lunedì 8 ottobre 2018

murakami - kafka sulla spiaggia





Non ho nessuna voglia di anticiparvi cosa succede nel libro, che toglie il fiato. Ringraziatemi per non rovinarvi le tante sorprese. Posso solo dirvi che in Kakfa sulla spiaggia ci sono due storie: una scorre nei capitoli dispari, l’altra nei capitoli pari. I capitoli dispari cominciano con un ragazzo che ruba i soldi e il cellulare al padre e scappa di casa, quelli pari con una storia che arriva piano piano, partendo dalle indagini protocollate delle forze americane d’occupazione su una presunta arma segreta utilizzata non si sa da chi in una zona rurale del Giappone. I capitoli dispari sono narrati al presente e in prima persona, quelli pari al passato remoto e in terza persona.

La combinazione è esplosiva.

Sì, ma cosa ci racconta?

Dell’entrare lentamente, e inconsapevolmente, dentro il sogno, usando tutti i sotterfugi di cui è capace uno scrittore che ha sentito fischiare il Nobel. Il reale e l’onirico s’intrecciano al punto che poi diventa impossibile discernere tra sogno e realtà. Murakami lo fa con una delicatezza tutta giapponese. Qualche orrore alla Palahniuk, ma solo poche pagine, in verità. L’orrore qui non è strumentale all’audience, ma alla narrazione: serve a far maturare delle scelte (del lettore e dei personaggi) tirando la tensione alle stelle.

Come ogni capolavoro ha diverse chiavi di lettura, tutte valide. Può essere letto in chiave esoterica, alla Alejandro Jodorowsky: in Kafka sulla spiaggia si gioca tantissimo sul ‘doppio’ e sul ‘corpo sognante’, ma l'autore si guarda bene dal dircelo. 
Può essere letto in chiave mitologica e psicoanalitica.
Poi ci sono i gatti. Murakami, come lo era Hemingway, è un noto gattaro. E in Kafka sulla spiaggia ci sono i gatti e c’è Nakata, un mezzo deficiente sessantenne che però ha il dono di parlare il linguaggio dei gatti.

Il gigante è lui: Nakata. Il protagonista, il ragazzo che si fa chiamare Kafka, è l’io narrante ma a svettare è Nakata. Quest’ometto che ha avuto la memoria cancellata e che non riesce più a leggere né a scrivere, uno totalmente incapace di ideazione astratta, che non è mai uscito dal suo quartiere… vale quasi tutto il romanzo. Ti fa stringere ed espandere talmente il cuore che poi ti vengono i dubbi su chi sia il vero protagonista.
Se il ragazzo che si fa chiamare Kafka è l’Edipo in chiave molto rivisitata, Nakata è Percival (o Parsifal) un sempliciotto che non è mai uscito dalla sua foresta, l’idiota che poi però trova la via per il Santo Graal in quanto predestinato. Come nella leggenda non lo trova lui stesso, ma potrebbe condurre al ritrovamento un altrettanto improbabile Galahad (un camionista puttaniere con precedenti penali) che gli fa da scudiero. Per chi non avesse capito che Nakata è Parsifal, Murakami ha inserito un riferimento surreale ed esilarante al Re Pescatore.

Sono due, i miti dunque: Edipo e Parsifal. Uno greco, l’altro sassone. Nelle culture strutturate, latina, greca e mediorientale, essere idioti è una colpa. Nelle culture tribali può essere un dono: l’idiota, o il pazzo, vede quello che altri non vedono. Edipo, Parsifal e Sigfrido vengono dallo stesso archetipo, e Murakami ci li propina tutti insieme facendo finta di niente.
Il ragazzo che si fa chiamare Kafka sembra una sorta di codice malevolo che Murakami usa per irrompere nel lettore e indurlo a esplorare (tra morbosità e lirismo, sempre calibrati) i vari miti, unendoli con uno sguardo così ampio che li trascende tutti, fino a renderli irriconoscibili. Murakami, puntando a una nota back-door nel codice genetico della cultura occidentale, ti hackera con Sofocle e Freud ma poi tutto ruota intorno a un fulcro sassone: Nakata.
Non vi dico altro. Preparatevi a 48 capitoli da leggere senza prendere mai fiato. E occhio al Colonnello Sanders. Lì ridete senza ritegno.

Capolavoro

PS


Molti dicono che Murakami sia il più occidentale degli autori giapponesi. Hanno detto lo stesso di Kurosawa, così legato a Shakespeare, di Mishima, anche se un po' irritato con l’Occidente. E se guardiamo i manga, noi occidentali riconosciamo le nostre fattezze abbellite. In tanti anni mi son fatto l'idea che non esiste una cultura in oriente che ci ama (e ci capisce) più profondamente di quella giapponese. Penso a Hiroshima e Nagasaki. Per fortuna loro, l’hanno superato. 




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lunedì 13 agosto 2018

cuore di tenebra - joseph conrad



Cuore di tenebra è un libro che conosciamo tutti, anche se non lo abbiamo letto. La sua trascrizione in chiave moderna di Apocalypse Now lo ha consegnato per sempre all’immaginario collettivo.

Una trasposizione riuscita in modo sbalorditivo. Leggere un libro prima di aver visto il film e viceversa, soprattutto quando si tratta di capolavori della letteratura, lascia sempre un senso di delusione a favore del libro. Questo non m’è accaduto con Cuore di tenebra. Nel film di Coppola tutti gli archetipi sono stati rispettati. Semmai la narrativa è stata espansa per portarci nel cuore di una tenebra tangibile: la follia umana che persiste fino ai nostri giorni. All'epoca, la guerra in Vietnam.

Le citazioni cinematografiche sono infinite. A cominciare dall’apparentemente leggero ‘Riusciranno i nostri eroi…’ di Ettore Scola, dove Sordi nei panni dell’Editore Di Salvio cita espressamente il libro dicendo: ‘Rileggerlo!’, anche se più che Cuore di Tenebra il personaggio di Titino - Manfredi ricorda un hippy (ma altrettanto magnifico) Lord Jim. Per finire con Auguirre di Herzog, e con Fitzcarraldo, sempre di Herzog, dove una intera scena, grandiosa quanto surreale, è stata letteralmente ‘rubata’ dal testo di Conrad. È la scena dove un piroscafo viene trasportato a spalla da innumerevoli schiavi, tutti reclutati sul posto, per permettergli di superare un’ansa pericolosa del fiume. La colonna sonora dei Popol Vuh, che all’età di Conrad erano solo patrimonio genetico in cerca d’espressione, fa il resto. Senza parlare del ‘Silenzio degli innocenti’, dove Hannibal Lecter sembra l’ennesima riconfigurazione di Kurtz.



Non basterebbero mille pagine per raccontare quanto questo ‘racconto lungo’ o romanzo breve, di Joseph Conrad abbia influito sul cinema, sulla letteratura, l’arte e la psicanalisi moderna. Jorge Luis Borges, Gabriel Garcia Marquez, Ernest Hemingway, Luis Sepùlveda, e V.S. Naipaul, solo per citare alcuni Nobel o quasi, sono stati influenzati in più di un’opera (vedi Alla curva del fiume e Il vecchio che leggeva romanzi d’amore) non solo da Conrad autore, ma da questo racconto.

Un racconto seminale per la letteratura moderna 
Cuore di tenebra è una storia vera. Non poteva essere altrimenti: solo le storie vere riescono a bucare in quel modo. Una storia sicuramente romanzata nel personaggio di Kurtz, ma in una edizione-traduzione di Ugo Mursia (della quale non trovo le coordinate su internet) è riportato il diario di bordo del Capitano Joseph Conrad mentre risale il fiume Congo per raggiungere la più remota delle stazioni commerciali. Un viaggio compiuto nel 1890. Le teste mozzate, il suono dei tamburi nella boscaglia, l’inferno di decine di frecce e giavellotti che colpiscono la barca e uccidono il ‘secondo’ appartengono a un inferno realmente vissuto. Come la schiavitù, il disprezzo della vita degli indigeni da parte delle autorità coloniali belghe. Congo di David Van Reybrouck, saggista belga, ci spalanca gli occhi sulla faccenda, un problema che crediamo relegato a un mondo lontano e sottosviluppato. E invece è il nostro prossimo futuro. Un libro profetico, come lo è ancora oggi 'La follia di Almayer' sulla questione musulmana e postcoloniale.

I riti innominabili
Le pratiche di Kurtz, mai espressamente descritte nel libro, suggeriscono il cannibalismo. Una pratica che oggi si affaccia con inaspettata frequenza tra i serial killer proprio nel mondo occidentale. L’uomo predatore di uomini. L’uomo che si nutre di, o schiavizza, altri esseri umani. In Cuore di tenebra come nei serial killer leggiamo l’apoteosi catartica del mondo moderno, del mondo coloniale che fu e che non ha mai cessato di essere. Se prima intere regioni erano colonie di stati e di imperi, oggi l’intera umanità è colonia di affaristi multinazionali senza scrupoli, vittima del mito della competizione sfrenata. La dialettica di Kurtz, nichilista e adamantina, regna su un mondo senza speranza, perché l’uomo stesso è senza speranza. Come i lucidissimi serial killer odierni Kurtz ci ricorda cosa siamo lungo una lenta discesa agli inferi, dove le ultime parole sono: ‘L’orrore, l’orrore’.

Quella voce
In parecchi racconti di Conrad i personaggi chiave, portatori di un destino fatale, hanno una bella voce suadente. Anche Kurtz ce l’ha. Essi incantano, convincono, ottengono consensi centellinando controverse rivelazioni. Marlow, l’alter ego narrante di Conrad, risale quel fiume per ‘sentire Kurtz parlare’, per ascoltare la sua voce e le sue parole. Vuole ascoltare la voce ‘debosciata’ dell’uomo moderno che s’è fatto foresta primordiale. Risalendo il fiume fin quasi alla sorgente Marlow vuole abbeverarsi alla fonte di quel 'male' atavico che ancora alberga nella nostra amigdala, per vedere se in quello specchio leggerà la sua faccia. Lo fa da testimone, con una curiosità quasi giornalistica verso Kurtz quanto verso se stesso. Senza nessuna pietà, né per sé né per ciò che vede. Non è la pietà il topic di Cuore di tenebra, ma lo sgomento. Questa visione ‘quasi’ panica di quel mondo coloniale gli ha guadagnato a posteriori l’immeritata etichetta di razzismo.

Il racconto nel racconto conradiano
Conrad era un uomo d’altri tempi, un uomo riservato, duro e, pare, molto timido. Amava l’under statement, la vita frugale da uomo di mare. I suoi racconti in prima persona si servono sempre di un personaggio narrante. Scrivere direttamente in prima persona senza un filtro alla sua dignità e alla sua privacy per lui sarebbe stata una spudoratezza inaccettabile. Piuttosto una storia nella storia, anche se su quel piroscafo in cima al Congo non c’era Marlow, c’era proprio lui, il capitano di lungo corso Józef Teodor Konrad Korzeniowski. Eppure dal suo diario di bordo sappiamo che il racconto è opera di fantasia solo per una minima percentuale. Fu in quel suo primo malaugurato viaggio fluviale che Joseph Conrad prese la malaria. Da lì in poi la sua salute fu minata per sempre e iniziò a soffrire di problemi cardiaci. Questa condizione gli impose uno stop definitivo con la vita in mare. Ma donò all’umanità intera una serie di capolavori tra i più grandi di tutti i tempi. E una visione del mondo coloniale che cinquant’anni dopo ne determinò il collasso.

Dopo Cuore di tenebra
Esiste un romanzo che ha addirittura superato Cuore di tenebra. È ‘Alla curva del fiume’, di V.S. Naipaul. Il fiume è lo stesso, il Congo. Il protagonista non è un capitano riluttante, ma un commerciante indiano musulmano in cerca di un posto dove mettere nuove radici dopo la fuga da Zanzibar. Salim, a differenza del duro osservatore Marlow, ha pietà di se stesso. Se in Marlow apprezziamo la stoica curiosità, in Salim ci riconosciamo nella tenerezza, nei suoi cedimenti carnali e intellettuali. Salim è un Marlow che non si interroga più sull'ostinazione degli imperi. Salim ha perso definitivamente le sue radici e crede che in Congo, il paese più ricco di risorse dell’Africa, possa realizzarsi il suo sogno di stabilità. Ma il post-colonialismo delle società minerarie ridurrà il Congo, e le sue speranze, a un’icona dell’inferno, icona ormai radicata nell’immaginario collettivo, quanto la guerra in Vietnam è per tutti noi Apocalypse Now.


Cuore di tenebra è disponibile nel mio bookstore

Leggi anche:
congo-david-van-reybrouck
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mercoledì 27 giugno 2018

natura morta con picchio - tom robbins



Prima di scrivere cose già dette, mi sono fatto un giro sulle altre recensioni.
"Tom Robbins è un pazzo". Concordo pienamente. "Un po' ostico, forse non è il migliore per cominciare". E da qui vorrei partire proprio perché è con questo libro che dieci anni fa ho incontrato Tom Robbins. E anche la persona che me l'ha regalato. Ho deciso di rileggerlo, per capire perchè l'avevo trovato illuminante, geniale, ma un tantino ostico anch'io.
Fatto.
Innanzitutto non è il millepagine da ombrellone. Nessuno è pronto a vedere il proprio concetto del mondo ribaltarsi e fare le capriole ad ogni paragrafo.

Qui parla dell'incoronamento di una regina (chi è la regina viene dopo, ma è una sorpresa che ti fa smettere di leggere perchè lì ridi davvero).
"L'alba si levò simile a un emblema del buongiorno. Il sole splendeva con una faccia così, e anche gli orizzonti erano tutti un sorriso. Da confine a confine la gente si alzava come se avesse ricevuto un clistere allo champagne, convinta sul serio che quella sarebbe stata una gran bella giornata."
Puoi proseguire scorrevolmente con 255 pagine tutte 'almeno' così?
Vado avanti applicando la regola pasoliniana della pagina a caso, tanto con Tom Robbins non ti sbagli mai:
"...L'osservare i suoi colleghi in prigione l'aveva convinto che il furto, ispirato com'era dai più bassi istinti umani, non era degno di un fuorilegge. Che ci pensassero gli uomini d'affari e la canaglia a rubare e bidonare. Giurò di mai più farlo, almeno d'inalienabile necessità. Giurò anche di comportarsi con maggior sensibilità verso le donne, a cominciare da Judy Montana, se fosse riuscito a trovarla. Non ci riuscì. S'era aggregata a una banda di femmine votate all'eguaglianza le quali trascorrevano le serate a terrorizzare equamente gli uomini, a prescindere cioè dal loro grado d'innocenza o di colpevolezza. Accettavano i maschi come scagnozzi sottomessi, e se da un lato Bernard sapeva fin troppo bene che così parecchi avevano trattato per secoli parecchie donne, dall'altro non riusciva a capire come un mero scambio di malevoli ruoli potesse rendere chiunque più uguale o più a suo agio. Eppoi, lui non era lo scagnozzo di nessuno. Neanche della luna. Montana Polly s'era unita alla stessa gang di vendicatrici. Montana Molly s'era iscritta allo Spokane Success, istituto per segretarie d'azienda. La banda del Picchio s'era sbandata. Quattro suoi appartenenti erano in prigione. Un altro era stato randellato a morte con sedie pieghevoli dal circolo veterani del Jackson Hole. Altri s'erano dati alla politica convenzionale e agivano all'interno del sistema per alterare il sistema..." 
Mi fermo qui, ma in giro per il libro ce n'è davvero per tutti. Non c'è tregua.

La storia:
Una improbabile principessina d'improbabilissima famiglia reale in esilio, incontra un ecoterrorista, un dinamitardo detto 'il Picchio'. Accade alla Hawaii al festival Geoterapico, festival che il Picchio cercherà di sabotare in quanto ritiene i partecipanti dei buffoni New Age. Secondo lui solo le bombe scuotono le coscienze.
Lei e lui s'innamorano.

Dopo una serie di acrobazie erotiche e mentali, la domanda che si pongono è:
"Come far perdurare l'amore?"
Fior di scienziati e filosofi da secoli cercano di capire cos'è l'amore. Questi due amanti invece cercano di capire come farlo perdurare. L'amore si siede inavvertitamente su un regalissimo divano dove sonnecchia un regalissimo chihuahua...

Letto in chiave allegorica, il Picchio è l'Amore. Sostanzialmente un imprevisto, un sovversivo anarcoide. Bruttino e maldestro, ma maledettamente eloquente, è imprevedibile come un attentato. Ha capito tutto e quindi distrugge tutto. Sostanzialmente un terrorista, che mina e scompiglia il mondo precostituito, il progetto di una casa col mutuo come un matrimonio regale.
Leigh-Cheri (lo so è folle, ma la principessina si chiama proprio così) è malgrado il nome e l'improbabilità che la circonda, un personaggio gigantesco che cerca (e per certi versi trova) nella simbologia del pacchetto delle Camel molte risposte alle sue domande.

Come si fa a far perdurare un amore infarcito di spunti paradossali e politically uncorrect?

Passo subito all'altro aspetto che disorienta il lettore ordinario:
Come si fa a inquadrare un  romanzo del genere? Erotico? Drama? Commedia? Fantasy? Avventura? Filosofia? Viaggi? Satira sociale? O peggio: Postmoderno? Barocco? Realismo magico? New Age?

Mi immagino Tom Robbins alla spunta dei generi come autore indipendente dopo aver fatto l'upload su Amazon. Le poche caselle che potrebbe spuntare non basterebbero mai a definire questo libro, (gli algoritmi non consentono libertà del genere) e anche se potesse spuntarle tutte a piacimento ne mancherebbero molte altre. Io (non so lui) ne spunterei una sola: NON adatto ai bambini. E se ci fosse un non adatto ai benpensanti, spunterei anche quella. Ma lui l'ha già fatto. La sua vera fortuna è che non è mai stato approfondito dal pubblico prevalentemente mainstream. Se è ancora vivo (ha passato gli ottanta) lo dobbiamo al fatto che i dispensatori di fatwe, gli integralisti e gli ortodossi di ogni religione e ideologia, e quelli che siedono nei consigli d'amministrazione delle corporation, non l'abbiano mai letto neanche per sbaglio. O non l'abbiano letto bene. Bisogna dirlo: Tom Robbins s'è scelto un ottimo pubblico. Per questo è ancora vivo. La sua irriverenza è quella di un Charlie Hebdo, ma con una piccola differenza: una classe smisurata. E la classe non è accessibile a tutti.

Scritto nel 1980, il suo colpo d'occhio non fa ancora una piega (purtroppo). Le ultime sette pagine sono scritte a penna perché Tom Robbins, quasi alla fine del viaggio e dopo averla pitturata di rosso, distrusse la macchina da scrivere. Vi trascrivo l'ultima frase (totemica) del libro, tanto non spoilera un fico secco:

'Non è mai troppo tardi per farsi un'infanzia felice'

Sei pronto ad essere bombardato da aforismi che sembrano usciti da un Oscar Wilde un po' hippy e molto, molto dissacrante? Allora questo libro è per te.

Temo sia proprio questo il capolavoro dell'autore che Fernanda Pivano ha definito "il più pericoloso scrittore vivente." 
Ve  lo dirò dopo aver riletto tutti gli altri.

leggi anche:
il figlio del dio del tuono


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martedì 27 marzo 2018

never never su bookabook - intervista con l'autore



“Never Never parla dei rischi che nascono dalle nuove tecnologie, di uno stupido videogioco in grado di distruggere le relazioni sociali tra gli esseri umani gettando il mondo in una nuova era di barbarie... un modo un po' estremo forse di esplicare le mie paure rispetto a quello che vedo riflesso nella generazione dei miei figli. Contemporaneamente è un libro che vuole ribaltare la morale comune e il concetto di "Happy Ending" per mostrare come al giorno d'oggi purtroppo sempre più spesso sono i furfanti a farla franca, a discapito dell'uomo comune. Alla fine è la storia di due incredibili egoisti trionfanti.”

Il primo punto di forza di Never Never è che Diego Cabras non poteva scegliere un argomento migliore, in uscita quasi in sincrono con i fatti di facebook. Ho letto la prima stesura, è una storia molto originale, avvincente e terribilmente attuale, che ci mostra quello che stiamo rischiando adesso.

“Io vedo coppie al ristorante impegnate a chattare sullo smartphone anziché parlarsi – dice Diego - i nostri figli si stanno già scollando dalla realtà sociale anche se a volte ci rifiutiamo di vederlo. Credo sia un libro adatto sia per gli adolescenti che per gli adulti, diciamo almeno quelli in grado di gestire uno smartphone.”

Diego Cabras è un accanito lettore, gli chiedo quanto l'aver letto molto ha influito sulla sua decisione di scrivere.

"Beh, in effetti ha influito molto; ho passato anni a dirmi quanto mi sarebbe piaciuto riuscire a scrivere qualcosa di bello come le cose che ho letto, ma poi non sapevo da dove si dovesse cominciare. Un giorno mi stavo annoiando in attesa dei miei figli al corso di nuoto e, dopo essermi fatto prestare carta e penna ho scoperto che le storie si "scrivono" da sole appena arriva l'idea arriva. Sono un marito e un padre di famiglia, anche se con una propensione superiore alla media alla fuga, sia fisica che mentale. Leggo di tutto; mi rendo conto di essere un po' maniaco ma passo senza soluzione di continuità da Celine a Solgenitsin a Palahniuk a Clive Cussler, anche se devo ammettere di avere un vero debole per il romanzo storico.”

Il secondo punto di forza è che Diego ha scelto di donare le royalties, i diritti d’autore ad una fondazione che si occupa di bambini malati, un bellissimo gesto. Questo gesto vale due volte. I nuovi autori fanno di tutto per farsi conoscere  e immettono le loro opere gratuitamente sul mercato. Ma così facendo alimentano la cultura del gratis e del royalty free.

“Ho pensato che io un lavoro ce l'ho già (gestisco un B&B con mia moglie) e almeno per ora non devo certo vivere con la scrittura, che tra l'altro ho sempre considerato un hobby a costo zero. Ho deciso di devolvere i diritti d'autore alla fondazione Tommasino Bacciotti di Firenze perché si prendono cura di bambini sfortunati, malati di tumori cerebrali, e delle loro famiglie. Quando hai dei figli piccoli ti poni spesso il dubbio di come sarebbe la tua vita se una simile disgrazia capitasse a te e allora non c'è niente di meglio che fare la propria parte! tra l'altro ho conosciuto personalmente il presidente e fondatore della fondazione e l'ho trovato una persona fantastica.”

Il terzo punto di forza è la casa editrice. È una start-up della quale avevo già letto e che propone una forma di editoria innovativa e ‘fair’ per l’autore.

“Bookabook mi ha convinto da subito. Era da più di un anno che svariati amici cercavano di convincermi a pubblicare qualcuno dei miei racconti e in effetti avevo trovato almeno quattro editori dispostissimi a stampare un mio libro purché.... pagassi tutto io! Direi che il mio ego non arriva così in alto da sacrificare qualche migliaio di euro solo per vedere il mio nome su una copertina che poi magari non avrebbe venduto nemmeno una copia. Bookabook invece ha trovato il modo per non rischiare e non far sobbarcare tutte le spese allo scrittore esordiente di turno; la campagna di raccolta fondi sopperisce a tutto ciò e permette pure di capire, prima di andare in stampa, se il libro in questione ha qualche possibilità di incontrare i gusti del pubblico.... è come un lungo banco di prova.”

Mi racconta come funziona…

“Bookabook ti fa affrontare due livelli di scrematura al termine dei quali ti dicono se ti accettano e puoi partecipare alla campagna di crowdfunding con loro. A quel punto ti fissano una data di inizio, ti aiutano a creare un volantino da usare online per la campagna e ti fanno un colloquio telefonico per darti un po' di dritte per la campagna. Se la campagna va in porto (200 copie /giorni) passano il tuo manoscritto a due diversi editor che ti "fanno le bucce" e poi insieme a loro il testo viene ri-editato a dovere, in contemporanea ti devi vedere e sentire col grafico per l'impaginazione e la copertina. In più la tua campagna può andare avanti nel frattempo per cercare di raggiungere l' "overgoal" (altre 150 copie/ 50 giorni), se ce la fai l'editore comincia a martellare autonomamente giornali, blog e facebook & twitter intanto che il libro si prepara ad andare in stampa. Quando è tutto pronto il testo viene contemporaneamente spedito ai sostenitori e sottoposto alle librerie.”

È il momento dei link e del messaggio ai lettori. Diego, cosa vorresti dire ai lettori?

"Aiutatemi nella mia campagna!!! Ricordate che lo fareste per ben due buone cause: dei bambini sfortunati che hanno bisogno del nostro aiuto e… una crescita del mio ego scrittore ;-)"


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mercoledì 7 marzo 2018

selvaggi (rewilding) - george monbiot



Possono i lupi cambiare il corso dei fiumi? E le balene tenere sotto controllo la CO? Può la reintroduzione dei grandi predatori far aumentare esponenzialmente la flora e la fauna, la biodiversità? 
Un Serengeti davanti alla porta di casa è il sogno del rewilding, la rinaturalizzazione. 
Rewilding vs. conservazione = ecosistema funzionante vs. ecosistema organizzato.
“Noi non miglioriamo un ecosistema gestendolo, ci limitiamo semplicemente a cambiarlo.”
Un viaggio del cuore, in kayak nel canale d’Irlanda e a piedi, dall’Amazzonia all'Africa orientale, alle foreste della Slovenia, nelle brughiere del Scozia e del Galles. Ma anche attraverso le nostre abitudini e il nostro concetto di  conservazione, che è spesso culturale, volto a favore delle attività umane come la pesca e l'agricoltura più che della biodiversità.
Il rewilding è la capacità della natura di rigenerarsi se lasciata in pace, la capacità di riappropriarsi dei territori ‘gestiti’ dagli umani, restituendo una ricchezza inimmaginabile, anche sotto l'aspetto economico. 
Un viaggio attraverso le cascate trofiche, dove i grandi animali e i predatori d’apice impongono dall'alto cambiamenti nell’ecosistema, arricchendolo.
“I predatori d’apice non si limitano a sopprimere le popolazioni che senza di loro diventerebbero infestanti, ma ne alterano il comportamento.”
La rinaturalizzazione entra in collisione con una logica radicata, dove troppo è dato per scontato, come i sussidi all’agricoltura, ormai insostenibile, che produce meno di un quarto del reddito prodotto dalla fauna selvatica, nonostante occupi un’area immensamente maggiore rispetto a quest'ultima. Se la reintroduzione dei lupi ha cambiato il corso dei fiumi a Yellowstone park, la distruzione della tridimensionalità dei fondali da parte delle reti a strascico ha modificato le carte nautiche. Eppure, scrive Monbiot, è proprio dal mare che possiamo aspettarci i risultati migliori. Quando il mare viene lasciato in pace si rigenera ancor più velocemente del territorio. Purtroppo, lo sa bene Monbiot, il rewilding è imprevedibile e difficilmente troverà consenso nella logica moderna:
 “A differenza del conservazionismo, non ha un obiettivo fisso: non è guidato dai gestori umani ma dai processi naturali. Non vi è alcun punto d'arrivo prevedibile.”
Scientificamente ben documentato (Monbiot laureato in zoologia, è un famoso columnist per The Guardian ed è stato corrispondente per la BBC) Rewilding è all’altezza di altri due capolavori sull’ambiente: ‘Armi acciaio e malattie’ e ‘Collasso’, di Jared Diamond, ma con un piglio meno spocchioso, più personale, e decisamente più onesto sul riscaldamento globale. Quello di Monbiot è un viaggio fisico, denso di emozioni, oltre che scientifico. Rewilding è un libro d’avventura, la più grande avventura dell’umanità sul ‘che fare?’ con la natura:
“Voglio vedere il lupi perché sono i mostri necessari alla nostra mente, abitanti di un mondo più emozionante del nostro”
Una piccola nota sulla traduzione: non è all'altezza del linguaggio di Monbiot, alcuni termini sono errati. Si poteva fare molto, molto meglio su un libro di questa portata.

Puoi acquistare SELVAGGI dalla mia libreria online



sabato 3 febbraio 2018

il quinto giorno - frank schätzing


Il quinto giorno è uno dei libri migliori che abbia mai letto, di quelli che ti vien voglia di regalarli a tutti. 
Non dovrei neanche esserne troppo sorpreso, tra subacquei e biologi marini è un libro cult. Un libro che ti tiene incollato per oltre mille pagine.

Un libro del genere merita una esegesi. 
Cominciamo dal titolo, che in tedesco è Der Schwarm (Lo Sciame) ma che in Italiano è stato tradotto con ‘Il Quinto giorno’ da un passo della Genesi citato nel libro: 

“Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie.”
Il titolo italiano non è una deriva religiosa, semmai ne sottolinea il senso epico. Il titolo originale (Der Schwarm) è un chiaro riferimento all’intelligenza collettiva, quella forma d’intelligenza, e forse di consapevolezza, che trascende l’individuo e si manifesta negli stormi, negli sciami e nei banchi di pesce. Ma anche nei numeri caotici. Nel titolo italiano il riferimento è il mistero di quel quinto giorno della creazione, dove Dio creò i mostri degli abissi, gli abitanti del luogo meno conosciuto del pianeta: il fondo degli oceani. 
Una intelligenza aliena, completamente diversa dalla nostra li abita.
Jorge Luis Borges ne avrebbe fatto un breve racconto denso e vertiginoso. 
Schätzing ne ha fatto un thriller articolato, scientificamente e filosoficamente ineccepibile.

What if?
La base di ogni fiction sta in quella domanda: supponiamo che. Supponiamo che il Mare, o un’intelligenza che lo domina, si stanchi di subire danni dagli umani e ci dichiari guerra, per sopravvivere, non per odio. Sarebbe una guerra di difesa del territorio, con conseguenze che vanno oltre l’immaginario più catastrofico di Hollywood. Se il mare, che abbiamo sempre visto come fonte di sostentamento dalla pesca allo sfruttamento minerario, si ribellasse esattamente come fanno gli anticorpi con un virus, noi non avremmo scampo.

CIA, biologi marini, ambientalisti, genetisti, Navy SEAL pentiti, esperti di comunicazioni con ipotetiche intelligenze aliene e forze armate americane cercano di risolvere il problema ma con approcci diametralmente opposti. In una delle rare autoindulgenze dell’autore c’è questa illuminate considerazione, messa in bocca a due personaggi:

“Sembra un film di Hollywood dove gli scienziati cercano di salvaguardare a tutti i costi una intelligenza aliena e pericolosa per studiarla, e dove i militari sparano a tutto ciò che non capiscono.”

Ma del superficialismo Hollywoodiano Il quinto giorno ha ben poco, è anni luce avanti a film come ‘Abissi’ di Peter Yates, dove una intelligenza aliena ci insegna a vivere e ci mostra i nostri peccati come nel confessionale di un prete di provincia.
Tutto si può dire dei tedeschi tranne che siano degli ingenui o dei faciloni. Da questo libro verrebbe fuori una serie all’altezza dell'intensità di Homeland. Una serie dai connotati realistici, con riferimenti politici, culturali e psicologici precisi senza togliere nulla alla suspense, all’azione, alle ambientazioni scenografiche.

Quando ho girato l'ultima pagina, ho detto: soltanto un tedesco... 
Questo senso di big picture, la capacità di trasformare lo scibile umano in emozioni, la visione analitica, realistica, spesso malinconica ma distante e disincantata dall'oggetto osservato, anche in questo thriller d'azione pura è tipicamente tedesco. Ne 'La Guerra contro gli Chtorr' David Gerrold affronta una situazione analoga con un approccio analogo: delle specie aliene cambiano l'ecosistema terrestre a discapito degli umani. Gli stessi militari cercano di affrontare l'emergenza anche da un punto di vista filosofico.
Schätzing va oltre.
La specie 'aliena' in questione è il più antico abitante del pianeta e ci ricorda che ci stiamo comportando come un virus. 

Il quinto giorno ha tante di quelle implicazioni che su prospettive diverse lo paragonerei a ‘Il Nome della Rosa’ di Eco, un altro thriller di erudizione. In fondo ambiente, scienza e cultura viaggiano sullo stesso binario, su un treno che non produce grandi utili e che di questi tempi rischia di deragliare definitivamente in nome di squallidi conti economici.
Ringrazio Alessandro, un amico subacqueo, che ha letteralmente insistito affinché lo leggessi.

PS: All'età di 14 anni sono stato invitato con la scuola proprio sulla portaerei USS Independence. L'autore mi ha restituito quelle sensazioni di città, hangar, officina e aeroporto. Alcuni dettagli me li ricordo diversi, come la copertura del ponte di volo, ma forse è colpa del tempo o della traduzione. 

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venerdì 2 febbraio 2018

libri letti nel 2017

Ne ho letti pochi, pochissimi, alcuni libri li ho abbandonati. Ho letto cinque volte sotto la media, per lo più manuali, lavori di amici o libri sui quali dovevo scrivere una recensione. Nel 2017 ho viaggiato tantissimo per lavoro e per presentare l'ultimo libro.
Devo ringraziare Ryanair e altre compagnie low cost, che limitano lo spazio e il peso in cabina
Ma anche alcune case editrici che per principio si rifiutano di pubblicare in digitale. Sul comodino ne ho quindici. Ma solo otto ce l'hanno fatta (o quasi)


Skeleton Coast, Clive Cussler - abbandonato.
Fatico molto a seguire stereotipi americani, personaggi clichè. Qui m'intrigavano i luoghi, dove sono stato un paio di volte, ma se il traduttore scrive Corrente del Bengala invece di Corrente del Benguela, la pazienza e la curiosità che gli avevo dedicato... vaporizzano.

Ogni cosa è indeterminata, Robert P. Crease, Alfred Scharff Goldhaber
Speravo di capire finalmente qualcosa di più nella meccanica quantistica, ma resto al punto di partenza. Proverò a rileggerlo.

Self Editing for Fiction Writers, Renni Browne, Dave King
Un manuale superlativo, visto che la figura dell'editor oggi è quella del ghost writer, dedicata esclusivamente a correggere e zappare biografie di calciatori e di soubrette. Se siete nuovi autori senza audience pregressa dimenticatevi qualsiasi editing da parte della casa editrice.

Il mondo d'acqua, Frank Schätzing
Un fantastico saggio sul mondo marino, ma ho dovuto smettere di leggerlo per non rovinarmi la sorpresa del libro che ha ispirato la sua pubblicazione: il libro qui sotto. 

Il quinto giorno, Frank Schätzing
Una vera rivelazione. Uno dei libri più belli che abbia letto in questa vita. 

Fumetti subacquei, Loris Cantarelli, Paolo Guiducci, Fausto Rambelli
Una celebrazione della subacquea attraverso i comics. Cinque chili di libro.

Vacanze subacquee DeLuxe, Marco Benedet
Difficile esprimersi su un libro per il quale hai fatto da editor e non ti hanno ascoltato del tutto...

Sinai, La terra illuminata dalla Luna, Fabio Brucini, Lelio Bonaccorso
Un libro a fumetti dove ho riconosciuto la metà (almeno) dei personaggi e dei luoghi. Altro capolavoro.

Degli ultimi cinque aspettatevi una recensione

Dimenticavo: I 49 racconti di Hemingway (quelli che mancavano)


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giovedì 1 febbraio 2018

la guerra contro gli chtorr - i primi quattro libri - david gerrold

Nessuno sa come sono arrivati. L’espediente narrativo del racconto in prima persona elude questa domanda e confina le risposte nel recinto delle ipotesi. L’invasione aliena più inquietante della letteratura non ha astronavi né tecnologia, né pianeti di provenienza. La domanda ‘da dove vengono’ o ‘come sono arrivati sulla Terra’ non ha più alcun senso, tutti gli sforzi sono tesi ad arginare un’avanzata subdola, infestante. I gasteropodi giganti che uccidono gli umani, si scopre, sono solo la punta dell’iceberg. Insieme a loro un intero ecosistema alieno sta progressivamente occupando tutte le nicchie ecologiche disponibili.

 Ma non sta succedendo per puro capriccio divino, l’uomo ci ha messo del suo. Andando avanti con la lettura affiorano considerazioni e dati su un’America che ha perso la guerra ed è soggetta a pesantissime sanzioni, mentre la popolazione mondiale è stata decimata di oltre la metà da violente e misteriose epidemie. In questa situazione post apocalittica si installano specie di un altro mondo. Ogni nuova scoperta di organismi alieni rivela una struttura e alimenta il sospetto che il piano degli Chtorr sia la completa sostituzione dell’intera ecologia terrestre, con la conseguente estinzione di tutta la vita nativa. Piante, animali e i loro simbionti alieni, per lo più pericolosi o nocivi, sembrano inutilizzabili dalle specie terrestri.

L'umanità si trova davanti un nemico che non riesce né a comprendere né a combattere. Jim McCarthy, la voce narrante, è un biologo e militare dell'esercito degli Stati Uniti che tenta di comprendere l'ecologia degli Chtorr anche mentre cerca di distruggerli in combattimento. Daniel Foreman, formatore nei corsi di sopravvivenze e filosofo dell’esercito, è una sorta di guida spirituale. Scrive sotto lo pseudonimo di Solomon Short. I suoi aforismi da soli varrebbero la lettura dell’intera opera.

 «La vita sta all'universo come la ruggine al ferro. Su scala planetaria noi non siamo altro che una forma avanzata di corrosione, nient'altro che una delle maniere scelte dall'universo per consumarsi più in fretta»
 «Si dissente solo da ciò che non si conosce. La gente non discute sul colore del cielo, o sulla durezza della roccia, o sulla trasparenza dell'acqua, tutt'al più può eccepire sulle loro qualità. Credere non è sapere. Credere significa essere convinti di qualcosa senza conoscere la verità. Credere significa pensare che qualcosa sia vero o volere che sia vero, senza averne la prova. Non si discute su ciò che si conosce, perché è tangibile. Si discute su ciò in cui si crede, perché non si può dimostrare. E si uccide per questo. Ridicolo... Possiamo credere ciò che vogliamo, ma l'universo non è obbligato a restare serio»

 Gerrold ti tiene incollato pagina dopo pagina con un’affabulazione che sembra carro armato hi-tech, lento e inesorabile. La storia, i personaggi, l’infinità di specie aliene descritte e scoperte ad ogni angolo, e la reazione degli umani, sono originali quanto estremamente realistici. La sua forza è nel mettere a nudo la nostra incapacità di adattamento ad un pianeta che cambia e del cui cambiamento non siamo più né gli artefici né coloro che ne hanno il controllo.
 La dicotomia guerra-politica di Von Klausewitz è qui estremizzata e si annulla in un senso di perdita, di alienazione dell’essere umano che con tutte le sue forze cerca di conservare una sua identità in un pianeta che diventa sempre meno terrestre con aspetti crudeli, ma anche psichedelici e affascinanti. Innumerevoli le chiavi di lettura.

https://claudiodimanaoblog.blogspot.com/2018/06/la-guerra-al-pesce-allucinogeno.html

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lunedì 18 settembre 2017

il salmone del dubbio - douglas adams

Douglas Noel Adams morì a 49 anni nel maggio del 2001dopo un allenamento in palestra a Montecito, in California. Si stava mettendo in forma per poter recitare in 'Guida Galattica', film ispirato al suo capolavoro omonimo. Dall'hackeraggio dei suoi computer, ad opera del suo editore e della moglie, nasce il 'Salmone del dubbio'. Non è la solita opera postuma, è semmai una raccolta di articoli e frammenti, in parte già pubblicati o divulgati, ma tutti di una qualità strepitosa.

'Biscotti' è uno dei racconti dal finale capovolto più geniali e divertenti che abbia mai letto. Brevissimo ed esilarante, biscotti è una di quele storie che fanno scuola perché deridono un intero stile, il serioso genere noir-esoterico strappandogli il monopolio del sacrosanto 'twisted-end'.

Subito dopo metterei 'Come nasce l'idea di Dio', il testo del suo discorso alla conferenza annuale degli atei. Un capolavoro di humour e dissacrazione, letteralmente esplosivo, degno di un autore dei Monty Python. Anzi, di Life of Bryan.

In 'Piccoli ciaffi cazzuti' un altro articolo se la prende (brillantemente) con le decine di caricabatterie e trasformatorini cui l'elettronica ci costringe. Uno per la stampante HP, uno per lo scanner Canon, uno per il Mac, uno per il PC windows, uno per il telefono... una invasione che ha reso le nostre case-uffici dei rettilari irti di cavetti e di scatole nerastre, riempito i nostri cassetti di mostriciattoli compatibili solo con i loro device, ma incompatibili con il resto dell'universo. Quando potremmo produrne uno solo per tutti?
Sono passati quasi venti anni, da quando DNA scrisse questo articolo e ormai dovremmo esserci fatti furbi. E invece no, non siamo furbi, siamo una specie particolarmente idiota. Gli idioti e l'idiozia prevalgono sempre, su qualsiasi regola, su qualsiasi scienza. Se Guida Galattica docet, il Salmone del dubbio allarga gli orizzonti sul mare di idiozia nel quale nuota felice l'umanità. Con innumerevoli chicche, tra le quali come preparare un vero tè spiegato agli americani, e lettere esilaranti.

Di veramente inedito c'è il Salmone del dubbio, scritto lasciato incompleto. Douglas Adams non aveva ancora deciso se farne una nuova Guida galattica oppure utilizzarlo in Dirk Gently, il suo 'investigatore olistico'. Resta che la missione dell'investigatore è (alludendo sfacciatamente a Schroedinger) di trovare un 'mezzo gatto'.
Grandioso pane per molti denti, ma che in Italia ancora fatica, fatica... fatica...fatica.
Ma in fondo chi è Schroedinger...uno stilista? Non s'è neanche mai visto all'isola dei famosi...

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domenica 17 settembre 2017

diario di bordo di una traversata atlantica - marco benedet


Li guardavo con invidia. Uscivano col mare plumbeo, sotto la pioggia pungente, sgattaiolavano come go-kart sulle onde brevi e nervose a venti nodi come nulla. Battevano bandiere tedesche o francesi. – La prossima volta, mi dissi, attraverserò l’Atlantico in catamarano.

Lo confesso, il libro di Marco Benedet, ha tolto un tappo, le sue pagine hanno resuscitato luoghi e ricordi che non finiscono mai. I giorni di attesa in darsena sotto la pioggerella sottile, le tante opinioni sulla cambusa, i lavori a bordo, le consultazioni. E poi il grande balzo. Nessuno può dirsi preparato a una traversata oceanica, migliaia di miglia, settimane intere di mare, mare e basta. Nessuno è veramente preparato a non vedere terra per giorni e a fare affidamento solo su ciò che è a bordo, tra provviste, strumenti e l’esperienza dello skipper.

Marco Benedet descrive queste sensazioni riportandole in un diario prezioso, che abbonda di consigli e di notizie utili. Inizia spiegandoci dove cominciare a realizzare un sogno. Come fa una coppia che non ha alcuna esperienza di vela, ma solo di mare – come lo erano l’autore e la sua compagna prima della traversata – a trovare un ingaggio per attraversare l’Oceano? A chi ci si rivolge, quali sono i canali? E quali caratteristiche è giusto mettere in evidenza in un curriculum vitae da presentare ad un armatore?

Marco Benedet compila queste pagine con il suo sguardo migliore, quello del viaggiatore, un viaggiatore curioso e dal piglio scientifico che si muove nel tessuto dei luoghi annotando, registrando tutto. Stavolta il tessuto è l’Oceano, sul quale naviga un piccolo drappello d’umanità, l’equipaggio che l’attraversa.
Un diario da divorare pagina dopo pagina, un resoconto pieno di consigli, anche alimentari, e di ricette adatte alla navigazione, quasi un manuale. Ma è con le sue osservazioni che Marco Benedet ti porta lì, giorno dopo giorno, nel day by day di un neofita che un giorno si mette in testa un viaggio pazzesco: andare di là, dove osò Colombo, offrendoci il punto di vista non più dello skipper, ma di colui che non ne sa nulla. E in quel neofita mi sono identificato anche io che quel viaggio l’ho già fatto, tanti erano i ricordi e le sensazioni da ‘prima volta’ che il diario ha evocato.

Forse oggi ancora più di ieri, con il mare in grave pericolo, circondati come siamo da tecnologia che vuole soppiantarci e da realtà virtuale, attraversare un oceano con solo la forza del vento è una impresa dai significati profondi. Una di quelle cose che sono ancora capaci di cambiarci radicalmente.
Di Marco Benedet è cambiato sicuramente lo stile, che in questo suo ultimo lavoro si fa più asciutto, ponderato, carico di contenuti mirati. Di gran lunga la sua opera migliore, un’opera capace di suscitare nostalgie in chi quel viaggio l’ha fatto, come di trasmettere preziose info e un punto di vista molto particolare a chi sta pensando di affrontare una traversata. Farebbe bene a leggerlo anche a chi non ha mai pensato di attraversare un oceano ma è lì, sul punto di abbandonare tutto e tutti per mesi, con tanta voglia dentro di affrontare, e ritrovare, se stesso.

Lo trovi qui, nel mio bookstore

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venerdì 28 aprile 2017

lavori ancora in corso

Ecco come il file appariva  dopo l'analisi  delle scene
Rieccomi... Ciao! 

A che punto sono con i lavori? 
E’ stata dura. La rilettura a freddo delle scene ha sfidato l’uscita del libro. Il 21 aprile ero sull’orlo di dire: è tutto da rifare, rimborso tutti e mi prendo la libertà di riscriverlo con i miei tempi.

Per fortuna non l’ho fatto, perché, abbiamo scoperto, la parte debole era solo la prima. Ma è anche quella che ti fa voglia di continuare a leggere.

Chi siamo? In questo lento recupero del libro è stato fondamentale l’aiuto di Marco Benedet, autore di ‘Una bussola per gli squali’ e altre pubblicazioni, che come membro di RWC, (ReefWriters Corporation) si è offerto di farmi da ‘editor’.

Il file corretto da me (3a stesura)


Ovviamente quella che mi è stata re-inviata non è la stesura definitiva. Andranno apportate altre modifiche secondo i suggerimenti. Se non ci sono intoppi verrà stampato entro la metà di maggio.

Restate tonnati su questo blog per la presentazione ufficiale del libro!

Claudio

mercoledì 5 aprile 2017

lavori in corso



Ciao!
Non ero sparito, mi sono concesso una breve vacanza e al mio ritorno ho trovato i soldi di kickstarter sul conto, Grazie a tutti coloro che hanno contribuito!

Tutto procede come da tabella: 15 giorni sono il minimo per rileggere il proprio manoscritto da lettore e non da autore, capire come migliorarlo per presentarlo al pubblico, ed eccomi di nuovo sul pezzo. Spero vi faccia piacere che non solo non sono scappato coi soldi, ma sto lavorando alle bozze. Magari vi incuriosisce sapere come sto procedendo, quali sono i miei arnesi.

“The first draft of anything is shit”
Ernest Hemingway

Ho stampato (per la seconda volta) in cartaceo l’intero manoscritto. Questo non solo mi aiuta a distaccarmi e a identificarmi in un lettore, ma è rilassante! 
Il computer ormai lo associo al lavoro e alla pressione, mentre la carta (ahimé) ora conserva un valore di tempo libero. 
Per fare un favore alle foreste ho riciclato la versione che avevo stampato precedentemente, e per fare un favore a me (favorire il distacco e uccidere la possibilità di equivoci) ho scelto ancora un altro font.

Quando scrivo su computer uso il Times New Roman. Lo trovo molto leggibile e rilassante. 
Per distaccarmi preferisco usare non solo un altro supporto, ma anche un altro font. La prima stesura cartacea l’ho stampata in Arial, font senza grazie e completamente diverso dal Times New Roman. 

Ora siamo alla seconda stesura: tre tomi, stampati in ‘Courier New’, font oggi un po’ ostico per lunghe letture, ma ecologico. Il Courier è un font sottilissimo, che e usa poco inchiostro. 
In fondo intere generazioni hanno coretto bozze uscite da una Lettera 32. 
La macchina con la quale ho scitto il mio primo romanzo, mai pubblicato.



L’intero manoscritto è di 286 pagine in formato A5 – se fosse un libro supererebbe le 300 pagine. Non sopravvivranno tutte. 
Occhio e croce il libro sarà di 230 pagine al massimo.

Ho deciso di suddividere il libro in scene e di interrogarle una per una. Chiedendo a ogni scena se serve, cosa mi da e cosa invece potrebbe irritare. O se va spostata.
Questo ‘sotterfugio’ che nella sceneggiatura è prassi consolidata, serve anche ad evitare di correggere errori ortografici o di battitura e di affinare frasi presenti in scene che invece meritano il cestino o la totale riscrittura.

Una volta risistemate le scene procederò alla correzione dei dettagli. Ma non sarà finita lì! 
Qualcun altro, che non posso essere io, ci metterà le mani. E me lo rimanderà con le note. Certamente non posso inviare a terzi un manoscritto del quale io stesso non sono sicuro.

Nota - per quanto possa essere utile una mia statistica -
Ho notato che le scene scritte a mano su taccuini (e successivamente riversate su Microsoft Word) sono quelle che reggono meglio la mia impietosa mannaia.

a prestissimo!

Claudio

martedì 20 dicembre 2016

Pensa Mangia Agisci! - Raffaella Tolicetti

No, Raffaella non ha i capricci del cuoco stellato. 
Mentre gli altri, quelli da studio televisivo danno in escandescenze per un cucchiaio di teflon o per un pomodorino, lei è una capo cuoca che ha combattuto nelle acque glaciali dell’Oceano Meridionale contro le navi baleniere giapponesi. Era ai fornelli quando la Nishin Maru, la nave mattatoio, speronò la Sam Simon, nave di Sea Shepherd quasi un decimo più piccola. Raffaella ci racconta della battaglia navale tra gli iceberg, un rimpiattino alla fine del mondo.

“Essere speronati da un’altra nave è un’esperienza da brividi perché non si conosce la gravità del danno fino al termine della collisione e non si riesce ad avere una idea chiara di quello che sta succedendo”
Il mare in sé richiede azione, prontezza e fatica. Figuriamoci un mare in pericolo a alla mercé dei peggiori criminali. In mare puoi patire il freddo anche ai tropici, l’essere in mare richiede calorie.
Soprattutto se si combatte, perché quella di Sea Shepherd è una guerra.
“Dopo anni a bordo di una nave mi sono resa conto che in fondo non ho bisogno di molto, anzi avere troppo può essere un peso. Quando sono in missione in Antartide ho sempre pronto uno zainetto da prendere al volo nel caso fossimo costretti ad abbandonare la nave.”  Scrive Raffaella.
E ancora: “Tendiamo a credere che circondandoci delle cose che ci piacciono ci creiamo un’identità…”
Sulle navi di Sea Shepherd non si mangia affatto male: lasagne al ragù di ceci o alla crema di asparagi, rösti di patate e cipolle... Si tratta di cucina ‘povera’ quella dove non puoi permetterti ingredienti come carne, pesce, formaggi. La frutta e le verdure fresche in mare le vedi solo la prima settimana. Si ripete quindi quella situazione che costrinse gli italiani ad inventare un mondo, partendo da tre elementi miracolosamente buoni e versatili: farina, pomodori, olio di oliva.

http://www.imperialbulldog.com/2016/06/02/la-cuoca-di-seashepherd-si-racconta-in-un-libro/



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Kiribati - Cronache illustrate da una terra (s)perduta - Alice Piciocchi, Andrea Angeli


Kiribati sta affondando. Tra pochi anni la nazione arcipelago fatta di isole e vite sparse per 5000km da Est a Ovest nel Pacifico, non esisterà più. L’Oceano sale inesorabilmente. E' il riscaldamento globale.

Kiribati è il sogno di ogni naturalista. Eric Sala, ecologista marino ed Explorer-in-Residence del National Geographic. Vedere Kiribati prima che sparisca è il sogno forse un po’ amaro di un esploratore del nostro secolo.
Due ragazzi di Milano questo sogno l’hanno realizzato. Volevano documentare la vita su un arcipelago che non ci sarà più,
Alice Piciocchi e Andrea Angeli hanno deciso di partire per quell’esplorazione verso ‘il primo paese al mondo destinato a scomparire

“Lo scetticismo e l’incredulità tra la gente comune è tanta, ed è complicato capire, senza i rudimenti scientifici, quale delle teorie sia la più plausibile e verosimile.
E allora abbiamo fatto un passo indietro e abbiamo capito che la migrazione non era il punto. Il punto era scattare una fotografia di un’identità…”

Storie di donne che incantavano le balene, che le attiravano in acque basse con una melodia per farle catturare facilmente e utilizzarne la carne, l’olio, le ossa. Storie di ghirlande, di ornamenti floreali degni dell’Ikebana, di una società che quando si sbarca su un atollo per prima cosa si reca omaggio allo spirito del luogo, c’è un sito apposito, una specie di dogana, in un arcipelago dove gli antenati, come in Papua, continuano ad abitare in casa con i vivi. A Kiribati i morti vengono sepolti in giardino, e le ossa vengono riesumate e lucidate a scadenze fisse. Come in Madagascar, nel rito della Famadihana, la riesumazione dei morti.

Bellissimo
magnificamente illustrato
Un must



http://www.imperialbulldog.com/2016/09/13/kiribati-cronache-illustrate-di-una-terra-sperduta/

http://www.24orecultura.com/art/libri/2016-04-19/kiribati-cronache-illustrate-terra-162132.php

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Kobane Calling - Zerocalcare

Un viaggio, il secondo, in Siria di un fumettista esilarante, geniale, ma profondamente agganciato ai temi più caldi.
L'utopìa curda e l'olocausto mediorientale tra ingerenze e indifferenze mondiali, narrati a fumetti da chi c'è stato veramente come volontario.
Un reportage a matite e inchiostro di un viaggio nel cuore e nell'anima ferita del pianeta, un Salgado senza morte, ma che all'occasione sdrammatizza con irresistibili battute in romanesco.
Un inviato di guerra capace di farci piangere e ridere come solo uno che vive a Roma sa fare.

Chapeau, Zerocalcare, alla faccia di quelli che sentenziano ben comodi negli studi tv, di opinionisti da faceboook. Tu c'eri, e sei stato capace di intrattenerci col fiato sospeso sul tema più lacerante di questo sciagurato inizio secolo. Con una grazia invidiabile.
Da leggere o regalare




il respiro degli abissi - james nestor


James Nestor, giornalista sportivo californiano, ci offre il reportage di un viaggio nelle profondità. Un viaggio durato più di due anni tra la mente umana, i riflessi atavici e la rete sociale dei capodogli. Un viaggio interiore che inizia con una ecatombe di apneisti ai campionati mondiali in Grecia, un campionato funestato da incidenti, dove l'autore si chiede perché. Inizia così un percorso intorno al mondo dove James Nestor insegue quello che gli scienziati chiamano il riflesso (o retaggio) dei mammiferi marini, cioè uno 'switch' fisiologico dell'organismo umano in immersione. Inseguendo questo misterioso potere entra in contatto con uomini che salvano squali taggandoli con un fucile subacqueo in apnea e ricercatori convinti di poter decifrare un giorno le complesse chiacchierate dei capodogli. Il quadro che ne risulta è uno dei più grandi inni al mare e alla subacquea, anche se in quesro caso solo in apnea, Un inno che va dagli squali bianchi in Sudafrica alle mitiche Ama, le elusive, mitiche, pescatrici giapponesi.

Cult



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Le anatre selvatiche volano al contrario - Tom Robbins


Questa raccolta di articoli e racconti è stata per me una fantastica occasione per sbirciare un po’ dentro la vita di Tom Robbins, elusiva rock star della letteratura, autore cult capace di riempire interi stadi, ma poco incline ad apparire in TV e social media. 
E scopro che, come me, nutre una passione sfrenata per i luoghi selvaggi, per le spedizioni avventurose e un amore smodato per l’Africa.
Se un giorno mi perderò in canoa nel delta dell’Okavango… sappiatelo, sarà anche colpa sua.
Quando Tom Robbins ti descrive l’Amazzonia, o il deserto siriano, puoi esser certo che c’è stato davvero, e non con una lussuosa spedizione VIP, nè con un reality, stai certo che c'è andato al seguito di un gruppo di ricerca o di un operatore turistico che titola "Qui viaggi estremi," 

Non è per niente un buffone, Tom Robbins. Quando mette in burla il Papa, o ti serve l’incongruenza esilarante  tra ‘i maschi che pranzano sempre col cappello in testa’ e le immense vagine cosmiche raffigurate nell’arte rupestre nativa americana è serissimo. Non ti sta raccontando neanche un briciolo di balla, né ti sta rompendo i marroni con un'infanzia difficile: ti sta raccontando quanto è pazzo e divertente il mondo. Perchè il puiù grande spettacolo è la realtà.
Nelle raccolte ovviamente c’è di tutto, cose eccelse, cose meno, cose esilaranti, cose così e così. 
Ma senza questa raccolta non avrei mai avuto un quadro su una figura che non 'esterna' sui social la sua vita privata.

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martedì 11 ottobre 2016

i segreti del mar rosso - henry de monfreid

“Oggi, Gibuti è una città bianca dai tetti piatti. Quando appare all’orizzonte, all’avvicinarsi del piroscafo, sembra galleggiare sul mare, poi a poco a poco, si materializzano serbatoi metallici, braccia di gru, mucchi di carbone e, in buona sostanza, tutte le altre sporcizie con cui la civiltà occidentale è condannata ad accompagnarsi ovunque nel mondo.”
Parte da qui, da questo ultimo avamposto della 'civiltà' occidentale, il libro I Segreti del Mar Rosso, di Henry de Monfreid, un annoiato rappresentate di caffè e pellame contemporaneo di Lawrence d'Arabia. A Gibuti avere il Mar Rosso sotto gli occhi non gli basta più, deve navigarlo, viverlo come quotidianità sulla sua pelle.

Compra un sambuco e diventa pescatore di perle. Incontra ‘capetti’ che sfruttano altri pescatori legandoli a loro col debito, e veri e propri mercanti di schiavi che regnano su remote insenature e sceicchi che dominano su isole verdissime e lingue di sabbia sperdute. Annota le meravigliose leggende sull’origine delle perle, ma sa bene che a determinare la loro formazione nell’ostrica è un meno poetico parassita presente nelle feci di alcuni pesci. Quello di Henry de Monfreid è un occhio colto, da fine antropologo e da curioso naturalista. I suoi resoconti, le sue avventure, hanno la stoffa del reportage:
“Ho l’impressione di essere su un pianeta in formazione - scrive a proposito delle isole Hanish - in una età in cui la vita non era ancora organizzata.”
Con occhio raffinato, educato dalla pittura e dalla fotografia de Monfreid coglie dettagli di luce nei volti, negli sguardi, nelle schiene lucide, nella caligine di porti remoti. Dipinge voli d’uccello e tramonti su lagune di mangrovie. Nel frattempo elude i controlli in mare delle pattuglie turche, ancora ben salde sugli avamposti dell'Impero Ottomano, e Inglesi. Un grande partita a scacchi nel mare più affascinante del mondo, tra un contrabbandiere sempre più critico del colonialismo e sempre più lontano dall’Occidente. Fino alla conversione all'Islam.Accadde a Bab el Mandeb, ‘la porta delle lacrime’, dove l’Oceano Indiano irrompe nel Mar Rosso:
“Il vento raddoppia la sua violenza e forma onde che sembrano correre contro la corrente che adesso esce dallo stretto. E’ troppo tardi per cambiare rotta, un vento così violento non lo permette.” 
Appena salvo mantenne la promessa di voto: si convertì all’Islam e si scelse un nome: Abd el Haï, schiavo della vita. Erano i tempi di Lawrence d'Arabia.

Un piccolo capolavoro immancabile per chi ama il mare e l'avventura. Obbligatorio per chi frequenta il Mar Rosso.

Magenes Editoriale

leggi anche:
http://www.ilcornodafrica.it/pca-monf.htm
http://www.henrydemonfreid.com/
http://www.imperialbulldog.com/2016/01/29/henry-de-monfreid-cuor-di-mar-rosso/


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sabato 10 settembre 2016

Norwegian Wood - Haruki Murakami

Dopo averlo letto non ascolterai mai più quella canzone con le stesse orecchie, con lo stesso stato d'animo. Io ci ho provato, ma non ci sono riuscito. L'unica cosa che posso fare, adesso, è scriverne.

La nostalgia assale l'io narrante mentre ascolta una versione orchestrale 'piuttosto annacquata' di Norwegian Wood dagli altoparlanti nella cabina di un 747, in quel momento strano subito dopo l'atterraggio con l'aereo ancora in movimento, quando tutti si alzano per trafficare nelle cappelliere:

"...rimasi tutto il tempo in quel prato. Assaporavo il profumo dell'erba, sentivo il vento sulla pelle e i gridi degli uccelli."

Inizia in quella cabina di 747 un viaggio a ritroso sulle 'emozioni che non si possono rivivere'. Un viaggio verso la memoria che inevitabilmente si allontana da immagini e sensazioni come un uomo di trentasette anni si ormai è allontanato da quel ragazzo che era a diciannove e che aveva giurato alla sua Anoko di non dimenticare mai il suo volto.

Nel romanzo non sappiamo nulla di cosa o chi è diventato 'quel ragazzo di 19 anni' sprofondato nei suoi silenzi, perso dietro una ragazza tra una stazione e l'altra della metropolitana di Tokyo, non ci fornisce elementi per paragonare le due persone. Del trentasettenne sappiamo solo che la nostalgia lo assale con violenza nell'ascoltare Norwegian Wood. Un'altra volta nel vedere un tramonto a Santa Fè.

I luoghi e la situazioni, come una cabina telefonica o un funerale, sono spesso i palcoscenici della rappresentazione di un profondo malessere che rasenta la crisi di panico. Un panico continuo verso il mondo esterno, che come ci insegna la moderna psicologia, trova le sue radici nella mancanza di punti fermi. Quasi privo di trama come Fiesta, in questo romanzo outsider i personaggi scivolano su un filo esistenziale esile, teso tra le sensazioni, le stazioni e i bar (e la musica che esce dai bar) di Shinjuku, di Shibuya, sullo Shinkansen per Kyoto, i bento, gli ottimi whisky giapponesi. In Norwegian Wood si beve come in un romanzo di Hemingway. Mai pedante, Murakami esplora la vita, il banale e i sensi come un Henry Miller nei suoi 'Tropici', ma con uno stile sempre fresco, quasi impalpabile, minimale.

I titoli dei brani meticolosamente segnalati nel testo non sembrano voler integrare la narrazione con una colonna sonora, che potrebbe avere un ruolo didascalico, ma sembrano pretendere stessa dignità e stessa forza evocativa delle altre sensazioni, come gli odori, i colori, qui così vividi. E' il tipo di musica che non genera un 'frame' temporale esclusivo, ma che al massimo ci ricorda quale era il contesto in cui è stata scritta, perché la musica quando è immortale è 'senza tempo'. Un giorno forse dimenticheremo gli Oasis. Li dimenticheremo anche se ci ricordano i Beatles, ma non i Beatles. Come non dimenticheremo Brahms. Tra ciò che perdiamo inevitabilmente c'è anche il tempo, con quello che c'era dentro, non 'i tempi'.

Drammatico, toccante, struggente. Eppure vitale. brillante, vivido e leggero. Norwegian Wood è uno di quei libri che non ti lasciano andare, che non ti consentono facilmente di rimanere esattamente lo stesso dopo averlo letto. I sentimenti, l'alienazione, la morte, il senso di estraneità per il mondo sono il tessuto di un romanzo che, almeno a me, è parso assai di più di un 'romanzo di formazione', come è stato definito. Attraversare dubbi, esperienze sessuali e traumi non basta per definirci giovani e in fase di apprendimento, di elaborazione. Siamo tutti impreparati, tutti giovanissimi davanti agli imprevisti della vita. Davanti alla morte, alla perdita della mente. E il vuoto non ci insegna nulla, a nessuna fascia di età. L'incipit potente ed il finale sfacciatamente aperto - ma da vertigine dell'anima, da soli gli meriterebbero il Nobel.
Capolavoro.

Controindicazioni:
Da evitare se si è depressi o in un momento particolare di stress. Malgrado la sua delicatezza e una certa indolenza del carattere principale Norwegian Wood può scuotere fino alle radici.

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