sabato 28 dicembre 2019

la bellezza del giappone segreto - alex kerr



La bellezza del Giappone segreto è una navigazione autobiografica in un paese sorprendentemente avaro di filosofi. A differenza della Cina, con i suoi Confucio o Lao-Tze, il Giappone sembra aver demandato all'arte tradizionale e ai letterati l'espressione del suo pensiero. Per poi smettere di abitarlo.

Alex Kerr, l'autore, trascorre parte dell'infanzia a Yokohama. Tornato negli USA si laurea in Studi Giapponesi a Yale e in Cinese a Oxford, per poi trasferirsi in Giappone in pianta stabile. La sua navigazione profonda parte con l'acquisto e la ristrutturazione di una casa abbandonata, in una valle dimenticata dal tempo. Come un archeologo inizia ad esaminare gli strati, lo scopo degli oggetti impolverati in cui s'imbatte, e la visione che c'è dietro l'architettura di ogni casa antica. S'innamora dell’arte tradizionale e s’interroga sul perché il Giappone abbia gettato via natura selvaggia e affascinanti dimore per sostituirle con cemento, cavi elettrici penzolanti e paesaggi artificiali, con ricadute catastrofiche sui paesaggi, sulla cultura e sull'ecologia.

Come contrappeso a quella che gli appare una furia iconoclasta l'autore cita l'Europa, dove l'antico è stato adattato e a volte alterato secondo le esigenze della modernità, ma costantemente abitato. Il Giappone, invece, moderna potenza economica e industriale, sembra vergognarsi di vecchie case fatiscenti: interi quartieri storici vengono distrutti. Oggetti di grande pregio finiscono nelle mani dei pulisco cantine locali, e qui inizia la fortuna di Kerr come collezionista d’arte. Ma in questa caduta di continuità tra vecchio e nuovo, malgrado i vantaggi personali, l'autore intuisce un pericolo.
La cultura tradizionale giapponese può essere compresa solo attraverso il gesto, non nel pensiero, che in quel contesto è particolarmente elusivo. Il gesto si esprime negli haiku, nella calligrafia e nel teatro kabuki, in intere vallate trasformate in mandala. Ma soprattutto negli oggetti. E nella cerimonia del tè.

"Il Giappone è affascinato dai segreti. Essi sono lo specifico modo in cui le arti tradizionali si sono conservate e tramandate.

L'ostrica è la metafora perfetta. L'autore la usa per descriverci l'atteggiamento giapponese davanti alle intrusioni straniere: il granello di sabbia diventa una perla, ma non è più l'oggetto di partenza. Una cultura non esportabile: lo Zen e il buddismo esoterico hanno occultato i punti d’arrivo e le conclusioni per favorire il percorso: la via è importante, non la meta. Di pari passo lo Scintoismo ha creato un pantheon misterioso e complesso su radici animiste. Se il confucianesimo e i caratteri kanji sono alla base della forma mentis dell'estremo oriente, Zen e Scintoismo hanno plasmato la cultura giapponese più profonda, quella che si appella ai sensi.

La bellezza del Giappone segreto ci rivela l’esistenza di un universo nascosto in un paese estremamente moderno e funzionale, quanto enigmatico. Dal disinteresse dei giapponesi per la loro cultura atavica e per l'ambiente, alla stampa manipolata dal potere, la navigazione di Alex Kerr segue rotte casuali quanto fortunate, quasi inciampando in punti d'osservazione privilegiati. Traduttore per le fondazioni, appassionato di calligrafia kanji, frequenta i principali attori del teatro Kabuki e maestri zen. Diventa mercante d'arte e referente di una multinazionale americana. Ne esce un lavoro acuto, genuino e vibrante, che va a completare una già vasta (ma settoriale) letteratura sulla cultura giapponese offrendo una visione a tutto campo.

Con La bellezza del Giappone segreto Alex Kerr è il primo non giapponese ad aver vinto il Premio Letterario Shincho Gakugei per il miglior lavoro di non fiction pubblicato in Giappone.


leggi anche:
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mercoledì 18 dicembre 2019

errore di sistema - edward snowden



Il passo che più mi ha colpito in Errore di sistema è quello in cui Snowden s'interroga sulla noncuranza con cui noi abbiamo autorizzato Big Data a spiarci.

Consegnando i nostri dati a social, servizi e-mail e tecnologia smart, abbiamo rinunciato alla nostra privacy e ci siamo dichiarati non interessati a quella garanzia costituzionale. Abbiamo creato una zona d'ombra morale e legislativa, abbiamo consentito a chiunque voglia farlo di spiarci in cambio di un account gratuito.
Il concetto di sfera digitale intesa come 'spazio privato' non è di immediata chiarezza per tutti, ma l'autore ci aiuta a verificarlo alla luce della costituzione degli Stati Uniti, ponendoci una domanda:
"Lascereste più volentieri qualcuno da solo per un'ora in casa vostra o dieci minuti a trafficare col vostro telefonino?"
Tutto inizia quel giorno maledetto, l'11 settembre 2001, dopo il quale il mondo non tornò mai più lo stesso di prima. Quel giorno il giovanissimo Ed decide di attivarsi, di fare qualcosa per contrastare la minaccia al suo Paese. E al mondo.

Ma poi scopre che sulle macerie delle torri gemelle stavano costruendo una trappola emotiva globale: davanti al pericolo e all'orrore il mondo si era schierato compatto. Accettando, però, di rinunciare a una serie di libertà e di garanzie. Queste garanzie, cedute un passo alla volta, hanno portato ad una graduale, massiccia erosione dei nostri diritti, con scopi che vanno spesso oltre la questione di sicurezza nazionale.

Chiunque abbia visto il film di Oliver Stone troverà nel libro ciò che un film non può dare: i pensieri dell'autore e i dettagli di un'operazione inquietante, dalle proporzioni gigantesche. Ma la sorpresa è la profondità intellettuale dell'autore-protagonista. Sono infatti i concetti espressi, più dei fatti riportati, la vera sorpresa del libro.
“Affermare che non si è interessati al diritto alla privacy perché non si ha nulla da nascondere è come dire che non si è interessati alla libertà di parola perché non si ha nulla da dire.”
Un'opera, quella di Snowden, che racconta una crescita interiore: il diario di una lenta e dolorosa presa di coscienza. L'autore esce dal pensiero binario tipicamente americano, dalla dicotomia buoni e cattivi e, meditando sulla costituzione, decide di schierarsi al fianco dei cittadini, di affrontare incognite spaventose. Ci mette in luce le zone d'ombra create da dispositivi di legge che faticano ad inseguire la nuova dimensione umana: la vita digitale. Se Baricco in The Game aveva esposto la faccia luminosa della luna, Snowden esplora il suo lato oscuro, ricordandoci che se c'è un entità politica al mondo in grado di contrastare strapoteri digitali e pericolose invasioni è l'Unione Europea.

Al titolo italiano avrei preferito quello originale, Permanente Record: ciò che è stato fatto oltrepassa l'intercettazione per motivi di sicurezza nazionale, ma sconfina nel dossieraggio globale.

Errore di sistema è un libro in grado di cambiare la propria visione del mondo.
Assolutamente da leggere.

Leggi anche: https://claudiodimanao-libri.blogspot.com/2019/05/the-game-alessandro-baricco.html

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domenica 8 dicembre 2019

altre menti - peter godfrey-smith



Se c'è un libro in grado di gettare una nuova luce sui concetti di coscienza e intelligenza è Altre Menti, di Peter Godfrey-Smith.
L'autore, professore di Storia e Filosofia della Scienza, parte da un sospetto da tempo condiviso nell'ambito scientifico: i cefalopodi non solo sembrano esseri molto intelligenti, ma potrebbero ospitare una mente alternativa alla nostra. Osservandoli nel loro habitat e nei laboratori, si entra in una specie di paese delle meraviglie. Polpi e seppie sono esseri il cui intero corpo è uno strumento sofisticato, un corpo pervaso da un complesso sistema nervoso, capace di percepire e di emettere la luce attraverso l'epidermide. Riconoscono le persone, dimostrano simpatie e antipatie nei confronti dei ricercatori, risolvono problemi complessi. Ma il loro modo di percepire il mondo e di interagire con esso è qualcosa di completamente diverso dal nostro.
"L'incontro con i cefalopodi è quanto di più vicino all'incontro con un alieno intelligente possa capitare."
Partendo dall'albero della vita, da quando i nostri antenati presero strade evolutive diverse, Godfrey-Smith esplora la consapevolezza di sé come individuo, e successivamente la nascita dell'atto deliberato, indagando libero arbitrio e istintualità ereditaria in specie così lontane dalla nostra. Confuta Hume sul concetto dell'Io e poi prosegue domandandosi perché l'evoluzione abbia costruito un'intelligenza così avanzata in organismi che vivono pochissimo tempo. Ma soprattutto: perché tutti gli esseri viventi prima o poi muoiono?

Narrato con una capacità da scrittore navigato, ci espone concetti complessi rendendoli comprensibili anche a un pubblico di non addetti ai lavori. Un'opera che ha fatto molto parlare di sé, meritandolo in pieno:
"Immergeri in mare e equivale a immergersi nelle origini della vita sul pianeta"

Per approfondire:
Peter Godfrey-Smith, filoso e subacqueo, autore di Altre Menti
https://claudiodimanao-libri.breve-storia-di-quasi-tutto-bill-bryson.html


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sabato 1 giugno 2019

lo zen nell'arte di scrivere - ray bradbury




Lo Zen nell’arte di scrivere, di Ray Bradbury, è un libro diverso da tutti gli altri che ho letto sul tema. Con un approccio decisamente eclettico Ray Bradbury non ci riempie di dettagli su come maneggiare la prosa, né su come affrontare le diverse stesure, ma si concentra piuttosto sul raccontarci come e dove andare a cercar le idee e le ispirazioni. Lo fa parlando di sé e della sua grande esperienza, di scrittore e sceneggiatore. Un classico, in questo genere di letture; il pubblico vuole conoscere l’autore, i dettagli della sua mente più intima, i fatti della vita che lo hanno portato alle sue scelte.

Ray Bradbury, autore del celebratissimo Fahrenheit 451 e maestro del racconto breve (I Sing The Body Electric è la sua raccolta più acclamata) è stato anche, se non soprattutto, un fecondo sceneggiatore. Non c’è quindi da meravigliarsi che abbia rivolto la sua attenzione più al processo creativo che al lavoro artigianale di rifinitura che ogni scrittore conosce bene.
Nel capitolo ‘Come alimentare la Musa e conservarla’ (ho letto il libro in Inglese alcuni termini da me usati potrebbero essere diversi dalla versione italiana) ci pone brillantemente davanti all’essenza del lavoro dello scrittore:

“Ciò che gli altri uomini chiamano subconscio, per gli scrittori, sotto l’aspetto creativo, diventa La Musa”.

Ci parla di una ‘mente segreta’ che continua a scrivere incessantemente elaborando esperienze, viaggi, situazioni nella memoria. Ci racconta di come sono nate le sue storie più famose, più importanti, di come scrisse Fahrenheit 451 affittando una macchina da scrivere a pochi centesimi  l’ora e di quando interrogò i suoi personaggi, chiedendo loro come andare avanti.
Capita, infatti, che caratteri credibili, vividi e ben definiti possano comportarsi così con il loro autore. Diventano coautori.

Ray Bradbury, con Lo Zen nell’arte di scrivere, ci insegna l’imprevedibilità e  l’onesta come le armi migliori per rendere vive delle semplici pagine di carta e inchiostro.
Personalmente ho incontrato un insegnamento prezioso, in questo libro, del tutto inaspettato: leggere poesia. Mi sono accorto di aver letto, negli ultimi dieci anni, solo degli Haiku e forse un paio di poesie di Borges, niente altro. La mia prosa è diventata, in questo tempo, sicuramente più pulita e incisiva, ma, ho notato, ha perso un po’ di colore. Questo mi ha fatto ragionare sul target del libro, che non sembra rivolto a chi vuole intraprendere la carriera di autore ma per chi lo è già.

Lo Zen nell’arte di scrivere è un perfetto complemento a tutti gli altri testi sul mestiere. Dove altri autori si sono soffermati su editing, voce, punto di vista e gestione delle varie bozze, Ray Bradbury ci porta nel cuore della faccenda, nel cuore del processo creativo, dove comincia tutto.

Approfondimenti

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mercoledì 1 maggio 2019

the game - alessandro baricco




Vi sembrerà strano, ma preferisco Baricco come saggista che come romanziere: The Game è da leggere fino in fondo, quasi senza fiato. 
Parte bene, parte con lo sguardo curioso, quasi innocente, di chi ha voglia di rimettersi in discussione, con una voce narrante spettacolare. Credo sia questo il miglior complimento che si possa fare a uno scrittore: dirgli che ha una voce forte, inconfondibile. Sembra di averlo lì, in camera o sul prato, che te la racconta di persona. Non mi viene in mente un artifizio migliore per far digerire un saggio a chi non ne legge spesso.

Baricco è bravissimo, a volte antipatico come d'altronde Eco, nel dirci ‘ciò che sa’.  Ma spesso dimentichiamo che quel che uno ‘sa’ è ciò che ha scoperto dopo aver frugato a lungo; dentro sé stesso, nelle biblioteche. O nello studio di un amico nerd.
Lo chiama Il Gioco (The Game) perché è con questo spirito che sono nati l’informatica popolare e il nostro essere connessi: come un gioco, un videogame; con uno schermo e una pulsantiera che poi si sono evoluti in tastiere, monitor, touch screen. Partendo dal calcio balilla e dalla sua evoluzione solitaria che è il flipper, per approdare a space invaders l’aspetto ludico ha soffiato sull'onda del cambiamento epocale.
Lo tzunami ci ha portato un mondo nuovo, un altrove divertente e accessibile a tutti, privo di barriere. E nuove insidie, come l'individualismo di massa'. L'uomo che prima giocava al calcio Balilla passò al flipper. Ma il mondo nuovo nasce con uno scopo elevato: scongiurare gli orrori del 20° secolo. Baricco ce lo racconta bene con una prosa da affabulatore nato e il pensiero lucido di uno che ha in tasca una laurea in filosofia. 
Lo fa con tanto di mappe: le innovazioni digitali spuntano come montagne dal fondo di un ipotetico oceano, la timeline di una trasfigurazione planetaria.
Chiama il suo frugare negli albori del digitale ‘archeologia’. Un espediente perfetto per rimarcare che non si tratta di un semplice cambiamento ma di una transizione da un’era all’altra. Con lo spazzolino da archeologo riesuma un bel numero di chicche.
La più bella di tutte viene da Stewart Brand, cui Steve Jobs deve il copyright di ‘Stay hungry, stay foolish’:

‘Per cambiare una civiltà bisogna cambiare gli strumenti con cui pensa e opera quella civiltà’

E questo hanno fatto i vari Steve Jobs e Tim Berners-Lee (l’inventore del www): metterci in mano l’equivalente moderno di una selce scheggiata e cambiare definitivamente il corso della storia umana e del pianeta.
Bisogna avere anche un animo sereno per guardare The Game con occhi ottimisti e trasognati, soprattutto per la mia generazione, che ha salutato con entusiasmo il suo avvento, per poi provare sempre più spesso fastidio, fino a un sottile orrore, che non viene tanto da analfabetismo digitale quanto dalla  consapevolezza che giganti come Google Amazon e Facebook non sono fondazioni etiche, ma multinazionali che tendono al profitto attraverso il monopolio e la manipolazione.

La sua visione dei monopoli è il punto di tutto il saggio che mi torna meno. Baricco non li vede come una minaccia, li vede come parte di un mondo nuovo cui non siamo pronti e quindi ci spaventa. E chissà se ha ragione lui, visto il crollo dei vecchi concetti di Stato, di informazione e di Élite che The Game ha provocato. Lo avrebbe fatto in nome di un potente colpo di spugna sul vecchio sistema che ha prodotto guerre, diseguaglianze e deportazioni.Vogliamo impedire che ccada di nuovo, a qualsiasi costo.
Un gioco nuovo che, secondo Baricco, nessuno può veramente controllare, nemmeno i proprietari: un’estensione del nostro essere umani, teso alla velocità e alla conseguente necessità di semplificazione, verso un’utopia dai connotati anarchici.

Lo scopo di The Game era sabotare le basi e i presupposti del 20° secolo, quello che Eric Hobsbawm  ha fotografato magnificamente ne ‘Il secolo breve’, il più sanguinoso della storia umana. Un capolavoro che Baricco sì, conosce bene. 
Per quanto mi riguarda restano in piedi i dubbi sulla capacità di un sistema sviluppatosi - suo malgrado - all'interno del liberalismo sfrenato di garantire pace e prosperità, ma l'analisi esposta in The Game non fa una grinza.

Ecco, mi domando cosa ne penserebbe Hobsbawm, se fosse ancora vivo,  del saggio di Baricco. 
È un peccato che non possa leggerlo e commentarlo, perché The Game ha i connotati di una valida estensione al suo ‘Secolo breve’.

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il secolo breve - eric hobsbawm




Ecco un altro libro che può cambiare per sempre il modo di vedere il mondo: 'Il secolo breve', di Eric Hobsbawm. Devo all'insistenza di mio padre, appassionato di storia contemporanea, la sua lettura. Me lo trovai gentilmente sul comodino, come una bibbia, durante uno dei miei sporadici soggiorni in Italia. Oggi, dopo aver letto il saggio di Baricco (The Game)  ho deciso di parlarne.

Definito ‘un libro potente e inquietante - dal London Review of Books - Il secolo breve rappresenta uno dei vertici della scrittura storica nel periodo postbellico’.

Ma non solo.
È  la storia di un secolo dilaniato da ‘guerre di religione’, perché tali appaino ad Hobsbawm le ideologie che hanno tempestato il mondo dal 1914 fino al 1991, l'anno in cui crollò l'Unione Sovietica. 
È la storia delle ideologie politiche e della loro competizione, dei loro camuffamenti della loro evoluzione, tutte nate da una radice comune, esposta in modo che sia accessibile a tutti. Un saggio scritto 
‘per tutti coloro che desiderano comprendere il mondo e che credono che la storia sia importante a questo scopo’ 
La sua leggibilità si deve a una prosa scorrevole, a un piglio da uomo disincantato ma dagli occhi bene aperti, con un grande equilibrio tra innocenza e consapevolezza, con frequenti sovrapposizioni tra storia e memoria. Hobsbawm è ironico, o gentile dove altri storici si sarebbero scaldati, intuitivo e analitico allo stesso tempo, sempre avulso a luoghi comuni.
Gli occhi sono quelli di un uomo nato nel 1917 ad Alessandria d’Egitto, città cosmopolita e multiconfessionale allora occupata dalla Gran Bretagna, da genitori di fede ebraica provenienti dall’Europa dell’est. La sua nascita in quel luogo accidentale gli suggerisce che l'Europa da sola non può essere la sua unica materia di studio.
Il suo è il resoconto di una vita passata attraverso diversi continenti e culture, di eventi storici dei quali è un “osservatore partecipe”. A quindici anni è a Berlino e vede Hitler diventare Cancelliere della Germania, fugge a Londra, simpatizza con gli antifranchisti, presta servizio militare tra i Royal Engineers durante la seconda guerra mondiale. È a Mosca nel 1957, davanti al mausoleo di Stalin, è accademico a Cambridge quando due studenti della sua università scoprono il DNA.
Queste sporadiche ‘interferenze’ del vissuto sull’osservato giocano un ruolo perfetto nel coinvolgimento del lettore de ‘Il secolo breve’.
Il 20° secolo è stato probabilmente il più cruciale per l’umanità, non solo per le guerre, i genocidi, le torture e le deportazioni per motivi razziali o ideologici,  ma anche il secolo dello spostamento definitivo dell’asse di potere al di fuori di quell’eurocentrismo che aveva caratterizzato tutta la storia precedente. 
E poi il ’68, con la rottura generazionale. 
Il secolo breve si ferma al 1991, alla caduta dei muri, prima dell’avvento di internet.
Questo impagabile testimone dell’era moderna suggerisce, verso la fine del libro, dei modelli sociali plausibili che hanno funzionato, ma a suo avviso ‘troppo presto dismessi’. Si riferisce alle socialdemocrazie nordeuropee, modelli spesso ignorati a vantaggio di visioni ideologiche totalizzanti come il liberalismo e il ‘socialismo reale’. 
L’indicazione di Hobsbawm suona oggi quasi come un allarme nostalgico. Oggi assistiamo al progressivo smantellamento dall’interno di quelle strutture etiche e sociali che hanno assemblato un modello di successo duraturo, purtroppo poco esportato.

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giovedì 7 febbraio 2019

generazione x - douglas coupland



Ci son libri che segnano dei punti di svolta, nel linguaggio comune come nella visione del mondo in letteratura. Generazione X è uno di questi libri. 
Poco conosciuto in Italia ma acclamato nell’area anglosassone, più che tracciare un percorso stilistico ha funzionato da humus per autori come Chuck Palahniuk e, per certi versi, Bret EastonEllis e Irvine Welsh, che appartengono alla stessa generazione di Douglas Coupland, l’autore.

La Generazione X è nata durante gli anni più tesi della Guerra Fredda, come la crisi dei missili di Cuba, e cresciuta all’ombra della minaccia nucleare. Una generazione scettica, i cui tratti principali sono: 
un nichilismo di fondo, che cerca di mitigare con l'esistenzialismo, la consapevolezza del danno ambientale, e il rifiuto dell'eredità storica e sociale.

Tre amici, Andy, Dag e Claire, vivono le loro esistenze sospese in un presente precario in un non luogo, un’area residenziale sintetica nel deserto della California. Trascorrono il loro tempo insieme raccontandosi storie fantastiche, spesso tremende, facendo danni o scherzi esilaranti quanto borderline. Tutti e tre svolgono dei McJob, lavori precari, poco remunerativi e senza prospettive di carriera. E poco gli importa di cambiare, poiché tutti e tre avevano alle spalle occupazioni ben pagate e con buone prospettive di carriera. Un giorno hanno deciso che non ne potevano più. Dei loro capi, della mentalità competitiva, degli yuppies, del marketing del sogno americano. Guidati più dal rifiuto per un sistema vuoto e aberrante che da un risveglio interiore, e disincantati sui precedenti movimenti giovanili, la loro decisione di licenziarsi, o di farsi licenziare, non è altro che un punto di rottura. Che li porterà a una vita senza compromessi, perennemente instabile e incerta, ma immersa nel presente. Sogni futuri e passato muoiono tutti all’orizzonte.

Coniano neologismi e definizioni surreali per irridere il mondo circostante. 
Un ufficio open space è un  
'Recinto da ingrasso: postazione di lavoro piccola e angusta costruita con pannelli smontabili rivesti in stoffa, abitati in genere da un membro del personale impiegatizio. Così denominata a ricordo dei cubicoli usati dal bestiame prima della macellazione’.
Brasilificazione: Il divario sempre crescente fra ricchi e poveri e la conseguente scomparsa del ceto medio.
Questo romanzo senza una vera trama è in realtà una specie di Grande Fratello, generazionale e ante litteram. Tra aforismi, slogan, curiose definizioni, che compaiono a latere del testo come spot pubblicitari, i tre si muovono come in attesa di una svolta o di un risveglio, che non ci sarà, perché il loro è un esilio, non una ricerca. Sono paventati soprattutto da due cose: una visita ai (o peggio: dei) genitori, che loro trovano (a ragione) imbarazzanti. L'altra paura è il bombardamento nucleare.
Andy, il protagonista, arriva a sognarlo in un centro commerciale (il non luogo elettivo dell'agorafobia) ad immaginare l’intero edificio trasformarsi in un fondo a microonde, con le vetrate che fondono ed esplodono. Quasi a sperare, in una sorta di esorcismo della paura, che l’olocausto venga a spazzare via un’umanità decisamente indegna del pianeta (loro compresi) come una mano dal cielo. Perché la paura è anche un'altra: quella di vivere.

Un romanzo magnifico, afoso, solare, cinico e struggente, brillante. A un passo dal capolavoro, ma alle radici di un romanzo che lo è diventato: FightClub. 
Dove Coupland nel '91 si ferma alle domande, Fight Club di Palahniuk, nel '94, ci suggerisce feroci risposte. Trainspotting di Welsh nasce, almeno nella stesura definitiva, quasi contemporaneamente. Sono tutti romanzi che hanno raffinato le basi della cultura alternativa portandola a livelli di lirismo che poi è riuscito a trascendere l'energico, ma caotico, movimento Punk.

Un romanzo purtroppo poco conosciuto in Italia, dove, consentitemi il sospetto, può esserci stato un problema di identificazione culturale. In un paese dove il vitello d’oro della carriera e del posto fisso è stato venerato attraverso intere generazioni, e dove non c'è mai stato un vero movimento hippy, è più difficile identificarsi nella raggelante inconcludenza velatamente snob dei protagonisti. Mandare tutto agli stracci per accontentarsi di guidare auto scassate e vivere in un bungalow o in coabitazione, in Italia negli anni dello yuppismo più sfrenato era un tabù. Quelli che l'hanno infranto per lo più hanno lasciato l'Italia. Come me. Per inventarsi dei McJob, magari in riva a un mare tropicale o a Londra, ma McJob.

Ho letto questo libro solo pochi anni fa. M'avevano incuriosito alcune domande sui primi due libri che ho scritto. Due giornaliste soprattutto (curiosamente nessuna delle due viveva in Italia) mi avevano domandato se avessi mai letto Generazione X. 

Da allora l’ho letto due volte. L’ultima poco fa. 
Ovviamente i contenuti sono molto, molto diversi (e diciamolo: lo stile!) ma ci ho trovato dentro molle identiche a quelle dei miei personaggi, lo stesso rifiuto insofferente, le stesse domande. Ci ho trovato i connotati che contraddistinguono la Generazione X, la mia, anche se i miei personaggi si sono dati risposte diverse. In sostanza Generazione X mi ha ricordato chi siamo, in fondo alle nostre ossa. Una generazione, a ben guardare, il cui tratto principale è l’aver detto NO. A un sacco di cose e senza curarsi troppo delle conseguenze. 
Una generazione spesso sospesa in un limbo d’incertezze, quasi incapace di compromessi, ma che ha consegnato alla Storia il pensiero alternativo. E che si è assegnata il privilegio di diventare un Giovane Holden, alla bellezza di trent’anni.


Un libro importante. Seminale. Da non perdere. 
Soprattutto davanti al senno di poi.




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GOREDSEA
L'autore senza volerlo (o forse volendolo davvero) ci regala l'inno a una generazione molto particolare, una generazione che ha voltato le spalle al conformismo e ai principi del "buon senso", per la quale lo status symbol non è l'ultimo modello di macchina né il più nuovo telefonino, ma il supremo privilegio di poter andare in giro a dire "ieri ho nuotato con i martello



Figli di una Shamandura
LA STAMPA 
Tra barche, coralli e bar, i personaggi di Figli di una shamandura vivono e lavorano dimenticando la loro età anagrafica, sullo sfondo di un Egitto surreale e inedito, quello di Sharm el Sheikh e dintorni, popolato da turisti che lo sono ancora di più e di un mare splendido. Un libro - dice la presentazione della casa editoriale - dedicato a quelli che “se ne sono andati” con una sacca da sub in spalla, per esplorare la propria vera vita in un posto dove splende sempre il sole, tra gaffe, situazioni assurde, rischi del mestiere, cinismo e incongruenze, ma con addosso l’innocenza di chi guarda il mondo con occhi che hanno già scartato il conosciuto, la sicurezza e il banale. 


martedì 5 febbraio 2019

la tirannia della farfalla - frank schätzing



Se i thriller tedeschi e scandinavi stanno facendo le scarpe a quelli americani, un motivo c'è.
Quando leggo Schätzing non posso fare a meno di gioire per un Dan Brown europeo, più colto, più profondo e persino più avvincente del corrispettivo americano. Ma soprattutto: intellettualmente onesto. Ci riesce benissimo in questo libro, un mainstream dal tempismo bruciante. Intelligenza artificiale e piccole guerre infami, quelle ormai fuori dalle prime pagine, s'affollano in questo corposo romanzo per il pubblico distratto, per lo più sovraccarico di flash-news dall'orticello.

Ambientato tutto in California, si tiene miracolosamente fuori dal ritrito schema americano del thriller-avventura.
Come ne 'Il quinto giorno' il centro della narrazione resta una presenza, che qui è solo un passo indietro rispetto allo Hal 9000 e al monolite nero di Odissea nello spazio. L'eroe principale funziona da guida tra due realtà altrimenti impossibili da narrare. Il protagonista è il vice sceriffo di una cittadina della seconda contea meno popolata degli Stati Uniti, un afroamericano cupo e solitario con un passato glorioso ma pesante, che non si perdonerà mai un errore fatale.Un eroe sul quale non sono stati usati i soliti sotterfugi retorici per indurci a sostegno e identificazione. Non ci sono belle donne o terreni da riconquistare, come negli stucchevoli plot di Wilbur Smith e Dan Brown, né epiche rivalità fra maschi alpha, ma vite, anzi mondi, da rimettere insieme.
Se non interi sistemi morali da rivedere.
La competizione, così amata da certa narrativa, è qui suggerita come una delle radici del male.

La grandezza del protagonista si completa e trova la sua celebrazione nell'ultimo paragrafo del libro. Per il resto è pura azione corale, che però ci suggerisce una sfilza di domande - e di accuse - sull'intelligenza artificiale e sull'uomo, così maldestro e insicuro che è disposto a costruirsi un Dio artificiale purché ci sia qualcuno 'in alto' a guidarlo nelle sue scelte quotidiane. Schätzing gioca con la fisica, la meccanica quantistica e la filosofia in modo ferrato, agli antipodi della ciarlataneria diffusa.

Che anche Schätzing sappia manipolare il lettore non c'è dubbio: nasce come pubblicitario. Ma il suo sguardo volge sempre a un pianeta in ginocchio dal punto di vista umanitario e ambientale. Un mondo popolato da qualche mente eccelsa, ma dalle sviste epocali, e da superdonne per niente interessate a farsi 'conquistare'. Meno che mai dagli uomini.

Una storia costruita intorno alle ultime scoperte scientifiche, soprattutto quelle sulla coscienza, che stanno cambiando completamente il modo in cui noi stessi ci vediamo e ci percepiamo.

Un libro decisamente vertiginoso.
Ma un po' faticoso all'inizio. 
La scelta della narrazione al presente risulta, almeno per me, un po' ostica. La traduzione, chissà se dal Tedesco o dall'Inglese, fatica un po' a rendere la prosa di un autore sicuramente molto più capace. Un tempo presente che non brilla come quello di Murakami, per intenderci, in Kafka sulla spiaggia.

Da leggere, ma previa una buona pianificazione degli impegni e del tempo libero.
Non voltare un'altra pagina e mollarlo sul comodino è difficilissimo.



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lunedì 8 ottobre 2018

murakami - kafka sulla spiaggia





Non ho nessuna voglia di anticiparvi cosa succede nel libro, che toglie il fiato. Ringraziatemi per non rovinarvi le tante sorprese. Posso solo dirvi che in Kakfa sulla spiaggia ci sono due storie: una scorre nei capitoli dispari, l’altra nei capitoli pari. I capitoli dispari cominciano con un ragazzo che ruba i soldi e il cellulare al padre e scappa di casa, quelli pari con una storia che arriva piano piano, partendo dalle indagini protocollate delle forze americane d’occupazione su una presunta arma segreta utilizzata non si sa da chi in una zona rurale del Giappone. I capitoli dispari sono narrati al presente e in prima persona, quelli pari al passato remoto e in terza persona.

La combinazione è esplosiva.

Sì, ma cosa ci racconta?

Dell’entrare lentamente, e inconsapevolmente, dentro il sogno, usando tutti i sotterfugi di cui è capace uno scrittore che ha sentito fischiare il Nobel. Il reale e l’onirico s’intrecciano al punto che poi diventa impossibile discernere tra sogno e realtà. Murakami lo fa con una delicatezza tutta giapponese. Qualche orrore alla Palahniuk, ma solo poche pagine, in verità. L’orrore qui non è strumentale all’audience, ma alla narrazione: serve a far maturare delle scelte (del lettore e dei personaggi) tirando la tensione alle stelle.

Come ogni capolavoro ha diverse chiavi di lettura, tutte valide. Può essere letto in chiave esoterica, alla Alejandro Jodorowsky: in Kafka sulla spiaggia si gioca tantissimo sul ‘doppio’ e sul ‘corpo sognante’, ma l'autore si guarda bene dal dircelo. 
Può essere letto in chiave mitologica e psicoanalitica.
Poi ci sono i gatti. Murakami, come lo era Hemingway, è un noto gattaro. E in Kafka sulla spiaggia ci sono i gatti e c’è Nakata, un mezzo deficiente sessantenne che però ha il dono di parlare il linguaggio dei gatti.

Il gigante è lui: Nakata. Il protagonista, il ragazzo che si fa chiamare Kafka, è l’io narrante ma a svettare è Nakata. Quest’ometto che ha avuto la memoria cancellata e che non riesce più a leggere né a scrivere, uno totalmente incapace di ideazione astratta, che non è mai uscito dal suo quartiere… vale quasi tutto il romanzo. Ti fa stringere ed espandere talmente il cuore che poi ti vengono i dubbi su chi sia il vero protagonista.
Se il ragazzo che si fa chiamare Kafka è l’Edipo in chiave molto rivisitata, Nakata è Percival (o Parsifal) un sempliciotto che non è mai uscito dalla sua foresta, l’idiota che poi però trova la via per il Santo Graal in quanto predestinato. Come nella leggenda non lo trova lui stesso, ma potrebbe condurre al ritrovamento un altrettanto improbabile Galahad (un camionista puttaniere con precedenti penali) che gli fa da scudiero. Per chi non avesse capito che Nakata è Parsifal, Murakami ha inserito un riferimento surreale ed esilarante al Re Pescatore.

Sono due, i miti dunque: Edipo e Parsifal. Uno greco, l’altro sassone. Nelle culture strutturate, latina, greca e mediorientale, essere idioti è una colpa. Nelle culture tribali può essere un dono: l’idiota, o il pazzo, vede quello che altri non vedono. Edipo, Parsifal e Sigfrido vengono dallo stesso archetipo, e Murakami ci li propina tutti insieme facendo finta di niente.
Il ragazzo che si fa chiamare Kafka sembra una sorta di codice malevolo che Murakami usa per irrompere nel lettore e indurlo a esplorare (tra morbosità e lirismo, sempre calibrati) i vari miti, unendoli con uno sguardo così ampio che li trascende tutti, fino a renderli irriconoscibili.
Non vi dico altro. Preparatevi a 48 capitoli da leggere senza prendere mai fiato. E occhio al Colonnello Sanders. Lì ridete senza ritegno.

Capolavoro


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lunedì 13 agosto 2018

cuore di tenebra - joseph conrad



Cuore di tenebra è un libro che conosciamo tutti, anche se non lo abbiamo letto. La sua trascrizione in chiave moderna di Apocalypse Now lo ha consegnato per sempre all’immaginario collettivo.

Una trasposizione riuscita in modo sbalorditivo. Leggere un libro prima di aver visto il film e viceversa, soprattutto quando si tratta di capolavori della letteratura, lascia sempre un senso di delusione a favore del libro. Questo non m’è accaduto con Cuore di tenebra. Nel film di Coppola tutti gli archetipi sono stati rispettati. Semmai la narrativa è stata espansa per portarci nel cuore di una tenebra tangibile: la follia umana che persiste fino ai nostri giorni. All'epoca, la guerra in Vietnam.

Le citazioni cinematografiche sono infinite. A cominciare dall’apparentemente leggero ‘Riusciranno i nostri eroi…’ di Ettore Scola, dove Sordi nei panni dell’Editore Di Salvio cita espressamente il libro dicendo: ‘Rileggerlo!’, anche se più che Cuore di Tenebra il personaggio di Titino - Manfredi ricorda un hippy (ma altrettanto magnifico) Lord Jim. Per finire con Auguirre di Herzog, e con Fitzcarraldo, sempre di Herzog, dove una intera scena, grandiosa quanto surreale, è stata letteralmente ‘rubata’ dal testo di Conrad. È la scena dove un piroscafo viene trasportato a spalla da innumerevoli schiavi, tutti reclutati sul posto, per permettergli di superare un’ansa pericolosa del fiume. La colonna sonora dei Popol Vuh, che all’età di Conrad erano solo patrimonio genetico in cerca d’espressione, fa il resto. Senza parlare del ‘Silenzio degli innocenti’, dove Hannibal Lecter sembra l’ennesima riconfigurazione di Kurtz.



Non basterebbero mille pagine per raccontare quanto questo ‘racconto lungo’ o romanzo breve, di Joseph Conrad abbia influito sul cinema, sulla letteratura, l’arte e la psicanalisi moderna. Jorge Luis Borges, Gabriel Garcia Marquez, Ernest Hemingway, Luis Sepùlveda, e V.S. Naipaul, solo per citare alcuni Nobel o quasi, sono stati influenzati in più di un’opera (vedi Alla curva del fiume e Il vecchio che leggeva romanzi d’amore) non solo da Conrad autore, ma da questo racconto.

Un racconto seminale per la letteratura moderna 
Cuore di tenebra è una storia vera. Non poteva essere altrimenti: solo le storie vere riescono a bucare in quel modo. Una storia sicuramente romanzata nel personaggio di Kurtz, ma in una edizione-traduzione di Ugo Mursia (della quale non trovo le coordinate su internet) è riportato il diario di bordo del Capitano Joseph Conrad mentre risale il fiume Congo per raggiungere la più remota delle stazioni commerciali. Un viaggio compiuto nel 1890. Le teste mozzate, il suono dei tamburi nella boscaglia, l’inferno di decine di frecce e giavellotti che colpiscono la barca e uccidono il ‘secondo’ appartengono a un inferno realmente vissuto. Come la schiavitù, il disprezzo della vita degli indigeni da parte delle autorità coloniali belghe. Congo di David Van Reybrouck, saggista belga, ci spalanca gli occhi sulla faccenda, un problema che crediamo relegato a un mondo lontano e sottosviluppato. E invece è il nostro prossimo futuro. Un libro profetico, come lo è ancora oggi 'La follia di Almayer' sulla questione musulmana e postcoloniale.

I riti innominabili
Le pratiche di Kurtz, mai espressamente descritte nel libro, suggeriscono il cannibalismo. Una pratica che oggi si affaccia con inaspettata frequenza tra i serial killer proprio nel mondo occidentale. L’uomo predatore di uomini. L’uomo che si nutre di, o schiavizza, altri esseri umani. In Cuore di tenebra come nei serial killer leggiamo l’apoteosi catartica del mondo moderno, del mondo coloniale che fu e che non ha mai cessato di essere. Se prima intere regioni erano colonie di stati e di imperi, oggi l’intera umanità è colonia di affaristi multinazionali senza scrupoli, vittima del mito della competizione sfrenata. La dialettica di Kurtz, nichilista e adamantina, regna su un mondo senza speranza, perché l’uomo stesso è senza speranza. Come i lucidissimi serial killer odierni Kurtz ci ricorda cosa siamo lungo una lenta discesa agli inferi, dove le ultime parole sono: ‘L’orrore, l’orrore’.

Quella voce
In parecchi racconti di Conrad i personaggi chiave, portatori di un destino fatale, hanno una bella voce suadente. Anche Kurtz ce l’ha. Essi incantano, convincono, ottengono consensi centellinando controverse rivelazioni. Marlow, l’alter ego narrante di Conrad, risale quel fiume per ‘sentire Kurtz parlare’, per ascoltare la sua voce e le sue parole. Vuole ascoltare la voce ‘debosciata’ dell’uomo moderno che s’è fatto foresta primordiale. Risalendo il fiume fin quasi alla sorgente Marlow vuole abbeverarsi alla fonte di quel 'male' atavico che ancora alberga nella nostra amigdala, per vedere se in quello specchio leggerà la sua faccia. Lo fa da testimone, con una curiosità quasi giornalistica verso Kurtz quanto verso se stesso. Senza nessuna pietà, né per sé né per ciò che vede. Non è la pietà il topic di Cuore di tenebra, ma lo sgomento. Questa visione ‘quasi’ panica di quel mondo coloniale gli ha guadagnato a posteriori l’immeritata etichetta di razzismo.

Il racconto nel racconto conradiano
Conrad era un uomo d’altri tempi, un uomo riservato, duro e, pare, molto timido. Amava l’under statement, la vita frugale da uomo di mare. I suoi racconti in prima persona si servono sempre di un personaggio narrante. Scrivere direttamente in prima persona senza un filtro alla sua dignità e alla sua privacy per lui sarebbe stata una spudoratezza inaccettabile. Piuttosto una storia nella storia, anche se su quel piroscafo in cima al Congo non c’era Marlow, c’era proprio lui, il capitano di lungo corso Józef Teodor Konrad Korzeniowski. Eppure dal suo diario di bordo sappiamo che il racconto è opera di fantasia solo per una minima percentuale. Fu in quel suo primo malaugurato viaggio fluviale che Joseph Conrad prese la malaria. Da lì in poi la sua salute fu minata per sempre e iniziò a soffrire di problemi cardiaci. Questa condizione gli impose uno stop definitivo con la vita in mare. Ma donò all’umanità intera una serie di capolavori tra i più grandi di tutti i tempi. E una visione del mondo coloniale che cinquant’anni dopo ne determinò il collasso.

Dopo Cuore di tenebra
Esiste un romanzo che ha addirittura superato Cuore di tenebra. È ‘Alla curva del fiume’, di V.S. Naipaul. Il fiume è lo stesso, il Congo. Il protagonista non è un capitano riluttante, ma un commerciante indiano musulmano in cerca di un posto dove mettere nuove radici dopo la fuga da Zanzibar. Salim, a differenza del duro osservatore Marlow, ha pietà di se stesso. Se in Marlow apprezziamo la stoica curiosità, in Salim ci riconosciamo nella tenerezza, nei suoi cedimenti carnali e intellettuali. Salim è un Marlow che non si interroga più sull'ostinazione degli imperi. Salim ha perso definitivamente le sue radici e crede che in Congo, il paese più ricco di risorse dell’Africa, possa realizzarsi il suo sogno di stabilità. Ma il post-colonialismo delle società minerarie ridurrà il Congo, e le sue speranze, a un’icona dell’inferno, icona ormai radicata nell’immaginario collettivo, quanto la guerra in Vietnam è per tutti noi Apocalypse Now.


Leggi anche:
congo-david-van-reybrouck
alla-curva-del-fiume-v-s-naipaul.html

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mercoledì 27 giugno 2018

natura morta con picchio - tom robbins



Prima di scrivere cose già dette, mi sono fatto un giro sulle altre recensioni.
"Tom Robbins è un pazzo". Concordo pienamente. "Un po' ostico, forse non è il migliore per cominciare". E da qui vorrei partire proprio perché è con questo libro che dieci anni fa ho incontrato Tom Robbins. E anche la persona che me l'ha regalato. Ho deciso di rileggerlo, per capire perchè l'avevo trovato illuminante, geniale, ma un tantino ostico anch'io.
Fatto.
Innanzitutto non è il millepagine da ombrellone. Nessuno è pronto a vedere il proprio concetto del mondo ribaltarsi e fare le capriole ad ogni paragrafo.

Qui parla dell'incoronamento di una regina (chi è la regina viene dopo, ma è una sorpresa che ti fa smettere di leggere perchè lì ridi davvero).
"L'alba si levò simile a un emblema del buongiorno. Il sole splendeva con una faccia così, e anche gli orizzonti erano tutti un sorriso. Da confine a confine la gente si alzava come se avesse ricevuto un clistere allo champagne, convinta sul serio che quella sarebbe stata una gran bella giornata."
Puoi proseguire scorrevolmente con 255 pagine tutte 'almeno' così?
Vado avanti applicando la regola pasoliniana della pagina a caso, tanto con Tom Robbins non ti sbagli mai:
"...L'osservare i suoi colleghi in prigione l'aveva convinto che il furto, ispirato com'era dai più bassi istinti umani, non era degno di un fuorilegge. Che ci pensassero gli uomini d'affari e la canaglia a rubare e bidonare. Giurò di mai più farlo, almeno d'inalienabile necessità. Giurò anche di comportarsi con maggior sensibilità verso le donne, a cominciare da Judy Montana, se fosse riuscito a trovarla. Non ci riuscì. S'era aggregata a una banda di femmine votate all'eguaglianza le quali trascorrevano le serate a terrorizzare equamente gli uomini, a prescindere cioè dal loro grado d'innocenza o di colpevolezza. Accettavano i maschi come scagnozzi sottomessi, e se da un lato Bernard sapeva fin troppo bene che così parecchi avevano trattato per secoli parecchie donne, dall'altro non riusciva a capire come un mero scambio di malevoli ruoli potesse rendere chiunque più uguale o più a suo agio. Eppoi, lui non era lo scagnozzo di nessuno. Neanche della luna. Montana Polly s'era unita alla stessa gang di vendicatrici. Montana Molly s'era iscritta allo Spokane Success, istituto per segretarie d'azienda. La banda del Picchio s'era sbandata. Quattro suoi appartenenti erano in prigione. Un altro era stato randellato a morte con sedie pieghevoli dal circolo veterani del Jackson Hole. Altri s'erano dati alla politica convenzionale e agivano all'interno del sistema per alterare il sistema..." 
Mi fermo qui, ma in giro per il libro ce n'è davvero per tutti. Non c'è tregua.

La storia:
Una improbabile principessina d'improbabilissima famiglia reale in esilio, incontra un ecoterrorista, un dinamitardo detto 'il Picchio'. Accade alla Hawaii al festival Geoterapico, festival che il Picchio cercherà di sabotare in quanto ritiene i partecipanti dei buffoni New Age. Secondo lui solo le bombe scuotono le coscienze.
Lei e lui s'innamorano.

Dopo una serie di acrobazie erotiche e mentali, la domanda che si pongono è:
"Come far perdurare l'amore?"
Fior di scienziati e filosofi da secoli cercano di capire cos'è l'amore. Questi due amanti invece cercano di capire come farlo perdurare. L'amore si siede inavvertitamente su un regalissimo divano dove sonnecchia un regalissimo chihuahua...

Letto in chiave allegorica, il Picchio è l'Amore. Sostanzialmente un imprevisto, un sovversivo anarcoide. Bruttino e maldestro, ma maledettamente eloquente, è imprevedibile come un attentato. Ha capito tutto e quindi distrugge tutto. Sostanzialmente un terrorista, che mina e scompiglia il mondo precostituito, il progetto di una casa col mutuo come un matrimonio regale.
Leigh-Cheri (lo so è folle, ma la principessina si chiama proprio così) è malgrado il nome e l'improbabilità che la circonda, un personaggio gigantesco che cerca (e per certi versi trova) nella simbologia del pacchetto delle Camel molte risposte alle sue domande.

Come si fa a far perdurare un amore infarcito di spunti paradossali e politically uncorrect?

Passo subito all'altro aspetto che disorienta il lettore ordinario:
Come si fa a inquadrare un  romanzo del genere? Erotico? Drama? Commedia? Fantasy? Avventura? Filosofia? Viaggi? Satira sociale? O peggio: Postmoderno? Barocco? Realismo magico? New Age?

Mi immagino Tom Robbins alla spunta dei generi come autore indipendente dopo aver fatto l'upload su Amazon. Le poche caselle che potrebbe spuntare non basterebbero mai a definire questo libro, (gli algoritmi non consentono libertà del genere) e anche se potesse spuntarle tutte a piacimento ne mancherebbero molte altre. Io (non so lui) ne spunterei una sola: NON adatto ai bambini. E se ci fosse un non adatto ai benpensanti, spunterei anche quella. Ma lui l'ha già fatto. La sua vera fortuna è che non è mai stato approfondito dal pubblico prevalentemente mainstream. Se è ancora vivo (ha passato gli ottanta) lo dobbiamo al fatto che i dispensatori di fatwe, gli integralisti e gli ortodossi di ogni religione e ideologia, e quelli che siedono nei consigli d'amministrazione delle corporation, non l'abbiano mai letto neanche per sbaglio. O non l'abbiano letto bene. Bisogna dirlo: Tom Robbins s'è scelto un ottimo pubblico. Per questo è ancora vivo. La sua irriverenza è quella di un Charlie Hebdo, ma con una piccola differenza: una classe smisurata. E la classe non è accessibile a tutti.

Scritto nel 1980, il suo colpo d'occhio non fa ancora una piega (purtroppo). Le ultime sette pagine sono scritte a penna perché Tom Robbins, quasi alla fine del viaggio e dopo averla pitturata di rosso, distrusse la macchina da scrivere. Vi trascrivo l'ultima frase (totemica) del libro, tanto non spoilera un fico secco:

'Non è mai troppo tardi per farsi un'infanzia felice'

Sei pronto ad essere bombardato da aforismi che sembrano usciti da un Oscar Wilde un po' hippy e molto, molto dissacrante? Allora questo libro è per te.

Temo sia proprio questo il capolavoro dell'autore che Fernanda Pivano ha definito "il più pericoloso scrittore vivente." 
Ve  lo dirò dopo aver riletto tutti gli altri.

leggi anche:
il figlio del dio del tuono


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martedì 27 marzo 2018

never never su bookabook - intervista con l'autore



“Never Never parla dei rischi che nascono dalle nuove tecnologie, di uno stupido videogioco in grado di distruggere le relazioni sociali tra gli esseri umani gettando il mondo in una nuova era di barbarie... un modo un po' estremo forse di esplicare le mie paure rispetto a quello che vedo riflesso nella generazione dei miei figli. Contemporaneamente è un libro che vuole ribaltare la morale comune e il concetto di "Happy Ending" per mostrare come al giorno d'oggi purtroppo sempre più spesso sono i furfanti a farla franca, a discapito dell'uomo comune. Alla fine è la storia di due incredibili egoisti trionfanti.”

Il primo punto di forza di Never Never è che Diego Cabras non poteva scegliere un argomento migliore, in uscita quasi in sincrono con i fatti di facebook. Ho letto la prima stesura, è una storia molto originale, avvincente e terribilmente attuale, che ci mostra quello che stiamo rischiando adesso.

“Io vedo coppie al ristorante impegnate a chattare sullo smartphone anziché parlarsi – dice Diego - i nostri figli si stanno già scollando dalla realtà sociale anche se a volte ci rifiutiamo di vederlo. Credo sia un libro adatto sia per gli adolescenti che per gli adulti, diciamo almeno quelli in grado di gestire uno smartphone.”

Diego Cabras è un accanito lettore, gli chiedo quanto l'aver letto molto ha influito sulla sua decisione di scrivere.

"Beh, in effetti ha influito molto; ho passato anni a dirmi quanto mi sarebbe piaciuto riuscire a scrivere qualcosa di bello come le cose che ho letto, ma poi non sapevo da dove si dovesse cominciare. Un giorno mi stavo annoiando in attesa dei miei figli al corso di nuoto e, dopo essermi fatto prestare carta e penna ho scoperto che le storie si "scrivono" da sole appena arriva l'idea arriva. Sono un marito e un padre di famiglia, anche se con una propensione superiore alla media alla fuga, sia fisica che mentale. Leggo di tutto; mi rendo conto di essere un po' maniaco ma passo senza soluzione di continuità da Celine a Solgenitsin a Palahniuk a Clive Cussler, anche se devo ammettere di avere un vero debole per il romanzo storico.”

Il secondo punto di forza è che Diego ha scelto di donare le royalties, i diritti d’autore ad una fondazione che si occupa di bambini malati, un bellissimo gesto. Questo gesto vale due volte. I nuovi autori fanno di tutto per farsi conoscere  e immettono le loro opere gratuitamente sul mercato. Ma così facendo alimentano la cultura del gratis e del royalty free.

“Ho pensato che io un lavoro ce l'ho già (gestisco un B&B con mia moglie) e almeno per ora non devo certo vivere con la scrittura, che tra l'altro ho sempre considerato un hobby a costo zero. Ho deciso di devolvere i diritti d'autore alla fondazione Tommasino Bacciotti di Firenze perché si prendono cura di bambini sfortunati, malati di tumori cerebrali, e delle loro famiglie. Quando hai dei figli piccoli ti poni spesso il dubbio di come sarebbe la tua vita se una simile disgrazia capitasse a te e allora non c'è niente di meglio che fare la propria parte! tra l'altro ho conosciuto personalmente il presidente e fondatore della fondazione e l'ho trovato una persona fantastica.”

Il terzo punto di forza è la casa editrice. È una start-up della quale avevo già letto e che propone una forma di editoria innovativa e ‘fair’ per l’autore.

“Bookabook mi ha convinto da subito. Era da più di un anno che svariati amici cercavano di convincermi a pubblicare qualcuno dei miei racconti e in effetti avevo trovato almeno quattro editori dispostissimi a stampare un mio libro purché.... pagassi tutto io! Direi che il mio ego non arriva così in alto da sacrificare qualche migliaio di euro solo per vedere il mio nome su una copertina che poi magari non avrebbe venduto nemmeno una copia. Bookabook invece ha trovato il modo per non rischiare e non far sobbarcare tutte le spese allo scrittore esordiente di turno; la campagna di raccolta fondi sopperisce a tutto ciò e permette pure di capire, prima di andare in stampa, se il libro in questione ha qualche possibilità di incontrare i gusti del pubblico.... è come un lungo banco di prova.”

Mi racconta come funziona…

“Bookabook ti fa affrontare due livelli di scrematura al termine dei quali ti dicono se ti accettano e puoi partecipare alla campagna di crowdfunding con loro. A quel punto ti fissano una data di inizio, ti aiutano a creare un volantino da usare online per la campagna e ti fanno un colloquio telefonico per darti un po' di dritte per la campagna. Se la campagna va in porto (200 copie /giorni) passano il tuo manoscritto a due diversi editor che ti "fanno le bucce" e poi insieme a loro il testo viene ri-editato a dovere, in contemporanea ti devi vedere e sentire col grafico per l'impaginazione e la copertina. In più la tua campagna può andare avanti nel frattempo per cercare di raggiungere l' "overgoal" (altre 150 copie/ 50 giorni), se ce la fai l'editore comincia a martellare autonomamente giornali, blog e facebook & twitter intanto che il libro si prepara ad andare in stampa. Quando è tutto pronto il testo viene contemporaneamente spedito ai sostenitori e sottoposto alle librerie.”

È il momento dei link e del messaggio ai lettori. Diego, cosa vorresti dire ai lettori?

"Aiutatemi nella mia campagna!!! Ricordate che lo fareste per ben due buone cause: dei bambini sfortunati che hanno bisogno del nostro aiuto e… una crescita del mio ego scrittore ;-)"


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mercoledì 7 marzo 2018

selvaggi (rewilding) - george monbiot



Possono i lupi cambiare il corso dei fiumi? E le balene tenere sotto controllo la CO? Può la reintroduzione dei grandi predatori far aumentare esponenzialmente la flora e la fauna, la biodiversità? 
Un Serengeti davanti alla porta di casa è il sogno del rewilding, la rinaturalizzazione. 
Rewilding vs. conservazione = ecosistema funzionante vs. ecosistema organizzato.
“Noi non miglioriamo un ecosistema gestendolo, ci limitiamo semplicemente a cambiarlo.”
Un viaggio del cuore, in kayak nel canale d’Irlanda, a piedi, dall’Amazzonia all'Africa orientale, nelle foreste della Slovenia e nelle brughiere della Scozia e del Galles. Ma anche attraverso le nostre abitudini e il nostro concetto di  conservazione che è spesso 'culturale', ossia volto a favore delle attività umane, come la pesca e l'agricoltura, più che della biodiversità.
Il rewilding è la capacità della natura di rigenerarsi se lasciata in pace, la capacità di riappropriarsi dei territori ‘gestiti’ dagli umani, restituendo una ricchezza inimmaginabile, anche sotto l'aspetto economico. 
Un viaggio attraverso le cascate trofiche, dove i grandi animali e i predatori d’apice impongono dall'alto cambiamenti nell’ecosistema controllato, arricchendolo.
“I predatori d’apice non si limitano a sopprimere le popolazioni che senza di loro diventerebbero infestanti, ma ne alterano il comportamento.”
La rinaturalizzazione entra in collisione con una logica radicata dove troppo è dato per scontato, come i sussidi all’agricoltura, ormai insostenibile, che produce meno di un quarto del reddito prodotto dalla fauna selvatica, nonostante occupi un’area immensamente maggiore rispetto a quest'ultima. Se la reintroduzione dei lupi ha cambiato il corso dei fiumi a Yellowstone park, la distruzione della tridimensionalità dei fondali da parte delle reti a strascico ha modificato le carte nautiche. Eppure, scrive Monbiot, è proprio dal mare che possiamo aspettarci i risultati migliori. Quando il mare viene lasciato in pace si rigenera ancor più velocemente del territorio. Purtroppo, lo sa bene Monbiot, il rewilding è imprevedibile e difficilmente troverà consenso nella logica moderna:
 “A differenza del conservazionismo, non ha un obiettivo fisso: non è guidato dai gestori umani ma dai processi naturali. Non vi è alcun punto d'arrivo prevedibile.”
Scientificamente ben documentato (laureato in zoologia, Monbiot è un famoso columnist per The Guardian ed è stato corrispondente per la BBC) Rewilding è all’altezza di altri di ‘Collasso’, di Jared Diamond, ma con un piglio meno spocchioso, più personale, e decisamente più onesto sul riscaldamento globale. Quello di Monbiot è un viaggio fisico, denso di emozioni, oltre che scientifico. Rewilding è un libro d’avventura, la più grande avventura dell’umanità sul ‘che fare?’ con la natura:
“Voglio vedere il lupi perché sono i mostri necessari alla nostra mente, abitanti di un mondo più emozionante del nostro”
Una piccola nota sulla traduzione: non è all'altezza del linguaggio di Monbiot, alcuni termini sono errati. Si poteva fare molto, molto meglio su un libro di questa portata.

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sabato 3 febbraio 2018

il quinto giorno - frank schätzing


Il quinto giorno è uno dei libri migliori che abbia mai letto, di quelli che ti vien voglia di regalarli a tutti. 
Non dovrei neanche esserne troppo sorpreso, tra subacquei e biologi marini è un libro cult. Un libro che ti tiene incollato per oltre mille pagine.

Il titolo, che in tedesco è Der Schwarm (lo sciame) in Italiano è stato tradotto con ‘Il Quinto giorno’ da un passo della Genesi citato nel libro: 

“Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie.”
Il titolo originale (Der Schwarm) è un chiaro riferimento all’intelligenza collettiva, quella forma d’intelligenza che trascende l’individuo e si manifesta negli stormi, negli sciami e nei banchi di pesce. Nel titolo italiano il riferimento invece è nel mistero di quel quinto giorno della Creazione, quando Dio diede vita ai mostri degli abissi, gli abitanti del luogo meno conosciuto del pianeta: il fondo degli oceani. 
Una intelligenza aliena, in quanto completamente diversa dalla nostra li abita.
Jorge Luis Borges ne avrebbe fatto un breve racconto, denso e vertiginoso. 
Schätzing ne ha fatto un thriller articolato, scientificamente e filosoficamente ineccepibile.

What if?
La base di ogni fiction sta in quella domanda: supponiamo che. Supponiamo che il Mare, o un’intelligenza che lo domina, si stanchi di subire danni dagli umani si ribelli, per sopravvivere. Se il mare, che abbiamo sempre visto come fonte di sostentamento dalla pesca allo sfruttamento minerario, si ribellasse esattamente come fanno gli anticorpi con un virus, noi non avremmo scampo.
Le conseguenze andrebbero oltre l’immaginario più catastrofico di Hollywood. 

CIA, biologi marini, ambientalisti, genetisti, Navy SEAL pentiti, esperti di comunicazioni con ipotetiche intelligenze aliene e forze armate americane cercano di risolvere il problema ma con approcci diametralmente opposti. In una delle rare autoindulgenze dell’autore c’è questa illuminate considerazione, messa in bocca a un personaggio:

“Sembra un film di Hollywood dove gli scienziati cercano di salvaguardare a tutti i costi una intelligenza aliena e pericolosa per studiarla, e dove i militari sparano a tutto ciò che non capiscono.”

Ma del superficialismo Hollywoodiano Il quinto giorno ha ben poco, è anni luce avanti a soggetti come ‘Abissi’ di Peter Yates, dove una intelligenza aliena ci insegna a vivere e ci mostra i nostri peccati come in un confessionale di provincia.

Quando ho girato l'ultima pagina, ho detto: soltanto un tedesco poteva scrivere un'opera del genere.
Questo senso di big picture, la capacità di trasformare la scienza in emozioni, senza troppi effetti speciali, la visione analitica, realistica, anche in un thriller d'azione pura, come Il quinto giorno, è tipicamente tedesco. Ne 'La Guerra contro gli Chtorr' David Gerrold affronta una situazione analoga: alcune specie aliene cambiano l'ecosistema terrestre a discapito degli umani. I militari cercano di affrontare l'emergenza con lo stesso approccio: un punto di vista filosofico. Ma Schätzing va oltre l'invasione aliena, ci ricorda che siamo noi, gli invasori.
La specie 'aliena' in questione è il più antico abitante del pianeta che un giorno, per difesa, mette su gli anticorpi e ci tratta come un virus. 

Il quinto giorno ha tante di quelle implicazioni che lo paragonerei a ‘Il nome della rosa’ di Eco, un altro thriller di erudizione.
Ringrazio Alessandro, un amico subacqueo, che ha letteralmente insistito affinché lo leggessi.




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