
Poi ci sono i gatti. Murakami, come lo era Hemingway, è un noto gattaro. E in Kafka sulla spiaggia ci sono i gatti e c’è Nakata, un mezzo deficiente sessantenne che però ha il dono di parlare il linguaggio dei gatti.

Il gigante è lui: Nakata. Il protagonista, il ragazzo che si fa chiamare Kafka, è l’io narrante ma a svettare è Nakata. Quest’ometto che ha avuto la memoria cancellata e che non riesce più a leggere né a scrivere, uno totalmente incapace di ideazione astratta, che non è mai uscito dal suo quartiere… vale quasi tutto il romanzo. Ti fa stringere ed espandere talmente il cuore che poi ti vengono i dubbi su chi sia il vero protagonista.
Se il ragazzo che si fa chiamare Kafka è l’Edipo in chiave molto rivisitata, Nakata è Percival (o Parsifal) un sempliciotto che non è mai uscito dalla sua foresta, l’idiota che poi però trova la via per il Santo Graal in quanto predestinato. Come nella leggenda non lo trova lui stesso, ma potrebbe condurre al ritrovamento un altrettanto improbabile Galahad (un camionista puttaniere con precedenti penali) che gli fa da scudiero. Per chi non avesse capito che Nakata è Parsifal, Murakami ha inserito un riferimento surreale ed esilarante al Re Pescatore.

Sono due, i miti dunque: Edipo e Parsifal. Uno greco, l’altro sassone. Nelle culture strutturate, latina, greca e mediorientale, essere idioti è una colpa. Nelle culture tribali può essere un dono: l’idiota, o il pazzo, vede quello che altri non vedono. Edipo, Parsifal e Sigfrido vengono dallo stesso archetipo, e Murakami ci li propina tutti insieme facendo finta di niente.
Il ragazzo che si fa chiamare Kafka sembra una sorta di codice malevolo che Murakami usa per irrompere nel lettore e indurlo a esplorare (tra morbosità e lirismo, sempre calibrati) i vari miti, unendoli con uno sguardo così ampio che li trascende tutti, fino a renderli irriconoscibili. Murakami, puntando a una nota back-door nel codice genetico della cultura occidentale, ti hackera con Sofocle e Freud ma poi tutto ruota intorno a un fulcro sassone: Nakata.
Non vi dico altro. Preparatevi a 48 capitoli da leggere senza prendere mai fiato. E occhio al Colonnello Sanders. Lì ridete senza ritegno.

Capolavoro

PS


Molti dicono che Murakami sia il più occidentale degli autori giapponesi. Hanno detto lo stesso di Kurosawa, così legato a Shakespeare, di Mishima, anche se un po' irritato con l’Occidente. E se guardiamo i manga, noi occidentali riconosciamo le nostre fattezze abbellite. In tanti anni mi son fatto l'idea che non esiste una cultura in oriente che ci ama (e ci capisce) più profondamente di quella giapponese. Penso a Hiroshima e Nagasaki. Per fortuna loro, l’hanno superato. 




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