domenica 25 aprile 2021

moby dick - herman melville

 


 

"... Il libro non è un romanzo, né un trattato di cetologia. È qualcosa di entrambi: uno strano lavoro selvaggio con la vegetazione intricata e rigogliosa delle foreste americane, e non l'ordine di un parco inglese curato. La critica può cogliere molti buchi in questo lavoro; ma nessuna critica ne ostacolerà la fascinazione."

 - London Leader, 8 novembre 1851

Quando un libro continua a riemergere, soprattutto se sono passati molti anni, è il momento di tonarci su. Ma una lettura come Moby Dick non è impresa facile. Sarò sincero: avevo letto per prima una sua riduzione per ragazzi, a scuola, poi a venticinque anni avevo affrontato l'edizione integrale. Saltando fior di paragrafi. All'epoca, tra gli altri, leggevo Thomas Mann, Stendhal, Dostoevskij e Shakespeare. Chissà cosa ci capivo, nessuno di loro era di facile lettura, ma Moby Dick... 

Recentemente scopro che è nelle corde più profonde di Sepùlveda e del Capitano Watson di Seashepherd. Entrambi, in un modo o nell'altro, si identificano con la balena bianca. Ma è lo scrittore Sepùlveda a dedicare al tema almeno due romanzi e parte della sua vita come attivista di Greenpeace.  La tentazione è quella di rileggerlo in lingua originale, ma poi mi dico: cosa può pretendere il mio immaginario italofono per non affidarsi a un Cesare Pavese? Moby Dick, stavolta, mi guarda dalla libreria della mia compagna. Lo apro: è quasi intatto, non una ruga sulla costa. Capisco.


Achab nell'immaginario collettivo.

Moby Dick è un'opera ponderosa, 588 pagine nell'edizione Adelphi, ma quello che è entrato nell'immaginario quasi come un moderno archetipo è riassumibile nelle prime cinquanta e nelle ultime venti pagine. Ciò non rende giustizia a questo 'strano lavoro selvaggio', che è insieme un saggio, un romanzo di mare, una tragedia shakespeariana, una commedia brillante, una pièce teatrale e un noir psicologico, il tutto narrato con tono prevalentemente biblico. Un editor moderno griderebbe: 'Troppa carne al fuoco!'. Mi domando, come scrittore, cosa avesse pensato davvero e quanto avesse influito Nathaniel Hawthorne, levatrice in questo parto, su un'opera così audace, a tratti lugubre, a volte brillante, decisamente affastellata. 

Purtroppo non ci è dato a sapere. Resta, semmai, una interessante investigazione per una fiction storico-letteraria. Mentre mi pongo domande senza risposta il taglio hollywoodiano ha preso il sopravvento: Achab, personaggio chiave, è un uomo posseduto, un uomo quasi senza sfumature nel perfetto stile dicotomico di chi vuole dare risposte semplici a domande complesse. Nel romanzo Achab sembra un povero diavolo, triste e solitario. Un tipo grigio, capace solo nel suo mestiere e con un decente, ma incompleto, ascendente sugli altri. Achab è il prototipo psicologico dello 'sparatore' (shooter) americano, un fallito che un giorno uccide i dipendenti dell'azienda che lo ha licenziato. Un uomo che ha subito un torto e medita vendetta. Il suo nemico è la balena bianca che gli ha portato via una gamba. Non esita a trascinare l'intero equipaggio alla distruzione in un lento percorso verso un delirio sommesso. Il delirio accelera quando lui decide di ignorare una richiesta di soccorso dalla 'Rachel', una nave che ha perso parte del suo equipaggio (i suoi figli) in mare con le lance, durante una battuta di caccia. Ed è lì che Achab si danna. Si danna ignorando i presagi del marinaio persiano, si danna nel pieno esercizio del suo libero arbitrio. Nello scegliere la vendetta ad un atto umanitario egli disprezza il codice d'onore della marineria e accoglie in sé, già avvertito da innumerevoli presagi, la dannazione degli dei. Abbandonare chiunque in mare, va purtroppo ricordato in questi tempi, per un marinaio è il peccato più infamante. Ce lo rammenta Conrad in Lord Jim, forse il suo dramma più grande e complesso.


Perché Moby Dick è considerato il più grande romanzo della letteratura americana.

La letteratura americana ha prodotto opere immense, da far impallidire l'Europa moderna, è quindi lecito chiedersi come mai un libro lento, elaborato all'eccesso, fitto di reiterazioni, sia considerato tale. La risposta è semplice: c'è dentro il DNA del romanzo moderno, c'è l'erudizione scientifica (riferita ai tempi e con qualche ingenuità) c'è dentro un equipaggio che rappresenta tutti i continenti e le etnie conosciute del globo più un nativo americano, nel perfetto mito dell'inclusività,. Il Pequod, la nave baleniera di Moby Dick, è il famigerato melting pot. C'è dentro il sogno americano con tutti i suoi orizzonti e le sue tragedie, decise da uomini tristi ma volitivi che condannano a morte altri uomini e loro stessi nel nome di una parossistica competizione. Ci sono il mito, la bibbia e la psicologia. Non ultimo, si presta a innumerevoli livelli di lettura. Moby Dick, rispetto a un romanzo di un Umberto Eco, non si è lasciato dietro niente. Semmai ha esagerato nel bagaglio. Con indulgenze che remano contro la scorrevolezza. Solo che Hermann Melville c'era davvero. La sua forza è quella dell'autore moderno: la vita dell'autore autorizza il romanzo. Immagino lo stesso manoscritto nelle mani di uno Steinbeck o di un Hemingway o di un Truman Capote come editor. In trecento pagine, non una di più, avremmo lo stesso effetto, senza un minimo di fatica. Non sorprende troppo che Moby Dick fu un fiasco totale. L'opera fu recuperata settanta anni dopo. 

Fu colpa di Hawthorne? Di nuovo: non possiamo saperlo. Sappiamo che fino a Moby Dick Melville fu uno scrittore dal discreto successo e che, sostenuto da Hawthorne, si cimentò in un'opera che nella letteratura italiana potremmo paragonare a un Horcynus Orca (altro capolavoro che ho lasciato a metà e che, giuro, rileggerò).

NB: come recensore sono affidabile solo fino a un certo pubblico. Per quanto ci abbia provato tantissime volte in Inglese e in Italiano, non sono mai riuscito ad amare/capire Joyce. Confesso di avere lo stesso limite col jazz. I miei limiti hanno trovato la pace in una massima di V.S. Naipaul 

Vorrei una prosa trasparente, non voglio che il lettore inciampi su di me; voglio che lui veda attraverso le mie parole ciò che sto descrivendo. Non voglio che lui dica "Oh, santo cielo, com'è scritto bene!": sarebbe un fallimento.

 

Uno scrittore costruisce mondi

In questo Melville riesce benissimo. Ci porta nel mondo della gente di mare, dei balenieri, e dell'ironia spocchiosa e incredula che la gente di mare riversa sulla gente di terra. Soprattutto se prima di imbarcarsi si è fatto altro. Nella descrizione di New York, alle prime pagine, ho visto me stesso, consapevole che la vita in mare è un viaggio senza ritorno. L'elegia alla vita in mare è la circolazione sanguigna del romanzo. Leggendolo si è marinai, si è balenieri, si è reietti e avventurieri su legni coi quali non usciremmo una domenica pomeriggio su un lago in assenza di vento. Era un mestiere da pazzi. 

C'è il matrimonio tra il narratore e il selvaggio Quiqueg, che viene sottolineato spesso, ma che la voce narrante presenta come un esotismo, vissuto quasi da goliardata. Quiqueg nell'opera quasi scompare, per riapparire verso la fine in una esilarante scena in cui tutti lo danno per morto, tanto da costruirgli la bara, e lui si rialza dal letto come se niente fosse. Ma i migliori tra i mondi fittizi affondano le radici nella realtà. Il cuore pulsante di Moby Dick attinge da uno dei fatti più strani nella storia della marineria: l'affondamento dell'Essex, nel 1821, ad opera di una balena bianca al largo di Mocha, un'isola del Cile, da cui Mocha Dick e poi: Moby Dick.


Retaggio ecologico

Melville, da uomo di mare capace di acuta osservazione, sa che gli squali non attaccano i marinai se non per sbaglio o quando sono eccitati, ma si riferisce a balene e capodogli più spesso come mostri, o leviatani. Allo stesso tempo descrive la biologia dei grandi cetacei (con le cognizioni limitate dell'epoca) e le loro pene con una pietà rarissima, da vero innamorato delle specie. Ma l'identificazione tra la preda e il cacciatore è un fatto antico, lo sappiamo, e Melville va oltre: dedica alla preda quasi più pagine che all'epica del cacciatore. Intravvediamo la regola per cui la grandezza dell'eroe è pari alla grandezza del villain. Moby Dick, unica tra le balene, ha il privilegio e la statura di un cattivo di Bond. Melville ci dice, neanche troppo velatamente, che uccidere balene è uccidere esseri 'superiori'. La ripugnanza ad uccidere, la ripugnanza per questa sorta di corrida, è palpabile in tutta la narrazione, tanto che a tratti sembra di leggere un mea culpa. 

Il lecito dubbio è che si tratti soltanto un espediente drammatico. Le sue considerazioni sull'abbondanza delle specie marine, nel contesto, sono quelle di un odierno rivenditore di prodotti di medicina tradizionale cinese: 'La natura è grande, non finirà mai le sue scorte' Ma involontariamente Melville, grazie al senno dei posteri, ci sbatte in faccia la nostra svista più colossale: bisonti e balene furono gettati sull'orlo dell'estinzione proprio per questo concetto. La risposta di Melville è quasi ininfluente rispetto alla domanda: quello che conta è che lui, eroico baleniere del diciannovesimo secolo, quella domanda se l'era posta davvero. Nella balena bianca e nei dettagli disseminati si leggono già a chiare lettere due dinamiche moderne: la vendetta della natura ferita e l'ossessione di una specie che vuole domare la natura al costo di distruggere se stessa. La nostra.


Genesi e Nemesi d'un capolavoro.

Melville era un uomo di cultura. Nessuno si aspettava, centosettanta anni fa, che un marinaio baleniere conoscesse il mito e la storia antica, pur se citati aneddoticamente. Tantomeno che si intendesse di etologia, biologia e di anatomia dei cetacei, anche se per uno sguardo diretto ed istruito etologia e anatomia ci stanno eccome. Purtroppo per molti versi, visto lo sfoggio di erudizione, la costruzione complessa delle frasi e della storia, un capolavoro come Moby Dick sembrò un romanzo artificioso, tanto da apparire fittizio allo scrittore di mare che ritengo il più grande di tutti i tempi.

"Anni fa ho esaminato Typee e Omoo , ma siccome non ho trovato quello che cercavo, non sono andato oltre. Ultimamente avevo in mano Moby Dick . Mi colpì come rapsodia piuttosto tesa, con la caccia alle balene come soggetto, ma non una singola riga sincera."

Joseph Conrad a Humphrey Milford, 15 gennaio 1907

Mi guardo bene dall'attribuire stellette ad un'opera come Moby Dick. C'è gente che recensisce su Trip Advisor Piazza San Pietro e i Musei Vaticani, e non voglio minimamente assomigliare a quella risma. Mi rifaccio alle critiche autorevoli che ho citato: il Leader di Londra e Joseph Conrad, nelle quali, soprattutto la prima, mi riconosco un po'. Moby Dick resta un romanzo seminale, imprescindibile per chiunque legga, o scriva, di mare.

Per approfondire:

http://www.melville.org/download.htm

storia di una balena bianca raccontata da lei stessa.html

l'irriducibile capitano watson/


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sabato 20 marzo 2021

contro le elezioni: perché votare non è più democratico - david van reybrouck


 Ho incontrato Van Reybrouk leggendo un suo libro solidissimo, Congo, recensito in questo blog. Dalla sua biografia leggo che è un archeologo. Non mi stupisco: Jared Diamond è un ornitologo, come Peter Godfrey-Smith un filosofo, entrambi autori di capolavori (anche loro recensiti in questo blog). Sono tutte menti brillanti che dimostrano come il mondo già proiettato verso il futuro si basi su 'contaminazioni' interdisciplinari. Onestamente, non m'aspettavo un discorso politico di tale forza innovativa dall'archeologo autore di Congo. M'aspettavo qualcosa di diverso, invece sembra di leggere David Graeber, l'antropologo recentemente scomparso, una delle menti più acute di Occupy Wall Street e di Extincion Rebellion. 

Apro una parentesi personale, che non ha molto a che vedere con il contenuto del libro, ma è un mio ragionamento che credo valga la pena di sottoporre su un tema molto, molto caldo:

che la nostra forma di democrazia non stia funzionando bene se ne sono accorti in tanti. Tanto che il malfunzionamento spinge alcune persone a desiderare tipi di governo più autoritari. In effetti, non c'è paragone tra l'agilità delle dittature e quella delle democrazie davanti alle emergenze. Un esempio è la risposta della Cina al Covid-19. Tuttavia, anche tra i fanatici dei governi forti, pochi sarebbero veramente disposti a rinunciare ai vantaggi della democrazia, al suo naturale equilibrio pluralista, al rispetto delle idee e della persona. E i dittatori odierni... si fanno eleggere.

Van Reybrouck non mette in discussione la democrazia in sé, ma la sua forma attuale. E ci dà giù durissimo.

"...il sorteggio è stato completamente escluso dagli architetti del sistema rappresentativo, a eccezione di un solo ambito: quello della della giuria popolare in materia giudiziaria. Noialtri, fondamentalisti elettorali, ci aggrappiamo da decenni al voto come se fosse il Santo Graal della democrazia, e ora ci rendiamo conto che il nostro attaccamento si è indirizzato verso l'oggetto sbagliato, non era il Graal ma un bicchiere di veleno, un metodo espressamente introdotto come strumento antidemocratico"

Van Reybrouck parte dalla Grecia antica, con la sua democrazia a sorteggio, o rappresentanza aleatoria, dove i cittadini venivano sorteggiati per ricoprire cariche pubbliche e prendere le decisioni per conto della comunità. Il sistema funzionava benissimo. Fu adottato nel Rinascimento, sorteggiando membri di famiglie influenti, per poi essere sostituito dal voto. 

Ma tra il XIX e l'inizio del secolo successivo, chi poteva votare e chi poteva essere eletto?

Non tutti. Le donne, per esempio, hanno ottenuto il voto solo in tempi recenti, e i candidati venivano scelti prima dalle élite, e poi dai partiti politici. In sostanza, secondo Van Reybrouck, se all'inizio non ci rappresentava né che votava né chi veniva votato, ai giorni nostri chi viene eletto è ancora più lontano dal rappresentarci.

"We are 99%" era lo slogan di Occupy Wall Street, un movimento erroneamente associato all'economia. Era tutt'altro e di di più: Occupy nasce come assemblea, una sorta di Agorà in un parco pubblico di New York. Il movimento (come il suo parallelo spagnolo, gli Indignados) puntava il dito sull'effetto più disfunzionale e contraddittorio della democrazia elettorale: la competizione. In tutto il mondo assistiamo a penose sequele di insulti, di trappole, di veri e propri combattimenti anche all'interno degli stessi partiti e schieramenti. Di odio tra gli schieramenti. Questo spettacolo ci indica l'avvenuto tradimento dello spirito più profondo della democrazia che è, in sostanza, partecipazione.

Un libro illuminante, ben sostenuto da interessanti analisi storiche e da citazioni di sociologi e altri eminenti osservatori. Da leggere alla luce degli ultimi fatti. La tragedia americana, con l'elezione di Trump, personaggio sicuramente affetto da disturbo narcisistico della personalità, sostenuto da una poderosa macchina manipolatrice dei social e da pericolose lobby, credo abbia fatto riflettere un po' tutti sulle trappole della democrazia elettorale. Trump è stato la punta di un iceberg nella quale abbiamo riconosciuto i suoi  innumerevoli sosia sparsi ad ogni latitudine. 

Vorrei concludere con una massima che non ho mai smesso di ripetere a me stesso, anche se non di Van Reybrouk, ma di Douglas Adams:

"A chiunque sia capace di farsi eleggere presidente non dovrebbe essere permesso di accedere all'incarico, perché è il meno adatto a ricoprire il ruolo."


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i rischi della percezione


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venerdì 5 marzo 2021

i rischi della percezione - bobby duffy

 


Il sottotitolo de 'I rischi della percezione' è emblematico: 

'Perché ci sbagliamo su quasi tutto'.

Bobby Duffy, l'autore, è attualmente professore di Public Policy al King's college di Londra ed è stato il Managing Director di Ipsos-Mori, una delle società più autorevoli al mondo nel market research. Il libro è un suo commento ai risultati di una indagine condotta in 37 paesi sviluppati nel mondo. 

Il quadro ha solo un lato rassicurante: il mondo è assai migliore di quanto lo percepiamo. Il resto, invece, preoccupa: è il ritratto di una umanità cupa e disinformata sui numeri reali. Si parte da domande quasi innocue, come il tasso di obesità o sovrappeso tra i ventenni, sottostimato tranne che in India, e la percentuale di cittadini sopra i 65 anni, per arrivare alla criminalità, all'immigrazione, alla percentuale di musulmani tra gli abitanti e così via. Sono domande alle quali, per il cosiddetto uomo della strada, è difficile rispondere con precisione, ma che nella loro aggregazione rivelano l'immagine che ci siamo fatti delle società in cui viviamo.

Spesso questa immagine si discosta brutalmente dalla realtà dei numeri. Se si parla di obesità e di consumo percepito di zucchero i numeri sono sottostimati, ma su immigrazione, criminalità e percentuale di ragazze madri la sovrastima è quasi la norma. 

Colpa dei titoloni-esca della stampa o dei social, dove le fandonie sono il doppio delle notizie vere? Probabilmente sì. Certamente l'informazione concreta, quella fornita da enti il cui unico scopo è raccogliere dati, o non arriva o non rimane impressa nelle menti dei cittadini.

Ne escono bene tedeschi e svedesi, in fondo alla lista dei creduloni, o dei disinformati. In cima alla lista due paesi, dei quali uno è l'Italia.


Amareggia ma non sorprende che l'Italia superi addirittura gli USA per la percezione errata della realtà sociale. L'autore, nella sua analisi ragionata, ci offre degli strumenti validi per interpretare i dati e lo fa proprio dall'inizio, spiegandoci quanto sia influente e manipolatorio l'uso dell'allarme e della paura. Vi attingono a man bassa molti media e politici, per un tornaconto che nel secondo caso si rivela un vero e proprio addestramento.

Peccato che nel PDF, disponibile gratis in rete non appaiano alcuni grafici come quello nella figura sopra e l'analisi, fredda e impeccabile, di Bobby Duff. Il saggio, invece, edito in Italia da Einaudi, è molto più che esauriente. Peccato che chi dovrebbe leggerlo non lo farà.


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venerdì 26 febbraio 2021

storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare

 



Il più grande terrore per chi abbia adottato un gattino è che un grosso uccello se lo porti via. Inizia così  questa toccante fiaba di Sepúlveda capace di smuovere cuori stagionati. Più avanti Zorba, un gatto nero, si trova a dover accudire un uovo perché ha promesso di farlo. Non andrò oltre con la trama, rovinerei la sorpresa, il piacere di innumerevoli trovate a chi legge. Come ogni sudamericano che si rispetti, Sepulveda sa essere un affabulatore surreale, ma capace di una precisione chirurgica negli intenti. Ci racconta della vita segreta dei gatti, delle loro esplorazioni disseminate di pericoli, di combattimenti, di alleanze, di studio del nemico. Di vite come la sua.

Mi sono sempre piaciuti i gatti. Mi piacciono tutti gli animali, ma con i gatti ho un rapporto speciale. Tanti anni fa conobbi un astrologo cinese e anche se non credo che si possa prevedere il futuro, accettai di farmi fare la Carta del Cielo.
L’astrologo tracciò una strana mappa piena di simboli e calcoli misteriosi, meditò a lungo e alla fine mi disse: “Una volta, in una vita passata, sei stato un gatto, e molto felice, perché eri il gatto preferito del mandarino”. 

Nella vita successiva Sepúlveda fu un gatto di strada e di giungla, un gatto di mare, infine uno di quei gatti che un giorno si accoccolano tranquilli, con le loro cicatrici che sono un libro di storia a raccontare battaglie, e aneddoti teneri come affettuose testate ad un pubblico con gli occhi lucidi.

I gatti parlano. 

Murakami ci suggerisce che solo persone particolari siano in grado di capire il linguaggio dei gatti, Sepúlveda è del parere che sono i gatti a trattenersi dal farlo con noi. Come Esopo o Lafontaine usa gli animali per raccontarci della natura umana, e lui lo fa con un occhio attento anche ai nostri aspetti tribali, ma guardandosi bene dal banalizzare tutto con una rivelazione aperta sul chi è chi. All'interno delle varie tribù i gatti riescono a mantenere le loro individualità spiccate, le più grandi differenze, perché in fondo i gatti sono gli unici veri anarchici. E l'essere umano è dio o demonio, ma soprattutto Deus ex machina. Volare, come sopravvivere, non è mai scontato, neanche per un giovane uccello. Volare, come vivere, richiede fiducia, amore e coraggio. Tanto coraggio. E se volare è libertà, la libertà - come cantava anche Gaber - è partecipazione. 


In memoria di Luis Sepulveda, la prima vittima celebre del COVID, un mio modesto contributo.


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mercoledì 14 ottobre 2020

la casa del sonno - jonathan coe

 



In un vecchio college, una costruzione di pietra enorme, grigia e imponente a una ventina di metri dalla viva parete della scogliera sul promontorio, alcuni studenti incrociano le loro vite e le loro storie. Al centro di tutto c'è Sarah, una ragazza che soffre di disturbi del sonno. Lei, e tutto quello che è successo ad Ashdown, così si chiama il luogo, è nei capitoli dispari. Nei capitoli pari c'è l'oggi dei tanti conflitti mai risolti che hanno fatto strada, tantissima strada, sulle gambe dei loro portatori. Sotto traccia, impercepito, scorre un amore immenso, capace dell'inimmaginabile. 

Il mondo, di nuovo, si divide in due, in chi dorme e chi non dorme, in chi vorrebbe dormire e non può e chi invece considera il sonno una perdita di tempo. La storia s'intrufola nella ricerca scientifica sul sonno e i suoi disturbi e alle estremizzazioni che attingono alla follia. Un viaggio allegorico nei sentimenti e nelle divisioni all'interno della società: il sonno è perdente, mentre la veglia è produttiva, la veglia come strumento di dominio. 

I caratteri psicologici sono dipinti alla perfezione e in pieno stile britannico, denso di humour e di grottesco. Ma la critica sociale non lascia spazio ad interpretazioni: Jonathan Coe sa esattamente di che pasta son fatti gli stronzi e cosa hanno in testa. Ma è sui 'buoni' sulle persona che amano e sui loro sentimenti che raggiunge la stratosfera. 

Di questo mosaico, scritto con la dinamica di una pièce teatrale, seguiamo le tessere man mano che lo compongono, deliziosi quadretti, dialoghi spietati, correnti magmatiche interiori. Un'opera che non si fa leggere, almeno per me, dalla prima pagina ma che ti prende all'amo non appena finisci il primo capitolo. Dico questo perché ce l'avevo in casa da tempo, conoscevo il suo valore, ma l'incipit aspettava un (mio) momento migliore. Per fortuna c'è stato.


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giovedì 7 maggio 2020

armi acciaio e malattie - jared diamond



C'è poco da dire: Armi acciaio e malattie è uno dei capolavori della saggistica, uno di quei libri che non dovrebbero mancare nel nostro bagaglio di conoscenze.

Ebbene sì: riletto durante la pandemia.

Riprendendo in mano questo libro volentieri, dopo tanti anni: e ancora oggi Armi acciaio e malattie resta un testo fondamentale per la comprensione dell'essere umano attraverso la sua storia. Ma il suo maggior punto di forza sta nella scorrevolezza, nella capacità dell'autore di coinvolgere attraverso l'espediente aneddotico.


Armi acciaio e malattie ci racconta di come il vaiolo, introdotto da europei portatori sani, abbia decimato imperi, intere popolazioni indigene, con mortalità che raggiungevano il 90%.
Le cavallerie e l'acciaio delle spade nel nuovo mondo trovarono dei nemici già indeboliti e confusi dalle epidemie. Furono i patogeni, non gli esploratori, le avanguardie della conquista
Notevole il resoconto integrale di Hernando Pizarro, fratello di Francisco, sull'assalto che portò una banda di conquistadores ben armati a gettare nello sbando totale l'intero esercito dell'impero Inca e successivamente alla cattura dell'imperatore Atahualpa.

L'idea di Diamond, anche se le cronache riportate lo gridano, non è quella di stilare un freddo elenco delle infamie dell'occidente: Diamond non attinge al pozzo delle ideologie, getta il suo secchio nelle verità scientifiche. Lo fa in modo magistrale, partendo dal dall'Oceania, una sorta di laboratorio naturale, dove società discendenti dallo stesso ceppo etnico e linguistico avevano adottato economie e sistemi sociali diversi, adattandoli alle caratteristiche dei territori insulari che avevano colonizzato.

A pagina 21, la riflessione che è il cuore dell'indagine:

"C'è chi individua i fattori principali dell'espansione europea nelle armi, nelle malattie infettive, negli utensili d'acciaio, nella produzione in serie. Siamo sulla buona strada: effettivamente queste furono le cause dirette e immediate delle conquiste. Ma è un'ipotesi incompleta perché non parla delle cause remote e lascia senza risposta la domanda fondamentale: perché proprio gli europei finirono per avere le migliori armi l'acciaio e le peggiori malattie?"

Parte da questo presupposto un lungo viaggio, dalla domesticazione degli animali da lavoro, abitudine che ha favorito il salto di specie dei patogeni, alla conformazione geologica dell'Eurasia, fatta di grandi pianure che corrono senza grandi ostacoli lungo la stessa latitudine, per arrivare alla nostra evoluzione biologica e sociale, plasmata dagli scambi di tecnologia. Ma anche dalle malattie infettive.

Da leggere, come l'altro suo capolavoro: 'Collasso'.

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venerdì 1 maggio 2020

la fine della storia - luis sepúlveda





Un thriller crudo, sostenuto, ma illuminato da sprazzi poetici. Questo è ‘La fine della storia’, l’ultimo romanzo pubblicato da Luis Sepúlveda, purtroppo recentemente scomparso.

In questo libro affronta un passato che torna, che insegue fino su un’isola della Patagonia. Un passato col quale lo stesso Sepúlveda sembra voler fare i conti, definitivamente. Si è speculato molto su quanto Juan Belmonte sia un alter ego dell’autore, se non l’autore stesso. Ma su di lui l’autore è stato chiaro in più interviste: Belmonte è un personaggio cui ha donato parte della sua biografia.

Resta che quando non scrive favole, la sua narrativa affonda le radici su fatti spietatamente veri. E tutto ciò che accade è realistico quanto in un racconto di Conrad, o di Hemingway. Le sue storie attingono a un vissuto di esperienze dirette, di sentimenti e ricordi assorbiti dalle voci dei protagonisti. L’unica intermediazione risiede nella sensibilità di un artista sempre coerente a sé stesso.

Un libro crudo, dicevo, dove la rappresentazione senza compromessi dell’orrore arriva con un intento preciso: tracciare il profilo dei torturatori di Pinochet. Ma non ce n’è neanche per molti ex compagni di lotta, per gli ex combattenti che son finiti in Russia o a Cuba, o nei partiti più o meno progressisti che hanno finito per sposare le ragioni delle multinazionali. Il disincanto e la delusione, le riflessioni sugli uomini, la storia e le idee, arrivano attraverso il filtro nostalgico della breve avventura utopica, un’avventura vissuta come un sogno pulito al fianco di Salvador Allende.

Juan Belmonte è un uomo dall'umorismo sprezzante, un uomo ormai scettico che vive al limite della clandestinità e per questo vulnerabile al ricatto. La missione che gli viene proposta, secondo il suo codice d’onore, è moralmente accettabile. Ma gli eventi non sono mai ciò che sembrano e le situazioni si capovolgono più volte, con sostanziosi colpi di scena. I continui ribaltamenti fanno da specchio alla situazione politica e sociale evolutasi nel corso di mezzo secolo, dagli anni ’70 quando gli schieramenti erano meno confusi, fino alla situazione geopolitica attuale, con inversioni di rotta in seno alle varie sponde, allora inimmaginabili. Per illustrare il disagio attinge a ricordi, riflessioni personali e a brillanti, quanto amari, quadretti:
"Ora stava dall'altra part del tavolo ridotto a un grassone alcolizzato, con giusto la forza di reggere il Rolex d'oro che sfoggiava al polso sinistro"
E ancora: 
"Proprio così: i russi ricchi vogliono mangiare mele cilene e i cileni ricchi vogliono puttane russe. Il mondo è cambiato e io brindo al cambiamento" aggiunse Slava.
"E io che diavolo c'entro col suo nuovo ordine mondiale?" 
Sullo sfondo c’è la Patagonia, terra intensa alla fine del mondo, un’Itaca dove tornare, e c’è una Santiago del Cile che Belmonte teme di non riconoscere più, dove l’unico punto di riferimento saldo nella memoria del cuore, quella ineradicabile, è l’abitazione del ‘dottore’. Così chiamavano Allende i membri della sua guardia del corpo: gli amici personali.

Credo sia superfluo aggiungere che malgrado si tratti di un thriller serrato, ben congegnato e articolato, come ogni opera di Sepúlveda anche ‘La fine della storia’ trasuda interrogativi sul senso di umanità.

Leggi anche:
Sepúlveda e il Mare alla fine del mondo


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mercoledì 29 aprile 2020

storia di una balena bianca raccontata da lei stessa - luis sepúlveda



Un capodoglio spiaggiato viene trainato al largo per essere sepolto in mare. Un ragazzo di etnia lafkenche, la Gente del Mare, offre una conchiglia al narratore. Quel dono lo metterà in contatto con lo spirito del capodoglio, che gli racconterà la sua storia. E la sua consegna.

“La tua missione, giovane capodoglio del colore della luna, sarà di vivere tra le acque dell’Isola Mocha e la terraferma, e di prenderti cura delle quattro balene vecchie, mentre noi aspetteremo nella vastità dell’oceano d’intraprendere il viaggio finale.”

In un racconto che sembra una fiaba Sepúlveda attinge alla sua profonda conoscenza del mare intorno alla Patagonia, delle sue storie, e dei sogni e simboli delle antiche popolazioni locali. Tessendo insieme tradizioni, natura e inconscio collettivo, l’autore ci lascia intravvedere il profondo intreccio in cui mito, cuore, sogno e memoria storica si sovrappongono e si collegano. Dagli spiriti dei defunti alla biologia del capodoglio, da un popolo simbiotico con il mare ai primi sfruttatori delle sue risorse, il racconto del grande cetaceo assume il carattere del mito: quello di una storia senza tempo. Ma un inceppamento giunge a fermare il travaso costante dall’eterno passato al presente. Qualcosa di sconosciuto, che arriva da lontano.

“I balenieri appartengono a questa specie di uomini venuti dal mondo dell’ingratitudine e dell’avidità.”

Fedele alla sua consegna il capodoglio si batte per difendere i suoi simili. Entrerà nella leggenda e nelle cronache anche di quegli uomini che non conoscono il flusso eterno degli eventi, la magia del rituale e del rispetto per il mare ed i suoi abitanti.

In ‘Storia di una balena raccontata da lei stessa’ ritorna, come dal suo primo successo: ‘Il vecchio che leggeva romanzi d’amore’ il tema della natura saccheggiata, della sua furia selvaggia contro i suoi assassini. In questo breve romanzo lo fa ribaltando la prospettiva di un altro, famosissimo, romanzo di mare. 
Ci riesce regalandoci non solo un colpo d’occhio diametralmente opposto a quello di un Achab, ma portandoci nel vivo di antiche leggende, di affascinanti aneddoti e nell’anima stessa di un mare vitale, magnifico quanto difficile. Nonché nel cuore di un capodoglio che i superstiti della baleniera Essex battezzarono Mocha Dick, e a cui Melville, cambiò il nome.

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Sepúlveda e il Mare alla fine del mondo

lunedì 16 marzo 2020

a scuola dallo stregone - carlos castaneda

 



Nel 1961un antropologo della UCLA, Carlos Castaneda, si reca in Messico per una ricerca sulle piante psicotrope ed entra in contatto con un vecchio indio di etnia yaqui, un certo Don Juan. L'uomo, davanti al ricercatore armato di taccuini, risponde evasivamente alle domande e si rifiuta di insegnargli alcunché sul peyote. Poi lo induce a risolvere dei problemi apparentemente senza senso, come trovare il posto giusto dove sedersi, alla fine acconsente ad accoglierlo in un gruppetto di altri indio intenti a masticare peyote misto a carne secca.

Inizia così una sorta di catabasi, una lenta discesa agli inferi, primo movimento di ogni percorso iniziatico, o psicanalitico. Il ricercatore si trova alla mercé di forze oscure, prodigiose, che lo stregone chiama 'alleati'. Viene deriso e tratto in salvo per i capelli da 'luoghi dove non si deve andare', viene introdotto alla temibile datura, una radice che lo catapulta nell'esperienza sciamanica del volo, risvegliandosi a un chilometro di distanza dal luogo dove aveva spiccato il volo. Ma quando inizia a domandarsi quanto le sue sensazioni fossero state oggettivamente reali, quando si chiede se dei suoi amici lo avrebbero visto volare, a formulare ipotesi, Don Juan torna ad essere evasivo, per poi concludere con una delle sue battute spiazzanti:

"Se ti leghi a una roccia con una catena, temo che dovrai volare con tutta la roccia e la catena".

Ed è in questo mirabile passo del volo che Castaneda, apprendista stregone, compie l'errore che tutti compiono nell'approccio con i suoi libri: domandarsi se i fatti citati siano reali, quando invece ci viene proposto un intero universo dove convivono più realtà, tenute separate dalla nostra razionalità e dalle nostre esperienze consolidate, confermate dal 'sentire' altrui.

Questo libro, come le piante magiche, scoperchia un abisso. Toglie il tappo ad un mondo dove non siamo più in grado di guardare perché non ne abbiamo gli strumenti, ma anche perché ci fa paura. Le forze in gioco seguono regole non scritte, regole che l'autore, in questa fase della sua esperienza si affanna ad organizzare su dei taccuini. Sono forze ancestrali, che hanno a che fare tanto con gli spiriti della natura selvaggia quanto con il residuo evolutivo del rettile nella nostra amigdala. 

Il fascino della lettura, il prodigio e la paura, il senso dell'umorismo del vecchio sciamano ed i suoi insegnamenti, meritano la sospensione dell'incredulità sui contenuti. Cavillare sulla veridicità dei fatti fa sorridere come una goffa risposta ad un koan farebbe sorridere un maestro zen. E fu proprio il mio maestro di Aikido a consigliarmene la lettura. "E' molto divertente" mi disse "ma non fermarti ai prodigi, guarda gli insegnamenti." Insegnamenti che, com'era già successo con Osho, sopravvivono alla deriva settaria dei loro autori.

A scuola dallo stregone è stato un libro capace di influenzare intere generazioni, una su tutte: quella che diede vita al movimento hippy e al '68. Influenzò il genio visionario di Jodorowsky e l'uomo più pericoloso d'America secondo Nixon, Timothy Leary, il professore di Berkeley che diede vita al movimento psichedelico in California e che a sua volta influenzò Tom Robbins, uno dei miei scrittori preferiti. Era solo l'inizio di una avventura, un'avventura interiore che insieme a Jung alla psicanalisi di Freud aggiungeva una nuova prospettiva: la relazione tra mondo interiore e il pianeta sul quale viviamo

.

"Per me esiste solo il cammino lungo sentieri che hanno un cuore,

lungo qualsiasi sentiero che abbia un cuore.

Lungo questo io cammino, 

e l'unica cosa che vale è attraversarlo in tutta la sua lunghezza.

E qui io cammino, guardando, guardando, senza fiato."

 

Don Juan





sabato 28 dicembre 2019

la bellezza del giappone segreto - alex kerr



La bellezza del Giappone segreto è una navigazione autobiografica in un paese sorprendentemente avaro di filosofi. A differenza della Cina, con i suoi Confucio o Lao-Tze, il Giappone sembra aver demandato all'arte tradizionale e ai letterati l'espressione del suo pensiero. Per poi smettere di abitarlo.

Alex Kerr, l'autore, trascorre parte dell'infanzia a Yokohama. Tornato negli USA si laurea in Studi Giapponesi a Yale e in Cinese a Oxford, per poi trasferirsi in Giappone in pianta stabile. La sua navigazione profonda parte con l'acquisto e la ristrutturazione di una casa abbandonata, in una valle dimenticata dal tempo. Come un archeologo inizia ad esaminare gli strati, lo scopo degli oggetti impolverati in cui s'imbatte, e la visione che c'è dietro l'architettura di ogni casa antica. S'innamora dell’arte tradizionale e s’interroga sul perché il Giappone abbia gettato via natura selvaggia e affascinanti dimore per sostituirle con cemento, cavi elettrici penzolanti e paesaggi artificiali, con ricadute catastrofiche sui paesaggi, sulla cultura e sull'ecologia.

Come contrappeso a quella che gli appare una furia iconoclasta l'autore cita l'Europa, dove l'antico è stato adattato e a volte alterato secondo le esigenze della modernità, ma costantemente abitato. Il Giappone, invece, moderna potenza economica e industriale, sembra vergognarsi di vecchie case fatiscenti: interi quartieri storici vengono distrutti. Oggetti di grande pregio finiscono nelle mani dei pulisco cantine locali, e qui inizia la fortuna di Kerr come collezionista d’arte. Ma in questa caduta di continuità tra vecchio e nuovo, malgrado i vantaggi personali, l'autore intuisce un pericolo.
La cultura tradizionale giapponese può essere compresa solo attraverso il gesto, non nel pensiero, che in quel contesto è particolarmente elusivo. Il gesto si esprime negli haiku, nella calligrafia e nel teatro kabuki, in intere vallate trasformate in mandala. Ma soprattutto negli oggetti. E nella cerimonia del tè.

"Il Giappone è affascinato dai segreti. Essi sono lo specifico modo in cui le arti tradizionali si sono conservate e tramandate.

L'ostrica è la metafora perfetta. L'autore la usa per descriverci l'atteggiamento giapponese davanti alle intrusioni straniere: il granello di sabbia diventa una perla, ma non è più l'oggetto di partenza. Una cultura non esportabile: lo Zen e il buddismo esoterico hanno occultato i punti d’arrivo e le conclusioni per favorire il percorso: la via è importante, non la meta. Di pari passo lo Scintoismo ha creato un pantheon misterioso e complesso su radici animiste. Se il confucianesimo e i caratteri kanji sono alla base della forma mentis dell'estremo oriente, Zen e Scintoismo hanno plasmato la cultura giapponese più profonda, quella che si appella ai sensi.

La bellezza del Giappone segreto ci rivela l’esistenza di un universo nascosto in un paese estremamente moderno e funzionale, quanto enigmatico. Dal disinteresse dei giapponesi per la loro cultura atavica e per l'ambiente, alla stampa manipolata dal potere, la navigazione di Alex Kerr segue rotte casuali quanto fortunate, quasi inciampando in punti d'osservazione privilegiati. Traduttore per le fondazioni, appassionato di calligrafia kanji, frequenta i principali attori del teatro Kabuki e maestri zen. Diventa mercante d'arte e referente di una multinazionale americana. Ne esce un lavoro acuto, genuino e vibrante, che va a completare una già vasta (ma settoriale) letteratura sulla cultura giapponese offrendo una visione a tutto campo.

Con La bellezza del Giappone segreto Alex Kerr è il primo non giapponese ad aver vinto il Premio Letterario Shincho Gakugei per il miglior lavoro di non fiction pubblicato in Giappone.


leggi anche:
cose fuori dall'acqua: segnali-da-una civiltà avanzata
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mercoledì 18 dicembre 2019

errore di sistema - edward snowden



Il passo che più mi ha colpito in Errore di sistema è quello in cui Snowden s'interroga sulla noncuranza con cui noi abbiamo autorizzato Big Data a spiarci.

Consegnando i nostri dati a social, servizi e-mail e tecnologia smart, abbiamo rinunciato alla nostra privacy e ci siamo dichiarati non interessati a quella garanzia costituzionale. Abbiamo creato una zona d'ombra morale e legislativa, abbiamo consentito a chiunque voglia farlo di spiarci in cambio di un account gratuito.
Il concetto di sfera digitale intesa come 'spazio privato' non è di immediata chiarezza per tutti, ma l'autore ci aiuta a verificarlo alla luce della costituzione degli Stati Uniti, ponendoci una domanda:
"Lascereste più volentieri qualcuno da solo per un'ora in casa vostra o dieci minuti a trafficare col vostro telefonino?"
Tutto inizia quel giorno maledetto, l'11 settembre 2001, dopo il quale il mondo non tornò mai più lo stesso di prima. Quel giorno il giovanissimo Ed decide di attivarsi, di fare qualcosa per contrastare la minaccia al suo Paese. E al mondo.

Ma poi scopre che sulle macerie delle torri gemelle stavano costruendo una trappola emotiva globale: davanti al pericolo e all'orrore il mondo si era schierato compatto. Accettando, però, di rinunciare a una serie di libertà e di garanzie. Queste garanzie, cedute un passo alla volta, hanno portato ad una graduale, massiccia erosione dei nostri diritti, con scopi che vanno spesso oltre la questione di sicurezza nazionale.

Chiunque abbia visto il film di Oliver Stone troverà nel libro ciò che un film non può dare: i pensieri dell'autore e i dettagli di un'operazione inquietante, dalle proporzioni gigantesche. Ma la sorpresa è la profondità intellettuale dell'autore-protagonista. Sono infatti i concetti espressi, più dei fatti riportati, la vera sorpresa del libro.
“Affermare che non si è interessati al diritto alla privacy perché non si ha nulla da nascondere è come dire che non si è interessati alla libertà di parola perché non si ha nulla da dire.”
Un'opera, quella di Snowden, che racconta una crescita interiore: il diario di una lenta e dolorosa presa di coscienza. L'autore esce dal pensiero binario tipicamente americano, dalla dicotomia buoni e cattivi e, meditando sulla costituzione, decide di schierarsi al fianco dei cittadini, di affrontare incognite spaventose. Ci mette in luce le zone d'ombra create da dispositivi di legge che faticano ad inseguire la nuova dimensione umana: la vita digitale. Se Baricco in The Game aveva esposto la faccia luminosa della luna, Snowden esplora il suo lato oscuro, ricordandoci che se c'è un entità politica al mondo in grado di contrastare strapoteri digitali e pericolose invasioni è l'Unione Europea.

Al titolo italiano avrei preferito quello originale, Permanente Record: ciò che è stato fatto oltrepassa l'intercettazione per motivi di sicurezza nazionale, ma sconfina nel dossieraggio globale.

Errore di sistema è un libro in grado di cambiare la propria visione del mondo.
Assolutamente da leggere.

Leggi anche: https://claudiodimanao-libri.blogspot.com/2019/05/the-game-alessandro-baricco.html

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domenica 8 dicembre 2019

altre menti - peter godfrey-smith



Se c'è un libro in grado di gettare una nuova luce sui concetti di coscienza e intelligenza è Altre Menti, di Peter Godfrey-Smith.
L'autore, professore di Storia e Filosofia della Scienza, parte da un sospetto da tempo condiviso nell'ambito scientifico: i cefalopodi non solo sembrano esseri molto intelligenti, ma potrebbero ospitare una mente alternativa alla nostra. Osservandoli nel loro habitat e nei laboratori, si entra in una specie di paese delle meraviglie. Polpi e seppie sono esseri il cui intero corpo è uno strumento sofisticato, un corpo pervaso da un complesso sistema nervoso, capace di percepire e di emettere la luce attraverso l'epidermide. Riconoscono le persone, dimostrano simpatie e antipatie nei confronti dei ricercatori, risolvono problemi complessi. Ma il loro modo di percepire il mondo e di interagire con esso è qualcosa di completamente diverso dal nostro.
"L'incontro con i cefalopodi è quanto di più vicino all'incontro con un alieno intelligente possa capitare."
Partendo dall'albero della vita, da quando i nostri antenati presero strade evolutive diverse, Godfrey-Smith esplora la consapevolezza di sé come individuo, e successivamente la nascita dell'atto deliberato, indagando libero arbitrio e istintualità ereditaria in specie così lontane dalla nostra. Confuta Hume sul concetto dell'Io e poi prosegue domandandosi perché l'evoluzione abbia costruito un'intelligenza così avanzata in organismi che vivono pochissimo tempo. Ma soprattutto: perché tutti gli esseri viventi prima o poi muoiono?

Narrato con una capacità da scrittore navigato, ci espone concetti complessi rendendoli comprensibili anche a un pubblico di non addetti ai lavori. Un'opera che ha fatto molto parlare di sé, meritandolo in pieno:
"Immergeri in mare e equivale a immergersi nelle origini della vita sul pianeta"

Per approfondire:
Peter Godfrey-Smith, filoso e subacqueo, autore di Altre Menti
https://claudiodimanao-libri.breve-storia-di-quasi-tutto-bill-bryson.html


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sabato 1 giugno 2019

lo zen nell'arte di scrivere - ray bradbury




Lo Zen nell’arte di scrivere, di Ray Bradbury, è un libro diverso da tutti gli altri che ho letto sul tema. Con un approccio decisamente eclettico Ray Bradbury non ci riempie di dettagli su come maneggiare la prosa, né su come affrontare le diverse stesure, ma si concentra piuttosto sul raccontarci come e dove andare a cercar le idee e le ispirazioni. Lo fa parlando di sé e della sua grande esperienza, di scrittore e sceneggiatore. Un classico, in questo genere di letture; il pubblico vuole conoscere l’autore, i dettagli della sua mente più intima, i fatti della vita che lo hanno portato alle sue scelte.

Ray Bradbury, autore del celebratissimo Fahrenheit 451 e maestro del racconto breve (I Sing The Body Electric è la sua raccolta più acclamata) è stato anche, se non soprattutto, un fecondo sceneggiatore. Non c’è quindi da meravigliarsi che abbia rivolto la sua attenzione più al processo creativo che al lavoro artigianale di rifinitura che ogni scrittore conosce bene.
Nel capitolo ‘Come alimentare la Musa e conservarla’ (ho letto il libro in Inglese alcuni termini da me usati potrebbero essere diversi dalla versione italiana) ci pone brillantemente davanti all’essenza del lavoro dello scrittore:

“Ciò che gli altri uomini chiamano subconscio, per gli scrittori, sotto l’aspetto creativo, diventa La Musa”.

Ci parla di una ‘mente segreta’ che continua a scrivere incessantemente elaborando esperienze, viaggi, situazioni nella memoria. Ci racconta di come sono nate le sue storie più famose, più importanti, di come scrisse Fahrenheit 451 affittando una macchina da scrivere a pochi centesimi  l’ora e di quando interrogò i suoi personaggi, chiedendo loro come andare avanti.
Capita, infatti, che caratteri credibili, vividi e ben definiti possano comportarsi così con il loro autore. Diventano coautori.

Ray Bradbury, con Lo Zen nell’arte di scrivere, ci insegna l’imprevedibilità e  l’onesta come le armi migliori per rendere vive delle semplici pagine di carta e inchiostro.
Personalmente ho incontrato un insegnamento prezioso, in questo libro, del tutto inaspettato: leggere poesia. Mi sono accorto di aver letto, negli ultimi dieci anni, solo degli Haiku e forse un paio di poesie di Borges, niente altro. La mia prosa è diventata, in questo tempo, sicuramente più pulita e incisiva, ma, ho notato, ha perso un po’ di colore. Questo mi ha fatto ragionare sul target del libro, che non sembra rivolto a chi vuole intraprendere la carriera di autore ma per chi lo è già.

Lo Zen nell’arte di scrivere è un perfetto complemento a tutti gli altri testi sul mestiere. Dove altri autori si sono soffermati su editing, voce, punto di vista e gestione delle varie bozze, Ray Bradbury ci porta nel cuore della faccenda, nel cuore del processo creativo, dove comincia tutto.

Approfondimenti

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mercoledì 1 maggio 2019

the game - alessandro baricco




Vi sembrerà strano, ma preferisco Baricco come saggista che come romanziere: The Game è da leggere fino in fondo, quasi senza fiato. 
Parte bene, parte con lo sguardo curioso, quasi innocente, di chi ha voglia di rimettersi in discussione, con una voce narrante spettacolare. Credo sia questo il miglior complimento che si possa fare a uno scrittore: dirgli che ha una voce forte, inconfondibile. Sembra di averlo lì, in camera o sul prato, che te la racconta di persona. Non mi viene in mente un artifizio migliore per far digerire un saggio a chi non ne legge spesso.

Baricco è bravissimo, a volte antipatico come d'altronde Eco, nel dirci ‘ciò che sa’.  Ma spesso dimentichiamo che quel che uno ‘sa’ è ciò che ha scoperto dopo aver frugato a lungo; dentro sé stesso, nelle biblioteche. O nello studio di un amico nerd.
Lo chiama Il Gioco (The Game) perché è con questo spirito che sono nati l’informatica popolare e il nostro essere connessi: come un gioco, un videogame; con uno schermo e una pulsantiera che poi si sono evoluti in tastiere, monitor, touch screen. Partendo dal calcio balilla e dalla sua evoluzione solitaria che è il flipper, per approdare a space invaders l’aspetto ludico ha soffiato sull'onda del cambiamento epocale.
Lo tzunami ci ha portato un mondo nuovo, un altrove divertente e accessibile a tutti, privo di barriere. E nuove insidie, come l'individualismo di massa'. L'uomo che prima giocava al calcio Balilla passò al flipper. Ma il mondo nuovo nasce con uno scopo elevato: scongiurare gli orrori del 20° secolo. Baricco ce lo racconta bene con una prosa da affabulatore nato e il pensiero lucido di uno che ha in tasca una laurea in filosofia. 
Lo fa con tanto di mappe: le innovazioni digitali spuntano come montagne dal fondo di un ipotetico oceano, la timeline di una trasfigurazione planetaria.
Chiama il suo frugare negli albori del digitale ‘archeologia’. Un espediente perfetto per rimarcare che non si tratta di un semplice cambiamento ma di una transizione da un’era all’altra. Con lo spazzolino da archeologo riesuma un bel numero di chicche.
La più bella di tutte viene da Stewart Brand, cui Steve Jobs deve il copyright di ‘Stay hungry, stay foolish’:

‘Per cambiare una civiltà bisogna cambiare gli strumenti con cui pensa e opera quella civiltà’

E questo hanno fatto i vari Steve Jobs e Tim Berners-Lee (l’inventore del www): metterci in mano l’equivalente moderno di una selce scheggiata e cambiare definitivamente il corso della storia umana e del pianeta.
Bisogna avere anche un animo sereno per guardare The Game con occhi ottimisti e trasognati, soprattutto per la mia generazione, che ha salutato con entusiasmo il suo avvento, per poi provare sempre più spesso fastidio, fino a un sottile orrore, che non viene tanto da analfabetismo digitale quanto dalla  consapevolezza che giganti come Google Amazon e Facebook non sono fondazioni etiche, ma multinazionali che tendono al profitto attraverso il monopolio e la manipolazione.

La sua visione dei monopoli è il punto di tutto il saggio che mi torna meno. Baricco non li vede come una minaccia, li vede come parte di un mondo nuovo cui non siamo pronti e quindi ci spaventa. E chissà se ha ragione lui, visto il crollo dei vecchi concetti di Stato, di informazione e di Élite che The Game ha provocato. Lo avrebbe fatto in nome di un potente colpo di spugna sul vecchio sistema che ha prodotto guerre, diseguaglianze e deportazioni.Vogliamo impedire che ccada di nuovo, a qualsiasi costo.
Un gioco nuovo che, secondo Baricco, nessuno può veramente controllare, nemmeno i proprietari: un’estensione del nostro essere umani, teso alla velocità e alla conseguente necessità di semplificazione, verso un’utopia dai connotati anarchici.

Lo scopo di The Game era sabotare le basi e i presupposti del 20° secolo, quello che Eric Hobsbawm  ha fotografato magnificamente ne ‘Il secolo breve’, il più sanguinoso della storia umana. Un capolavoro che Baricco sì, conosce bene. 
Per quanto mi riguarda restano in piedi i dubbi sulla capacità di un sistema sviluppatosi - suo malgrado - all'interno del liberalismo sfrenato di garantire pace e prosperità, ma l'analisi esposta in The Game non fa una grinza.

Ecco, mi domando cosa ne penserebbe Hobsbawm, se fosse ancora vivo,  del saggio di Baricco. 
È un peccato che non possa leggerlo e commentarlo, perché The Game ha i connotati di una valida estensione al suo ‘Secolo breve’.

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il secolo breve - eric hobsbawm




Ecco un altro libro che può cambiare per sempre il modo di vedere il mondo: 'Il secolo breve', di Eric Hobsbawm. Devo all'insistenza di mio padre, appassionato di storia contemporanea, la sua lettura. Me lo trovai gentilmente sul comodino, come una bibbia, durante uno dei miei sporadici soggiorni in Italia. Oggi, dopo aver letto il saggio di Baricco (The Game)  ho deciso di parlarne.

Definito ‘un libro potente e inquietante - dal London Review of Books - Il secolo breve rappresenta uno dei vertici della scrittura storica nel periodo postbellico’.

Ma non solo.
È  la storia di un secolo dilaniato da ‘guerre di religione’, perché tali appaino ad Hobsbawm le ideologie che hanno tempestato il mondo dal 1914 fino al 1991, l'anno in cui crollò l'Unione Sovietica. 
È la storia delle ideologie politiche e della loro competizione, dei loro camuffamenti della loro evoluzione, tutte nate da una radice comune, esposta in modo che sia accessibile a tutti. Un saggio scritto 
‘per tutti coloro che desiderano comprendere il mondo e che credono che la storia sia importante a questo scopo’ 
La sua leggibilità si deve a una prosa scorrevole, a un piglio da uomo disincantato ma dagli occhi bene aperti, con un grande equilibrio tra innocenza e consapevolezza, con frequenti sovrapposizioni tra storia e memoria. Hobsbawm è ironico, o gentile dove altri storici si sarebbero scaldati, intuitivo e analitico allo stesso tempo, sempre avulso a luoghi comuni.
Gli occhi sono quelli di un uomo nato nel 1917 ad Alessandria d’Egitto, città cosmopolita e multiconfessionale allora occupata dalla Gran Bretagna, da genitori di fede ebraica provenienti dall’Europa dell’est. La sua nascita in quel luogo accidentale gli suggerisce che l'Europa da sola non può essere la sua unica materia di studio.
Il suo è il resoconto di una vita passata attraverso diversi continenti e culture, di eventi storici dei quali è un “osservatore partecipe”. A quindici anni è a Berlino e vede Hitler diventare Cancelliere della Germania, fugge a Londra, simpatizza con gli antifranchisti, presta servizio militare tra i Royal Engineers durante la seconda guerra mondiale. È a Mosca nel 1957, davanti al mausoleo di Stalin, è accademico a Cambridge quando due studenti della sua università scoprono il DNA.
Queste sporadiche ‘interferenze’ del vissuto sull’osservato giocano un ruolo perfetto nel coinvolgimento del lettore de ‘Il secolo breve’.
Il 20° secolo è stato probabilmente il più cruciale per l’umanità, non solo per le guerre, i genocidi, le torture e le deportazioni per motivi razziali o ideologici,  ma anche il secolo dello spostamento definitivo dell’asse di potere al di fuori di quell’eurocentrismo che aveva caratterizzato tutta la storia precedente. 
E poi il ’68, con la rottura generazionale. 
Il secolo breve si ferma al 1991, alla caduta dei muri, prima dell’avvento di internet.
Questo impagabile testimone dell’era moderna suggerisce, verso la fine del libro, dei modelli sociali plausibili che hanno funzionato, ma a suo avviso ‘troppo presto dismessi’. Si riferisce alle socialdemocrazie nordeuropee, modelli spesso ignorati a vantaggio di visioni ideologiche totalizzanti come il liberalismo e il ‘socialismo reale’. 
L’indicazione di Hobsbawm suona oggi quasi come un allarme nostalgico. Oggi assistiamo al progressivo smantellamento dall’interno di quelle strutture etiche e sociali che hanno assemblato un modello di successo duraturo, purtroppo poco esportato.

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giovedì 7 febbraio 2019

generazione x - douglas coupland



Ci son libri che segnano dei punti di svolta, nel linguaggio comune come nella visione del mondo in letteratura. Generazione X è uno di questi libri. 
Poco conosciuto in Italia ma acclamato nell’area anglosassone, più che tracciare un percorso stilistico ha funzionato da humus per autori come Chuck Palahniuk e, per certi versi, Bret EastonEllis e Irvine Welsh, che appartengono alla stessa generazione di Douglas Coupland, l’autore.

La Generazione X è nata durante gli anni più tesi della Guerra Fredda, come la crisi dei missili di Cuba, e cresciuta all’ombra della minaccia nucleare. Una generazione scettica, i cui tratti principali sono: 
un nichilismo di fondo, che cerca di mitigare con l'esistenzialismo, la consapevolezza del danno ambientale, e il rifiuto dell'eredità storica e sociale.

Tre amici, Andy, Dag e Claire, vivono le loro esistenze sospese in un presente precario in un non luogo, un’area residenziale sintetica nel deserto della California. Trascorrono il loro tempo insieme raccontandosi storie fantastiche, spesso tremende, facendo danni o scherzi esilaranti quanto borderline. Tutti e tre svolgono dei McJob, lavori precari, poco remunerativi e senza prospettive di carriera. E poco gli importa di cambiare, poiché tutti e tre avevano alle spalle occupazioni ben pagate e con buone prospettive di carriera. Un giorno hanno deciso che non ne potevano più. Dei loro capi, della mentalità competitiva, degli yuppies, del marketing del sogno americano. Guidati più dal rifiuto per un sistema vuoto e aberrante che da un risveglio interiore, e disincantati sui precedenti movimenti giovanili, la loro decisione di licenziarsi, o di farsi licenziare, non è altro che un punto di rottura. Che li porterà a una vita senza compromessi, perennemente instabile e incerta, ma immersa nel presente. Sogni futuri e passato muoiono tutti all’orizzonte.

Coniano neologismi e definizioni surreali per irridere il mondo circostante. 
Un ufficio open space è un  
'Recinto da ingrasso: postazione di lavoro piccola e angusta costruita con pannelli smontabili rivesti in stoffa, abitati in genere da un membro del personale impiegatizio. Così denominata a ricordo dei cubicoli usati dal bestiame prima della macellazione’.
Brasilificazione: Il divario sempre crescente fra ricchi e poveri e la conseguente scomparsa del ceto medio.
Questo romanzo senza una vera trama è in realtà una specie di Grande Fratello, generazionale e ante litteram. Tra aforismi, slogan, curiose definizioni, che compaiono a latere del testo come spot pubblicitari, i tre si muovono come in attesa di una svolta o di un risveglio, che non ci sarà, perché il loro è un esilio, non una ricerca. Sono paventati soprattutto da due cose: una visita ai (o peggio: dei) genitori, che loro trovano (a ragione) imbarazzanti. L'altra paura è il bombardamento nucleare.
Andy, il protagonista, arriva a sognarlo in un centro commerciale (il non luogo elettivo dell'agorafobia) ad immaginare l’intero edificio trasformarsi in un fondo a microonde, con le vetrate che fondono ed esplodono. Quasi a sperare, in una sorta di esorcismo della paura, che l’olocausto venga a spazzare via un’umanità decisamente indegna del pianeta (loro compresi) come una mano dal cielo. Perché la paura è anche un'altra: quella di vivere.

Un romanzo magnifico, afoso, solare, cinico e struggente, brillante. A un passo dal capolavoro, ma alle radici di un romanzo che lo è diventato: FightClub. 
Dove Coupland nel '91 si ferma alle domande, Fight Club di Palahniuk, nel '94, ci suggerisce feroci risposte. Trainspotting di Welsh nasce, almeno nella stesura definitiva, quasi contemporaneamente. Sono tutti romanzi che hanno raffinato le basi della cultura alternativa portandola a livelli di lirismo che poi è riuscito a trascendere l'energico, ma caotico, movimento Punk.

Un romanzo purtroppo poco conosciuto in Italia, dove, consentitemi il sospetto, può esserci stato un problema di identificazione culturale. In un paese dove il vitello d’oro della carriera e del posto fisso è stato venerato attraverso intere generazioni, e dove non c'è mai stato un vero movimento hippy, è più difficile identificarsi nella raggelante inconcludenza velatamente snob dei protagonisti. Mandare tutto agli stracci per accontentarsi di guidare auto scassate e vivere in un bungalow o in coabitazione, in Italia negli anni dello yuppismo più sfrenato era un tabù. Quelli che l'hanno infranto per lo più hanno lasciato l'Italia. Come me. Per inventarsi dei McJob, magari in riva a un mare tropicale o a Londra, ma McJob.

Ho letto questo libro solo pochi anni fa. M'avevano incuriosito alcune domande sui primi due libri che ho scritto. Due giornaliste soprattutto (curiosamente nessuna delle due viveva in Italia) mi avevano domandato se avessi mai letto Generazione X. 

Da allora l’ho letto due volte. L’ultima poco fa. 
Ovviamente i contenuti sono molto, molto diversi (e diciamolo: lo stile!) ma ci ho trovato dentro molle identiche a quelle dei miei personaggi, lo stesso rifiuto insofferente, le stesse domande. Ci ho trovato i connotati che contraddistinguono la Generazione X, la mia, anche se i miei personaggi si sono dati risposte diverse. In sostanza Generazione X mi ha ricordato chi siamo, in fondo alle nostre ossa. Una generazione, a ben guardare, il cui tratto principale è l’aver detto NO. A un sacco di cose e senza curarsi troppo delle conseguenze. 
Una generazione spesso sospesa in un limbo d’incertezze, quasi incapace di compromessi, ma che ha consegnato alla Storia il pensiero alternativo. E che si è assegnata il privilegio di diventare un Giovane Holden, alla bellezza di trent’anni.


Un libro importante. Seminale. Da non perdere. 
Soprattutto davanti al senno di poi.




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Cani salati nel profondo blu

GOREDSEA
L'autore senza volerlo (o forse volendolo davvero) ci regala l'inno a una generazione molto particolare, una generazione che ha voltato le spalle al conformismo e ai principi del "buon senso", per la quale lo status symbol non è l'ultimo modello di macchina né il più nuovo telefonino, ma il supremo privilegio di poter andare in giro a dire "ieri ho nuotato con i martello



Figli di una Shamandura
LA STAMPA 
Tra barche, coralli e bar, i personaggi di Figli di una shamandura vivono e lavorano dimenticando la loro età anagrafica, sullo sfondo di un Egitto surreale e inedito, quello di Sharm el Sheikh e dintorni, popolato da turisti che lo sono ancora di più e di un mare splendido. Un libro - dice la presentazione della casa editoriale - dedicato a quelli che “se ne sono andati” con una sacca da sub in spalla, per esplorare la propria vera vita in un posto dove splende sempre il sole, tra gaffe, situazioni assurde, rischi del mestiere, cinismo e incongruenze, ma con addosso l’innocenza di chi guarda il mondo con occhi che hanno già scartato il conosciuto, la sicurezza e il banale. 


martedì 5 febbraio 2019

la tirannia della farfalla - frank schätzing



Se i thriller tedeschi e scandinavi stanno facendo le scarpe a quelli americani, un motivo c'è.
Quando leggo Schätzing non posso fare a meno di gioire per un Dan Brown europeo, più colto, più profondo e persino più avvincente del corrispettivo americano. Ma soprattutto: intellettualmente onesto. Ci riesce benissimo in questo libro, un mainstream dal tempismo bruciante. Intelligenza artificiale e piccole guerre infami, quelle ormai fuori dalle prime pagine, s'affollano in questo corposo romanzo per il pubblico distratto, per lo più sovraccarico di flash-news dall'orticello.

Ambientato tutto in California, si tiene miracolosamente fuori dal ritrito schema americano del thriller-avventura.
Come ne 'Il quinto giorno' il centro della narrazione resta una presenza, che qui è solo un passo indietro rispetto allo Hal 9000 e al monolite nero di Odissea nello spazio. L'eroe principale funziona da guida tra due realtà altrimenti impossibili da narrare. Il protagonista è il vice sceriffo di una cittadina della seconda contea meno popolata degli Stati Uniti, un afroamericano cupo e solitario con un passato glorioso ma pesante, che non si perdonerà mai un errore fatale.Un eroe sul quale non sono stati usati i soliti sotterfugi retorici per indurci a sostegno e identificazione. Non ci sono belle donne o terreni da riconquistare, come negli stucchevoli plot di Wilbur Smith e Dan Brown, né epiche rivalità fra maschi alpha, ma vite, anzi mondi, da rimettere insieme.
Se non interi sistemi morali da rivedere.
La competizione, così amata da certa narrativa, è qui suggerita come una delle radici del male.

La grandezza del protagonista si completa e trova la sua celebrazione nell'ultimo paragrafo del libro. Per il resto è pura azione corale, che però ci suggerisce una sfilza di domande - e di accuse - sull'intelligenza artificiale e sull'uomo, così maldestro e insicuro che è disposto a costruirsi un Dio artificiale purché ci sia qualcuno 'in alto' a guidarlo nelle sue scelte quotidiane. Schätzing gioca con la fisica, la meccanica quantistica e la filosofia in modo ferrato, agli antipodi della ciarlataneria diffusa.

Che anche Schätzing sappia manipolare il lettore non c'è dubbio: nasce come pubblicitario. Ma il suo sguardo volge sempre a un pianeta in ginocchio dal punto di vista umanitario e ambientale. Un mondo popolato da qualche mente eccelsa, ma dalle sviste epocali, e da superdonne per niente interessate a farsi 'conquistare'. Meno che mai dagli uomini.

Una storia costruita intorno alle ultime scoperte scientifiche, soprattutto quelle sulla coscienza, che stanno cambiando completamente il modo in cui noi stessi ci vediamo e ci percepiamo.

Un libro decisamente vertiginoso.
Ma un po' faticoso all'inizio. 
La scelta della narrazione al presente risulta, almeno per me, un po' ostica. La traduzione, chissà se dal Tedesco o dall'Inglese, fatica un po' a rendere la prosa di un autore sicuramente molto più capace. Un tempo presente che non brilla come quello di Murakami, per intenderci, in Kafka sulla spiaggia.

Da leggere, ma previa una buona pianificazione degli impegni e del tempo libero.
Non voltare un'altra pagina e mollarlo sul comodino è difficilissimo.



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