martedì 27 marzo 2018

never never su bookabook - intervista con l'autore



“Never Never parla dei rischi che nascono dalle nuove tecnologie, di uno stupido videogioco in grado di distruggere le relazioni sociali tra gli esseri umani gettando il mondo in una nuova era di barbarie... un modo un po' estremo forse di esplicare le mie paure rispetto a quello che vedo riflesso nella generazione dei miei figli. Contemporaneamente è un libro che vuole ribaltare la morale comune e il concetto di "Happy Ending" per mostrare come al giorno d'oggi purtroppo sempre più spesso sono i furfanti a farla franca, a discapito dell'uomo comune. Alla fine è la storia di due incredibili egoisti trionfanti.”

Il primo punto di forza di Never Never è che Diego Cabras non poteva scegliere un argomento migliore, in uscita quasi in sincrono con i fatti di facebook. Ho letto la prima stesura, è una storia molto originale, avvincente e terribilmente attuale, che ci mostra quello che stiamo rischiando adesso.

“Io vedo coppie al ristorante impegnate a chattare sullo smartphone anziché parlarsi – dice Diego - i nostri figli si stanno già scollando dalla realtà sociale anche se a volte ci rifiutiamo di vederlo. Credo sia un libro adatto sia per gli adolescenti che per gli adulti, diciamo almeno quelli in grado di gestire uno smartphone.”

Diego Cabras è un accanito lettore, gli chiedo quanto l'aver letto molto ha influito sulla sua decisione di scrivere.

"Beh, in effetti ha influito molto; ho passato anni a dirmi quanto mi sarebbe piaciuto riuscire a scrivere qualcosa di bello come le cose che ho letto, ma poi non sapevo da dove si dovesse cominciare. Un giorno mi stavo annoiando in attesa dei miei figli al corso di nuoto e, dopo essermi fatto prestare carta e penna ho scoperto che le storie si "scrivono" da sole appena arriva l'idea arriva. Sono un marito e un padre di famiglia, anche se con una propensione superiore alla media alla fuga, sia fisica che mentale. Leggo di tutto; mi rendo conto di essere un po' maniaco ma passo senza soluzione di continuità da Celine a Solgenitsin a Palahniuk a Clive Cussler, anche se devo ammettere di avere un vero debole per il romanzo storico.”

Il secondo punto di forza è che Diego ha scelto di donare le royalties, i diritti d’autore ad una fondazione che si occupa di bambini malati, un bellissimo gesto. Questo gesto vale due volte. I nuovi autori fanno di tutto per farsi conoscere  e immettono le loro opere gratuitamente sul mercato. Ma così facendo alimentano la cultura del gratis e del royalty free.

“Ho pensato che io un lavoro ce l'ho già (gestisco un B&B con mia moglie) e almeno per ora non devo certo vivere con la scrittura, che tra l'altro ho sempre considerato un hobby a costo zero. Ho deciso di devolvere i diritti d'autore alla fondazione Tommasino Bacciotti di Firenze perché si prendono cura di bambini sfortunati, malati di tumori cerebrali, e delle loro famiglie. Quando hai dei figli piccoli ti poni spesso il dubbio di come sarebbe la tua vita se una simile disgrazia capitasse a te e allora non c'è niente di meglio che fare la propria parte! tra l'altro ho conosciuto personalmente il presidente e fondatore della fondazione e l'ho trovato una persona fantastica.”

Il terzo punto di forza è la casa editrice. È una start-up della quale avevo già letto e che propone una forma di editoria innovativa e ‘fair’ per l’autore.

“Bookabook mi ha convinto da subito. Era da più di un anno che svariati amici cercavano di convincermi a pubblicare qualcuno dei miei racconti e in effetti avevo trovato almeno quattro editori dispostissimi a stampare un mio libro purché.... pagassi tutto io! Direi che il mio ego non arriva così in alto da sacrificare qualche migliaio di euro solo per vedere il mio nome su una copertina che poi magari non avrebbe venduto nemmeno una copia. Bookabook invece ha trovato il modo per non rischiare e non far sobbarcare tutte le spese allo scrittore esordiente di turno; la campagna di raccolta fondi sopperisce a tutto ciò e permette pure di capire, prima di andare in stampa, se il libro in questione ha qualche possibilità di incontrare i gusti del pubblico.... è come un lungo banco di prova.”

Mi racconta come funziona…

“Bookabook ti fa affrontare due livelli di scrematura al termine dei quali ti dicono se ti accettano e puoi partecipare alla campagna di crowdfunding con loro. A quel punto ti fissano una data di inizio, ti aiutano a creare un volantino da usare online per la campagna e ti fanno un colloquio telefonico per darti un po' di dritte per la campagna. Se la campagna va in porto (200 copie /giorni) passano il tuo manoscritto a due diversi editor che ti "fanno le bucce" e poi insieme a loro il testo viene ri-editato a dovere, in contemporanea ti devi vedere e sentire col grafico per l'impaginazione e la copertina. In più la tua campagna può andare avanti nel frattempo per cercare di raggiungere l' "overgoal" (altre 150 copie/ 50 giorni), se ce la fai l'editore comincia a martellare autonomamente giornali, blog e facebook & twitter intanto che il libro si prepara ad andare in stampa. Quando è tutto pronto il testo viene contemporaneamente spedito ai sostenitori e sottoposto alle librerie.”

È il momento dei link e del messaggio ai lettori. Diego, cosa vorresti dire ai lettori?

"Aiutatemi nella mia campagna!!! Ricordate che lo fareste per ben due buone cause: dei bambini sfortunati che hanno bisogno del nostro aiuto e… una crescita del mio ego scrittore ;-)"



mercoledì 7 marzo 2018

selvaggi (rewilding) - george monbiot



Possono i lupi cambiare il corso dei fiumi? E le balene tenere sotto controllo la CO? Può la reintroduzione dei grandi predatori far aumentare esponenzialmente la flora e la fauna, la biodiversità? 
Un Serengeti davanti alla porta di casa è il sogno del rewilding, la rinaturalizzazione. 
Rewilding vs. conservazione = ecosistema funzionante vs. ecosistema organizzato.
“Noi non miglioriamo un ecosistema gestendolo, ci limitiamo semplicemente a cambiarlo.”
Un viaggio del cuore, in kayak nel canale d’Irlanda e a piedi, dall’Amazzonia all'Africa orientale, a Yellowstone, alle foreste della Slovenia, le brughiere del Scozia e del Galles. Ma anche attraverso le nostre abitudini, la nostra ‘noia tecnologica’ e il nostro concetto di  conservazione, che è spesso culturale, volto a favore dall’agricoltura e dell’opera umana più che della biodiversità.
Il rewilding è la capacità della natura di rigenerarsi se lasciata in pace, la sua capacità di riappropriarsi dei territori ‘gestiti’ dagli umani, restituendo una ricchezza inimmaginabile, una ricchezza sotto tutti gli aspetti, anche economici. 
Un viaggio attraverso le cascate trofiche, dove i grandi animali e i predatori d’apice impongono dall'alto cambiamenti nell’ecosistema, arricchendolo.
“I predatori d’apice non si limitano a sopprimere le popolazioni che senza di loro diventerebbero infestanti, ma ne alterano il comportamento.”
La rinaturalizzazione entra in collisione con una logica radicata, dove troppo è dato per scontato, come i sussidi all’agricoltura, ormai insostenibile, che produce meno di un quarto dei redditi della fauna selvatica, nonostante occupi un’area immensamente maggiore. E ce n’è anche per la pesca. Se la reintroduzione dei lupi ha cambiato il corso dei fiumi a Yellowstone park, la distruzione della tridimensionalità dei fondali da parte delle reti a strascico ha modificato le carte nautiche. Eppure, scrive Monbiot, è proprio dal mare che possiamo aspettarci i risultati migliori. Quando il mare viene lasciato in pace si rigenera ancor più velocemente del territorio. Purtroppo, lo sa bene Monbiot, il rewilding è imprevedibile e difficilmente troverà consenso nella logica moderna:
 “A differenza del conservazionismo, non ha un obiettivo fisso: non è guidato dai gestori umani ma dai processi naturali. Non vi è alcun punto d'arrivo prevedibile.”
Scientificamente ben documentato (Monbiot è un famoso columnist per The Guardian, è stato corrispondente per la BBC ed è laureato in zoologia) Rewilding è all’altezza di altri due capolavori sull’ambiente: ‘Armi acciaio e malattie’ e ‘Collasso’, di Jared Diamond, ma con un piglio meno spocchioso, più personale, e decisamente più onesto sul riscaldamento globale. Quello di Monbiot è un viaggio fisico, denso di emozioni, oltre che scientifico. Rewilding è un libro d’avventura, la più grande avventura dell’umanità sul ‘che fare?’ con la natura:
“Voglio vedere il lupi perché sono i mostri necessari alla nostra mente, abitanti di un mondo più emozionante del nostro”
Una piccola nota sulla traduzione: non è all'altezza del linguaggio di Monbiot, alcuni termini sono errati. Si poteva fare molto, molto meglio su un libro di questa portata.




sabato 3 febbraio 2018

il quinto giorno - frank schätzing

Il quinto giorno è uno dei libri migliori che abbia mai letto, di quelli che ti vien voglia di regalarli a tutti. 
Non dovrei neanche esserne troppo sorpreso, tra subacquei e biologi marini è un libro cult. Un libro che ti tiene incollato per oltre mille pagine.

Un libro del genere merita una esegesi. 
Cominciamo dal titolo, che in tedesco è Der Schwarm (Lo Sciame) ma che in Italiano è stato tradotto con ‘Il Quinto giorno’ da un passo della Genesi citato nel libro: 

“Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie.”
Il titolo italiano non è una deriva religiosa, semmai ne sottolinea il senso epico. Il titolo originale (Der Schwarm) è un chiaro riferimento all’intelligenza collettiva, quella forma d’intelligenza, e forse di consapevolezza, che trascende l’individuo e si manifesta negli stormi, negli sciami e nei banchi di pesce. Ma anche nei numeri caotici. Nel titolo italiano il riferimento è il mistero di quel quinto giorno della creazione, dove Dio creò i mostri degli abissi, gli abitanti del luogo meno conosciuto del pianeta: il fondo degli oceani. 
Una intelligenza aliena, completamente diversa dalla nostra li abita.
Jorge Luis Borges ne avrebbe fatto un breve racconto denso e vertiginoso. 
Schätzing ne ha fatto un thriller articolato, scientificamente e filosoficamente ineccepibile.

What if?
La base di ogni fiction sta in quella domanda: supponiamo che. Supponiamo che il Mare, o un’intelligenza che lo domina, si stanchi di subire danni dagli umani e ci dichiari guerra, per sopravvivere, non per odio. Sarebbe una guerra di difesa del territorio, con conseguenze che vanno oltre l’immaginario più catastrofico di Hollywood. Se il mare, che abbiamo sempre visto come fonte di sostentamento dalla pesca allo sfruttamento minerario, si ribellasse esattamente come fanno gli anticorpi con un virus, noi non avremmo scampo.

CIA, biologi marini, ambientalisti, genetisti, Navy SEAL pentiti, esperti di comunicazioni con ipotetiche intelligenze aliene e forze armate americane cercano di risolvere il problema ma con approcci diametralmente opposti. In una delle rare autoindulgenze dell’autore c’è questa illuminate considerazione, messa in bocca a due personaggi:

“Sembra un film di Hollywood dove gli scienziati cercano di salvaguardare a tutti i costi una intelligenza aliena e pericolosa per studiarla, e dove i militari sparano a tutto ciò che non capiscono.”

Ma del superficialismo Hollywoodiano Il quinto giorno ha ben poco, è anni luce avanti a film come ‘Abissi’ di Peter Yates, dove una intelligenza aliena ci insegna a vivere e ci mostra i nostri peccati come nel confessionale di un prete di provincia.
Tutto si può dire dei tedeschi tranne che siano degli ingenui o dei faciloni. Da questo libro verrebbe fuori una serie all’altezza dell'intensità di Homeland. Una serie dai connotati realistici, con riferimenti politici, culturali e psicologici precisi senza togliere nulla alla suspense, all’azione, alle ambientazioni scenografiche.

Quando ho girato l'ultima pagina, ho detto: soltanto un tedesco... 
Questo senso di big picture, la capacità di trasformare lo scibile umano in emozioni, la visione analitica, realistica, spesso malinconica ma distante e disincantata dall'oggetto osservato, anche in questo thriller d'azione pura è tipicamente tedesco. Ne 'La Guerra contro gli Chtorr' David Gerrold affronta una situazione analoga con un approccio analogo: delle specie aliene cambiano l'ecosistema terrestre a discapito degli umani. Gli stessi militari cercano di affrontare l'emergenza anche da un punto di vista filosofico.
Schätzing va oltre.
La specie 'aliena' in questione è il più antico abitante del pianeta e ci ricorda che ci stiamo comportando come un virus. 

Il quinto giorno ha tante di quelle implicazioni che su prospettive diverse lo paragonerei a ‘Il Nome della Rosa’ di Eco, un altro thriller di erudizione. In fondo ambiente, scienza e cultura viaggiano sullo stesso binario, su un treno che non produce grandi utili e che di questi tempi rischia di deragliare definitivamente in nome di squallidi conti economici.
Ringrazio Alessandro, un amico subacqueo, che ha letteralmente insistito affinché lo leggessi.

PS: All'età di 14 anni sono stato invitato con la scuola proprio sulla portaerei USS Independence. L'autore mi ha restituito quelle sensazioni di città, hangar, officina e aeroporto. Alcuni dettagli me li ricordo diversi, come la copertura del ponte di volo, ma forse è colpa del tempo o della traduzione. 



venerdì 2 febbraio 2018

libri letti nel 2017

Ne ho letti pochi, pochissimi, alcuni libri li ho abbandonati. Ho letto cinque volte sotto la media, per lo più manuali, lavori di amici o libri sui quali dovevo scrivere una recensione. Nel 2017 ho viaggiato tantissimo per lavoro e per presentare l'ultimo libro.
Devo ringraziare Ryanair e altre compagnie low cost, che limitano lo spazio e il peso in cabina
Ma anche alcune case editrici che per principio si rifiutano di pubblicare in digitale. Sul comodino ne ho quindici. Ma solo otto ce l'hanno fatta (o quasi)


Skeleton Coast, Clive Cussler - abbandonato.
Fatico molto a seguire stereotipi americani, personaggi clichè. Qui m'intrigavano i luoghi, dove sono stato un paio di volte, ma se il traduttore scrive Corrente del Bengala invece di Corrente del Benguela, la pazienza e la curiosità che gli avevo dedicato... vaporizzano.

Ogni cosa è indeterminata, Robert P. Crease, Alfred Scharff Goldhaber
Speravo di capire finalmente qualcosa di più nella meccanica quantistica, ma resto al punto di partenza. Proverò a rileggerlo.

Self Editing for Fiction Writers, Renni Browne, Dave King
Un manuale superlativo, visto che la figura dell'editor oggi è quella del ghost writer, dedicata esclusivamente a correggere e zappare biografie di calciatori e di soubrette. Se siete nuovi autori senza audience pregressa dimenticatevi qualsiasi editing da parte della casa editrice.

Il mondo d'acqua, Frank Schätzing
Un fantastico saggio sul mondo marino, ma ho dovuto smettere di leggerlo per non rovinarmi la sorpresa del libro che ha ispirato la sua pubblicazione: il libro qui sotto. 

Il quinto giorno, Frank Schätzing
Una vera rivelazione. Uno dei libri più belli che abbia letto in questa vita. 

Fumetti subacquei, Loris Cantarelli, Paolo Guiducci, Fausto Rambelli
Una celebrazione della subacquea attraverso i comics. Cinque chili di libro.

Vacanze subacquee DeLuxe, Marco Benedet
Difficile esprimersi su un libro per il quale hai fatto da editor e non ti hanno ascoltato del tutto...

Sinai, La terra illuminata dalla Luna, Fabio Brucini, Lelio Bonaccorso
Un libro a fumetti dove ho riconosciuto la metà (almeno) dei personaggi e dei luoghi. Altro capolavoro.

Degli ultimi cinque aspettatevi una recensione

Dimenticavo: I 49 racconti di Hemingway (quelli che mancavano)

giovedì 1 febbraio 2018

la guerra contro gli chtorr - i primi quattro libri - david gerrold

Nessuno sa come sono arrivati. L’espediente narrativo del racconto in prima persona elude questa domanda e confina le risposte nel recinto delle ipotesi. L’invasione aliena più inquietante della letteratura non ha astronavi né tecnologia, né pianeti di provenienza. La domanda ‘da dove vengono’ o ‘come sono arrivati sulla Terra’ non ha più alcun senso, tutti gli sforzi sono tesi ad arginare un’avanzata subdola, infestante. I gasteropodi giganti che uccidono gli umani, si scopre, sono solo la punta dell’iceberg. Insieme a loro un intero ecosistema alieno sta progressivamente occupando tutte le nicchie ecologiche disponibili.

 Ma non sta succedendo per puro capriccio divino, l’uomo ci ha messo del suo. Andando avanti con al lettura affiorano considerazioni e dati su un’America che ha perso la guerra ed è soggetta a pesantissime sanzioni, mentre la popolazione mondiale è stata decimata di oltre la metà da violente e misteriose epidemie. In questa situazione post apocalittica si installano specie di un altro mondo. Ogni nuova scoperta di organismi alieni rivela una struttura e alimenta il sospetto che il piano degli Chtorr sia la completa sostituzione dell’intera ecologia terrestre, con la conseguente estinzione di tutta la vita nativa. Piante, animali e i loro simbionti alieni, per lo più pericolosi o nocivi, sembrano inutilizzabili dalle specie terrestri.

L'umanità si trova davanti un nemico che non riesce né a comprendere né a combattere. Jim McCarthy, la voce narrante, è un biologo e militare dell'esercito degli Stati Uniti che tenta di comprendere l'ecologia degli Chtorr anche mentre cerca di distruggerli in combattimento. Daniel Foreman, formatore nei corsi di sopravvivenze e filosofo dell’esercito, è una sorta di guida spirituale. Scrive lo pseudonimo di Solomon Short. I suoi aforismi da soli varrebbero la lettura dell’intera opera.

 «La vita sta all'universo come la ruggine al ferro. Su scala planetaria noi non siamo altro che una forma avanzata di corrosione, nient'altro che una delle maniere scelte dall'universo per consumarsi più in fretta»
 «Si dissente solo da ciò che non si conosce. La gente non discute sul colore del cielo, o sulla durezza della roccia, o sulla trasparenza dell'acqua, tutt'al più può eccepire sulle loro qualità. Credere non è sapere. Credere significa essere convinti di qualcosa senza conoscere la verità. Credere significa pensare che qualcosa sia vero o volere che sia vero, senza averne la prova. Non si discute su ciò che si conosce, perché è tangibile. Si discute su ciò in cui si crede, perché non si può dimostrare. E si uccide per questo. Ridicolo... Possiamo credere ciò che vogliamo, ma l'universo non è obbligato a restare serio»

 Gerrold ti tiene incollato pagina dopo pagina con un’affabulazione che sembra carro armato hi-tech, lento e inesorabile. La storia, i personaggi, l’infinità di specie aliene descritte e scoperte ad ogni angolo, e la reazione degli umani, sono originali quanto estremamente realistici. La sua forza è nel mettere a nudo la nostra incapacità di adattamento ad un pianeta che cambia e del cui cambiamento non siamo più né gli artefici né coloro che ne hanno il controllo.
 La dicotomia guerra-politica di Von Klausewitz è qui estremizzata e si annulla in un senso di perdita, di alienazione dell’essere umano che con tutte le sue forze cerca di conservare una sua identità in un pianeta che diventa sempre meno terrestre con aspetti crudeli, ma anche psichedelici e affascinanti. Innumerevoli le chiavi di lettura.

lunedì 18 settembre 2017

il salmone del dubbio - douglas adams

Douglas Noel Adams morì a 49 anni nel maggio del 2001dopo un allenamento in palestra a Montecito, in California. Si stava mettendo in forma per poter essere scritturato in 'Guida Galattica', film ispirato al suo capolavoro omonimo. Dall'hackeraggio dei suoi computer, ad opera del suo editore e della moglie, nasce il 'Salmone del dubbio'. Non è la solita opera postuma, è semmai una raccolta di articoli e frammenti, in parte già pubblicati o divulgati, ma tutti di una qualità strepitosa.

'Biscotti' è uno dei racconti dal finale capovolto più geniali e divertenti che abbia mai letto. Brevissimo ed esilarante, biscotti è una di quele storie che fanno scuola perché deridono un intero stile, il serioso genere noir-esoterico strappandogli il monopolio del sacrosanto 'twisted-end'.

Subito dopo metterei 'Come nasce l'idea di Dio', il testo del suo discorso alla conferenza annuale degli atei. Un capolavoro di humour e dissacrazione, letteralmente esplosivo, degno di un autore dei Monty Python. Anzi, di Life of Bryan.

In 'Piccoli ciaffi cazzuti' un altro articolo se la prende (brillantemente) con le decine di caricabatterie e trasformatorini cui l'elettronica ci costringe. Uno per la stampante HP, uno per lo scanner Canon, uno per il Mac, uno per il PC windows, uno per il telefono... una invasione che ha reso le nostre case-uffici dei rettilari irti di cavetti e di scatole nerastre, riempito i nostri cassetti di mostriciattoli compatibili solo con i loro device, ma incompatibili con il resto dell'universo. Quando potremmo produrne uno solo per tutti?
Sono passati quasi venti anni, da quando DNA scrisse questo articolo e ormai dovremmo esserci fatti furbi. E invece no, non siamo furbi, siamo una specie particolarmente idiota. Gli idioti e l'idiozia prevalgono sempre, su qualsiasi regola, su qualsiasi scienza. Se Guida Galattica docet, il Salmone del dubbio allarga gli orizzonti sul mare di idiozia nel quale nuota felice l'umanità. Con innumerevoli chicche, tra le quali come preparare un vero tè spiegato agli americani, e lettere esilaranti.

Di veramente inedito c'è il Salmone del dubbio, scritto lasciato incompleto. Douglas Adams non aveva ancora deciso se farne una nuova Guida galattica oppure utilizzarlo in Dirk Gently, il suo 'investigatore olistico'. Resta che la missione dell'investigatore è (alludendo sfacciatamente a Schroedinger) di trovare un 'mezzo gatto'.
Grandioso pane per molti denti, ma che in Italia ancora fatica, fatica... fatica...fatica.
Ma in fondo chi è Schroedinger...uno stilista? Non s'è neanche mai visto all'isola dei famosi...


domenica 17 settembre 2017

diario di bordo di una traversata atlantica - marco benedet


Li guardavo con invidia. Uscivano col mare plumbeo, sotto la pioggia pungente, gattonavano come go-kart sulle onde brevi e nervose a venti nodi come nulla. Battevano bandiere tedesche o francesi. – La prossima volta, mi dissi, attraverserò l’Atlantico in catamarano.

Lo confesso, il libro di Marco Benedet, ha tolto un tappo, le sue pagine hanno resuscitato luoghi e ricordi che non finiscono mai. I giorni di attesa in darsena sotto la pioggerella sottile, le tante opinioni sulla cambusa, i lavori a bordo, le consultazioni. E poi il grande balzo. Nessuno può dirsi preparato a una traversata oceanica, migliaia di miglia, settimane intere di mare, mare e basta. Nessuno è veramente preparato a non vedere terra per giorni e a fare affidamento solo su ciò che è a bordo, tra provviste, strumenti e l’esperienza dello skipper.

Marco Benedet descrive queste sensazioni riportandole in un diario prezioso, che abbonda di consigli e di notizie utili. Inizia spiegandoci dove cominciare a realizzare un sogno. Come fa una coppia che non ha alcuna esperienza di vela, ma solo di mare – come lo erano l’autore e la sua compagna prima della traversata – a trovare un ingaggio per attraversare l’Oceano? A chi ci si rivolge, quali sono i canali? E quali caratteristiche è giusto mettere in evidenza in un curriculum vitae da presentare ad un armatore?

Marco Benedet compila queste pagine con il suo sguardo migliore, quello del viaggiatore, un viaggiatore curioso e dal piglio scientifico che si muove nel tessuto dei luoghi annotando, registrando tutto. Stavolta il tessuto è l’Oceano, sul quale naviga un piccolo drappello d’umanità, l’equipaggio che l’attraversa.
Un diario da divorare pagina dopo pagina, un resoconto pieno di consigli, anche alimentari, e di ricette adatte alla navigazione, quasi un manuale. Ma è con le sue osservazioni che Marco Benedet ti porta lì, giorno dopo giorno, nel day by day di un neofita che un giorno si mette in testa un viaggio pazzesco: andare di là, dove osò Colombo, offrendoci il punto di vista non più dello skipper, ma di colui che non ne sa nulla. E in quel neofita mi sono identificato anche io che quel viaggio l’ho già fatto, tanti erano i ricordi e le sensazioni da ‘prima volta’ che il diario ha evocato.

Forse oggi ancora più di ieri, con il mare in grave pericolo, circondati come siamo da tecnologia che vuole soppiantarci e da realtà virtuale, attraversare un oceano con solo la forza del vento è una impresa dai significati profondi. Una di quelle cose che sono ancora capaci di cambiarci radicalmente.
Di Marco Benedet è cambiato sicuramente lo stile, che in questo suo ultimo lavoro si fa più asciutto, ponderato, carico di contenuti mirati. Di gran lunga la sua opera migliore, un’opera capace di suscitare nostalgie in chi quel viaggio l’ha fatto, come di trasmettere preziose info e un punto di vista molto particolare a chi sta pensando di affrontare una traversata. Farebbe bene a leggerlo anche a chi non ha mai pensato di attraversare un oceano ma è lì, sul punto di abbandonare tutto e tutti per mesi, con tanta voglia dentro di affrontare, e ritrovare, se stesso.


venerdì 28 aprile 2017

lavori ancora in corso

Ecco come il file appariva  dopo l'analisi  delle scene
Rieccomi... Ciao! 

A che punto sono con i lavori? 
E’ stata dura. La rilettura a freddo delle scene ha sfidato l’uscita del libro. Il 21 aprile ero sull’orlo di dire: è tutto da rifare, rimborso tutti e mi prendo la libertà di riscriverlo con i miei tempi.

Per fortuna non l’ho fatto, perché, abbiamo scoperto, la parte debole era solo la prima. Ma è anche quella che ti fa voglia di continuare a leggere.

Chi siamo? In questo lento recupero del libro è stato fondamentale l’aiuto di Marco Benedet, autore di ‘Una bussola per gli squali’ e altre pubblicazioni, che come membro di RWC, (ReefWriters Corporation) si è offerto di farmi da ‘editor’.

Il file corretto da me (3a stesura)


Ovviamente quella che mi è stata re-inviata non è la stesura definitiva. Andranno apportate altre modifiche secondo i suggerimenti. Se non ci sono intoppi verrà stampato entro la metà di maggio.

Restate tonnati su questo blog per la presentazione ufficiale del libro!

Claudio

mercoledì 5 aprile 2017

lavori in corso



Ciao!
Non ero sparito, mi sono concesso una breve vacanza e al mio ritorno ho trovato i soldi di kickstarter sul conto, Grazie a tutti coloro che hanno contribuito!

Tutto procede come da tabella: 15 giorni sono il minimo per rileggere il proprio manoscritto da lettore e non da autore, capire come migliorarlo per presentarlo al pubblico, ed eccomi di nuovo sul pezzo. Spero vi faccia piacere che non solo non sono scappato coi soldi, ma sto lavorando alle bozze. Magari vi incuriosisce sapere come sto procedendo, quali sono i miei arnesi.

“The first draft of anything is shit”
Ernest Hemingway

Ho stampato (per la seconda volta) in cartaceo l’intero manoscritto. Questo non solo mi aiuta a distaccarmi e a identificarmi in un lettore, ma è rilassante! 
Il computer ormai lo associo al lavoro e alla pressione, mentre la carta (ahimé) ora conserva un valore di tempo libero. 
Per fare un favore alle foreste ho riciclato la versione che avevo stampato precedentemente, e per fare un favore a me (favorire il distacco e uccidere la possibilità di equivoci) ho scelto ancora un altro font.

Quando scrivo su computer uso il Times New Roman. Lo trovo molto leggibile e rilassante. 
Per distaccarmi preferisco usare non solo un altro supporto, ma anche un altro font. La prima stesura cartacea l’ho stampata in Arial, font senza grazie e completamente diverso dal Times New Roman. 

Ora siamo alla seconda stesura: tre tomi, stampati in ‘Courier New’, font oggi un po’ ostico per lunghe letture, ma ecologico. Il Courier è un font sottilissimo, che e usa poco inchiostro. 
In fondo intere generazioni hanno coretto bozze uscite da una Lettera 32. 
La macchina con la quale ho scitto il mio primo romanzo, mai pubblicato.



L’intero manoscritto è di 286 pagine in formato A5 – se fosse un libro supererebbe le 300 pagine. Non sopravvivranno tutte. 
Occhio e croce il libro sarà di 230 pagine al massimo.

Ho deciso di suddividere il libro in scene e di interrogarle una per una. Chiedendo a ogni scena se serve, cosa mi da e cosa invece potrebbe irritare. O se va spostata.
Questo ‘sotterfugio’ che nella sceneggiatura è prassi consolidata, serve anche ad evitare di correggere errori ortografici o di battitura e di affinare frasi presenti in scene che invece meritano il cestino o la totale riscrittura.

Una volta risistemate le scene procederò alla correzione dei dettagli. Ma non sarà finita lì! 
Qualcun altro, che non posso essere io, ci metterà le mani. E me lo rimanderà con le note. Certamente non posso inviare a terzi un manoscritto del quale io stesso non sono sicuro.

Nota - per quanto possa essere utile una mia statistica -
Ho notato che le scene scritte a mano su taccuini (e successivamente riversate su Microsoft Word) sono quelle che reggono meglio la mia impietosa mannaia.

a prestissimo!

Claudio

martedì 20 dicembre 2016

Pensa Mangia Agisci! - Raffaella Tolicetti

No, Raffaella non ha i capricci del cuoco stellato. 
Mentre gli altri, quelli da studio televisivo danno in escandescenze per un cucchiaio di teflon o per un pomodorino, lei è una capo cuoca che ha combattuto nelle acque glaciali dell’Oceano Meridionale contro le navi baleniere giapponesi. Era ai fornelli quando la Nishin Maru, la nave mattatoio, speronò la Sam Simon, nave di Sea Shepherd quasi un decimo più piccola. Raffaella ci racconta della battaglia navale tra gli iceberg, un rimpiattino alla fine del mondo.

“Essere speronati da un’altra nave è un’esperienza da brividi perché non si conosce la gravità del danno fino al termine della collisione e non si riesce ad avere una idea chiara di quello che sta succedendo”
Il mare in sé richiede azione, prontezza e fatica. Figuriamoci un mare in pericolo a alla mercé dei peggiori criminali. In mare puoi patire il freddo anche ai tropici, l’essere in mare richiede calorie.
Soprattutto se si combatte, perché quella di Sea Shepherd è una guerra.
“Dopo anni a bordo di una nave mi sono resa conto che in fondo non ho bisogno di molto, anzi avere troppo può essere un peso. Quando sono in missione in Antartide ho sempre pronto uno zainetto da prendere al volo nel caso fossimo costretti ad abbandonare la nave.”  Scrive Raffaella.
E ancora: “Tendiamo a credere che circondandoci delle cose che ci piacciono ci creiamo un’identità…”
Sulle navi di Sea Shepherd non si mangia affatto male: lasagne al ragù di ceci o alla crema di asparagi, rösti di patate e cipolle... Si tratta di cucina ‘povera’ quella dove non puoi permetterti ingredienti come carne, pesce, formaggi. La frutta e le verdure fresche in mare le vedi solo la prima settimana. Si ripete quindi quella situazione che costrinse gli italiani ad inventare un mondo, partendo da tre elementi miracolosamente buoni e versatili: farina, pomodori, olio di oliva.

http://www.imperialbulldog.com/2016/06/02/la-cuoca-di-seashepherd-si-racconta-in-un-libro/




Kiribati - Cronache illustrate da una terra (s)perduta - Alice Piciocchi, Andrea Angeli


Kiribati sta affondando. Tra pochi anni la nazione arcipelago fatta di isole e vite sparse per 5000km da Est a Ovest nel Pacifico, non esisterà più. L’Oceano sale inesorabilmente. E' il riscaldamento globale.

Kiribati è il sogno di ogni naturalista. Eric Sala, ecologista marino ed Explorer-in-Residence del National Geographic. Vedere Kiribati prima che sparisca è il sogno forse un po’ amaro di un esploratore del nostro secolo.
Due ragazzi di Milano questo sogno l’hanno realizzato. Volevano documentare la vita su un arcipelago che non ci sarà più,
Alice Piciocchi e Andrea Angeli hanno deciso di partire per quell’esplorazione verso ‘il primo paese al mondo destinato a scomparire

“Lo scetticismo e l’incredulità tra la gente comune è tanta, ed è complicato capire, senza i rudimenti scientifici, quale delle teorie sia la più plausibile e verosimile.
E allora abbiamo fatto un passo indietro e abbiamo capito che la migrazione non era il punto. Il punto era scattare una fotografia di un’identità…”

Storie di donne che incantavano le balene, che le attiravano in acque basse con una melodia per farle catturare facilmente e utilizzarne la carne, l’olio, le ossa. Storie di ghirlande, di ornamenti floreali degni dell’Ikebana, di una società che quando si sbarca su un atollo per prima cosa si reca omaggio allo spirito del luogo, c’è un sito apposito, una specie di dogana, in un arcipelago dove gli antenati, come in Papua, continuano ad abitare in casa con i vivi. A Kiribati i morti vengono sepolti in giardino, e le ossa vengono riesumate e lucidate a scadenze fisse. Come in Madagascar, nel rito della Famadihana, la riesumazione dei morti.

Bellissimo
magnificamente illustrato
Un must




http://www.imperialbulldog.com/2016/09/13/kiribati-cronache-illustrate-di-una-terra-sperduta/

http://www.24orecultura.com/art/libri/2016-04-19/kiribati-cronache-illustrate-terra-162132.php

Kobane Calling - Zerocalcare

Un viaggio, il secondo, in Siria di un fumettista esilarante, geniale, ma profondamente agganciato ai temi più caldi.
L'utopìa curda e l'olocausto mediorientale tra ingerenze e indifferenze mondiali, narrati a fumetti da chi c'è stato veramente come volontario.
Un reportage a matite e inchiostro di un viaggio nel cuore e nell'anima ferita del pianeta, un Salgado senza morte, ma che all'occasione sdrammatizza con irresistibili battute in romanesco.
Un inviato di guerra capace di farci piangere e ridere come solo uno che vive a Roma sa fare.

Chapeau, Zerocalcare, alla faccia di quelli che sentenziano ben comodi negli studi tv, di opinionisti da faceboook. Tu c'eri, e sei stato capace di intrattenerci col fiato sospeso sul tema più lacerante di questo sciagurato inizio secolo. Con una grazia invidiabile.
Da leggere o regalare





il respiro degli abissi - james nestor

James Nestor, giornalista sportivo californiano, ci offre il reportage di un viaggio nelle profondità. Un viaggio durato più di due anni tra la mente umana, i riflessi atavici e la rete sociale dei capodogli. Un viaggio interiore che inizia con una ecatombe di apneisti ai campionati mondiali in Grecia, un campionato funestato da incidenti, dove l'autore si chiede perché. Inizia così un percorso intorno al mondo dove James Nestor insegue quello che gli scienziati chiamano il riflesso (o retaggio) dei mammiferi marini, cioè uno 'switch' fisiologico dell'organismo umano in immersione. Inseguendo questo misterioso potere entra in contatto con uomini che salvano squali taggandoli con un fucile subacqueo in apnea e ricercatori convinti di poter decifrare un giorno le complesse chiacchierate dei capodogli. Il quadro che ne risulta è uno dei più grandi inni al mare e alla subacquea, anche se in quesro caso solo in apnea, Un inno che va dagli squali bianchi in Sudafrica alle mitiche Ama, le elusive, mitiche, pescatrici giapponesi.

Cult

Le anatre selvatiche volano al contrario - Tom Robbins


Questa raccolta di articoli e racconti è stata per me una fantastica occasione per sbirciare un po’ dentro la vita di Tom Robbins, elusiva rock star della letteratura, autore cult capace di riempire interi stadi, ma poco incline ad apparire in TV e social media. 
E scopro che, come me, nutre una passione sfrenata per i luoghi selvaggi, per le spedizioni avventurose e un amore smodato per l’Africa.
Se un giorno mi perderò in canoa nel delta dell’Okavango… sappiatelo, sarà anche colpa sua.
Quando Tom Robbins ti descrive l’Amazzonia, o il deserto siriano, puoi esser certo che c’è stato davvero, e non con una lussuosa spedizione VIP, nè con un reality, stai certo che c'è andato al seguito di un gruppo di ricerca o di un operatore turistico che titola "Qui viaggi estremi," 

Non è per niente un buffone, Tom Robbins. Quando mette in burla il Papa, o ti serve l’incongruenza esilarante  tra ‘i maschi che pranzano sempre col cappello in testa’ e le immense vagine cosmiche raffigurate nell’arte rupestre nativa americana è serissimo. Non ti sta raccontando neanche un briciolo di balla, né ti sta rompendo i marroni con un'infanzia difficile: ti sta raccontando quanto è pazzo e divertente il mondo. Perchè il puiù grande spettacolo è la realtà.
Nelle raccolte ovviamente c’è di tutto, cose eccelse, cose meno, cose esilaranti, cose così e così. 
Ma senza questa raccolta non avrei mai avuto un quadro su una figura che non 'esterna' sui social la sua vita privata, la persona che Fernanda Pivano ha definito (anche) così:


“Lo scrittore più pericoloso del mondo” cioè, Tom Robbins.

martedì 11 ottobre 2016

i segreti del mar rosso - henry de monfreid

“Oggi, Gibuti è una città bianca dai tetti piatti. Quando appare all’orizzonte, all’avvicinarsi del piroscafo, sembra galleggiare sul mare, poi a poco a poco, si materializzano serbatoi metallici, braccia di gru, mucchi di carbone e, in buona sostanza, tutte le altre sporcizie con cui la civiltà occidentale è condannata ad accompagnarsi ovunque nel mondo.”
Parte da qui, da questo ultimo avamposto della 'civiltà' occidentale, il libro I Segreti del Mar Rosso, di Henry de Monfreid, un annoiato rappresentate di caffè e pellame contemporaneo di Lawrence d'Arabia. A Gibuti avere il Mar Rosso sotto gli occhi non gli basta più, deve navigarlo, viverlo come quotidianità sulla sua pelle.

Compra un sambuco e diventa pescatore di perle. Incontra ‘capetti’ che sfruttano altri pescatori legandoli a loro col debito, e veri e propri mercanti di schiavi che regnano su remote insenature e sceicchi che dominano su isole verdissime e lingue di sabbia sperdute. Annota le meravigliose leggende sull’origine delle perle, ma sa bene che a determinare la loro formazione nell’ostrica è un meno poetico parassita presente nelle feci di alcuni pesci. Quello di Henry de Monfreid è un occhio colto, da fine antropologo e da curioso naturalista. I suoi resoconti, le sue avventure, hanno la stoffa del reportage:
“Ho l’impressione di essere su un pianeta in formazione - scrive a proposito delle isole Hanish - in una età in cui la vita non era ancora organizzata.”
Con occhio raffinato, educato dalla pittura e dalla fotografia de Monfreid coglie dettagli di luce nei volti, negli sguardi, nelle schiene lucide, nella caligine di porti remoti. Dipinge voli d’uccello e tramonti su lagune di mangrovie. Nel frattempo elude i controlli in mare delle pattuglie turche, ancora ben salde sugli avamposti dell'Impero Ottomano, e Inglesi. Un grande partita a scacchi nel mare più affascinante del mondo, tra un contrabbandiere sempre più critico del colonialismo e sempre più lontano dall’Occidente. Fino alla conversione all'Islam.Accadde a Bab el Mandeb, ‘la porta delle lacrime’, dove l’Oceano Indiano irrompe nel Mar Rosso:
“Il vento raddoppia la sua violenza e forma onde che sembrano correre contro la corrente che adesso esce dallo stretto. E’ troppo tardi per cambiare rotta, un vento così violento non lo permette.” 
Appena salvo mantenne la promessa di voto: si convertì all’Islam e si scelse un nome: Abd el Haï, schiavo della vita. Erano i tempi di Lawrence d'Arabia.

Un piccolo capolavoro immancabile per chi ama il mare e l'avventura. Obbligatorio per chi frequenta il Mar Rosso.

Magenes Editoriale

leggi anche:
http://www.ilcornodafrica.it/pca-monf.htm
http://www.henrydemonfreid.com/
http://www.imperialbulldog.com/2016/01/29/henry-de-monfreid-cuor-di-mar-rosso/




sabato 10 settembre 2016

Norwegian Wood - Haruki Murakami

Dopo averlo letto non ascolterai mai più quella canzone con le stesse orecchie, con lo stesso stato d'animo. Io ci ho provato, ed ho dovuto interrompere l'ascolto. L'unica cosa che posso fare, adesso, è scriverne.

La nostalgia assale l'io narrante mentre ascolta una versione orchestrale 'piuttosto annacquata' di Norwegian Wood dagli altoparlanti nella cabina di un 747, in quel momento strano subito dopo l'atterraggio con l'aereo ancora in movimento, quando tutti si alzano per trafficare nelle cappelliere:

"...rimasi tutto il tempo in quel prato. Assaporavo il profumo dell'erba, sentivo il vento sulla pelle e i gridi degli uccelli."

Inizia in quella cabina di 747 un viaggio a ritroso sulle 'emozioni che non si possono rivivere'. Un viaggio verso la memoria che inevitabilmente si allontana da immagini e sensazioni come un uomo di trentasette anni si ormai è allontanato da quel ragazzo che era a diciannove e che aveva giurato alla sua Anoko di non dimenticare mai il suo volto.

Nel romanzo non sappiamo nulla di cosa o chi è diventato 'quel ragazzo di 19 anni' sprofondato nei suoi silenzi, perso dietro una ragazza tra una stazione e l'altra della metropolitana di Tokyo, non ci fornisce elementi per paragonare le due persone. Del trentasettenne sappiamo solo che la nostalgia lo assale con violenza nell'ascoltare Norwegian Wood. Un'altra volta nel vedere un tramonto a Santa Fè.

I luoghi e la situazioni, come una cabina telefonica o un funerale, sono spesso i palcoscenici della rappresentazione di un profondo malessere che rasenta la crisi di panico. Un panico continuo verso il mondo esterno, che come ci insegna la moderna psicologia, trova le sue radici nella mancanza di punti fermi. Quasi privo di trama come Fiesta, in questo romanzo outsider i personaggi scivolano su un filo esistenziale esile, teso tra le sensazioni, le stazioni e i bar (e la musica che esce dai bar) di Shinjuku, di Shibuya, sullo Shinkansen per Kyoto, i bento, gli ottimi whisky giapponesi. In Norwegian Wood si beve come in un romanzo di Hemingway. Mai pedante, Murakami esplora la vita, il banale e i sensi come un Henry Miller nei suoi 'Tropici', ma con uno stile sempre fresco, quasi impalpabile, minimale.

I titoli dei brani meticolosamente segnalati nel testo non sembrano voler integrare la narrazione con una colonna sonora, che potrebbe avere un ruolo didascalico, ma sembrano pretendere stessa dignità e stessa forza evocativa delle altre sensazioni, come gli odori, i colori, qui così vividi. E' il tipo di musica che non genera un 'frame' temporale esclusivo, ma che al massimo ci ricorda quale era il contesto in cui è stata scritta, perché la musica quando è immortale è 'senza tempo'. Un giorno forse dimenticheremo gli Oasis. Li dimenticheremo anche se ci ricordano i Beatles, ma non i Beatles. Come non dimenticheremo Brahms. Tra ciò che perdiamo inevitabilmente c'è anche il tempo, con quello che c'era dentro, non 'i tempi'.



Drammatico, toccante, stuggente. Eppure vitale. brillante, vivido e leggero. Norwegian Wood è uno di quei libri che non ti lasciano andare, che non ti consentono facilmente di rimanere esattamente lo stesso dopo averlo letto. I sentimenti, l'alienazione, la morte, il senso di estraneità per il mondo sono il tessuto di un romanzo che, almeno a me, è parso assai di più di un 'romanzo di formazione', come è stato definito. Attraversare dubbi, esperienze sessuali e traumi non basta per definirci giovani e in fase di apprendimento, di elaborzione. Siamo tutti impreparati, tutti giovanissimi davanti agli imprevisti della vita. Davanti alla morte, alla perdita della mente. E il vuoto non ci insegna nulla, a nessuna fascia di età. L'incipit potente ed il finale sfacciatamente aperto - ma da vertigine dell'anima, da soli gli meriterebbero il Nobel.
Capolavoro.

Controindicazioni:
Da evitare se si è depressi o in un momento particolare di stress. Malgrado la sua delicatezza e una certa indolenza del carattere principale Norwegian Wood può scuotere fino alle radici.

giovedì 11 agosto 2016

Villa Incognito - Tom Robbins

Ve la ricordate la brutta faccenda dei MIA, i Missing In Action, militari americani dispersi, forse prigionieri/ostaggi in un Laos che chiedeva (giustamente) i danni di guerra? Per chi non ha dimestichezza, avete presente due film: 'Fratelli nella Notte' e 'Rambo 2'?

Villa Incognito è un esilarante ribaltamento della faccenda: i membri dell'equipaggio di un B-52, precipitato durante una missione sul Laos, il paese al mondo più bombardato nella Storia (leggere Wiki per credere) decidono di restare lì, in Laos.

Per un paese come l'America dove la metà dei titoli delle canzoni contengono la parola Home (Home Sweet Home, Home, The Long Way Home, Sweet Home Alabama, Take Me Home - etc.) la scelta di restare in Laos è puro sacrilegio. Ma son proprio i sacrilegi, la materia prima di Tom Robbins, scrittore per soli gatti maledettamente curiosi. A volte scettici.
"Che bisogno c'è di inventarsi di sana pianta una figura mitologica giapponese assolutamente incredibile e grottesca come il tanuki?" 
Mollo il libro sul comodino. Vivo (ci riesco benissimo, giuro) agli antipodi del Signore degli Anelli e di Harry Potter. Villa Incognito resta lì a impolverarsi, sepolto dagli altri libri, dalle riviste. Lui e il tanuki deficiente.

Il Satori su Villa Incognito lo raggiungo dopo, in Giappone.
Proprio in Giappone scopro che Tom Robbins non s'è inventato niente, zero, e che esistono templi dedicati a questo strano essere che fa da trait d'union tra gli antenati animali e gli umani, e che viene venerato come divinità portafortuna. Tom Robbins mi ha preso in giro due volte. Quel mito grottesco esiste davvero. E Tanuki poteva abitare solo un luogo al mondo: il Giappone.



Mi sento spiazzato.
Riapro il libro mollato sul comodino un anno prima e incontro decine di luoghi veri, familiari (altro che la Terra di Mordor!) più surreali di qualsiasi altra terra (o avventura) manipolata a vantaggio di legittime fughe quanto di nanismi intellettuali. Precipito nella narrazione, che è addictive, ma Tom Robbins non lo leggi d'un fiato.
Le sue 295 pagine le leggi con la stessa velocità delle 600 di Donna Tart.
Ogni sua pagina è un aforismario.
Ogni suo paragrafo è una iperbole.
Non si prende mai sul serio ma occhio a non cadere nella trappola; è proprio quando pensi che ti stia prendendo per i fondelli che è dannatamente sincero!

Villa Incognito sta al minimal come Forsyth sta al fantasy. Sostenuto da una serie di flash-back e di interruzioni lo stile di Villa Incognito è una video-camera che si affaccia sui vari contesti, fregandosene (quasi) della linearità del tempo. Una specie di collage dalla struttura pazzesca. Come in Profumo di Jitterbug, anche qui tutto si ricongiunge, tutto fa parte di un disegno imperscrutabile, molto carnale e poco divino. In barba a tutte le ideologie e le religioni del pianeta. Che prende a sberleffi.

Precauzioni

E' uno di quei libri che richiedono una risata ciclopica a mezza pagina con standing ovation e saltellamenti. Sarà difficile spiegare perché siete così ilari ai vicini d'ombrellone, è materia pericolosa e non capirebbero.  Soprattutto se glie lo spiegate voi. Meglio leggerlo sul divano in casa.

Controindicazioni

Il farmaco non è adatto a bigotti, integralisti politici o religiosi, militaristi, antiabortisti, sessuofobi, filosofi vintage, obiettori di coscienza, nostalgici, benpensanti, intellettuali francesi.
Se fate parte delle sopraccitate categorie Villa Incognito potrebbe farvi incazzare. O farvi cambiare idee per sempre.

domenica 24 luglio 2016

il più grande spettacolo del mondo - vittoria amati

“Esplorare è un istinto. È come avere mille domande sotto pelle e cercare la strada per trovare le risposte. Certe domande, poi, diventano ossessive e ci stimolano a rompere con le abitudini. La natura è disseminata di domande…” Scrive Vittoria Amati nelle primissime pagine di questo piccolo capolavoro.
Il più grande spettacolo del mondo, con le immagini in bianco e nero, si inserisce nel vasto panorama dell'editoria subacquea come un’opera di restituzione. “Non è l’ennesimo libro di fotografie”, spiega Vittoria, “qui è il testo a pretendere la sua rilevanza”. L’itinerario che ci conduce alla scoperta della vita marina segue le tracce di esploratori e scienziati illustri: Wallace, Hans Hass, Cousteau. Ognuno di loro è esaminato sotto la lente critica di chi esercita costantemente un approccio passionale ma misurato, con uno stile che è sempre in un perfetto equilibrio tra divulgazione scientifica e slanci del cuore. 
Un testo di cui c’era bisogno, di quelli che formano. E il bianco e nero lo affianca con la forza silenziosa della forma pura, ma anche con l’aura del ricordo, quasi a rammentarci che le barriere coralline stanno rischiando di diventare, per miliardi di individui, un evanescente ricordo d’infanzia.
Un libro che dovrebbero leggere tutti coloro che sono appassionati di mare, o solo curiosi.
In cartaceo e digitale qui:

domenica 17 luglio 2016

B come Birra - Tom Robbins

Questo libro sembrava proprio scritto per me, e come per magia me lo ritrovo tra le mani appena uscito. E' stata la stessa fatina che fa materializzare la biancheria lavata e stirata nei cassetti dei maschi. Non so francamente cosa aspettarmi, perché Tom Robbins è l’unico scrittore veramente capace di tutto. 
Infatti, soltanto lui: sto leggendo la storia della birra spiegata ai bambini, e non dal solito zio fricchettone ma da una ‘Fatina della Birra’ (che non è quella dei cassetti dei maschi) materializzatasi nella cameretta di Gracie, dopo la prima (accidentale) sbronza.
Tom Robbins non poteva usare un espediente meno politically correct per spiegare la birra ai suoi veri lettori: gli adulti. Immagino quanti padri abbiano sussultato nel leggere le prime pagine, per poi scoprire che gli adulti quanto i bambini hanno bisogno di capire meglio una bevanda che, come il cane e il cavallo, ci accompagna dalla notte dei tempi.

La sua arte, e non si smentisce neanche in 134 pagine, attinge a una cultura ricca sfondata; Tom Robbins è l’unico capace di farti credere che sta raccontando una balla colossale mentre racconta un fatto vero, e perfettamente verificabile presso fonti attendibili.
“Stai attenta. Quando si considera la birra come un mezzo, è meglio tenere a mente che è scarsamente affidabile. Effettivamente è un vecchio bidone. Un carro spinto e trainato da forze dimenticate, spiriti agricoli come l’antico spirito del grano e della terra. Un caro, mia cara, che può facilmente sbandare e finire fuori strada”
Passa abilmente dall’orzo che cinquemila anni fa fermentava a el Fayyum, in Egitto, ai luppoli, ai lieviti e a come si fabbrica la birra scura. Una serie di chicche e dettagli introvabili, snocciolati in forma di fiaba o di paradosso per amanti e intenditori, e altri aforismi, lasciati in giro qua e là dallo zio Moe, il fricchettone:
“Ogni volta che qualcuno va in un centro commerciale perde un pezzetto della sua anima”
Imperdibile per gli amanti della birra e di Tom Robbins.

Avvertenze: queste 134 pagine (pochine per un Tom Robbins) potrebbero essere fuorvianti per chi affronta l’autore per la prima volta.

Te l'ho regalato sei anni fa, birromane, per il tuo compleanno.
Certo che ci hai messo a recensirlo... Nel frattempo il libro non è più disponibile da Feltrinelli, ma solo su Amazon. Ma stai tranquillo non è certo per la tua recensione tardiva, in ogni caso l'avrebbero letta i soliti tre gatti!


fight club - lettera aperta a chuck palahniuk

Caro Chuck, il tuo è un capolavoro dei nostri tempi, voglio dirtelo, un sopraffino vademecum minimalista del ribelle (sicuramente tardivo) dell'insofferente, zeppo di ricette balorde per fabbricare le cose più strane e vietate, secondo legende metropolitane. Scritto in un'epoca in cui ancora non esisteva la rete. Il tutto ben sostenuto da aforismi lapidari. Il tuo è un tratto potente, privo di enfasi.

Chuck, lo sai già, sei un genio.
Dentro Fight Club c'è l'analisi impeccabile dei manipolatori e della manipolazione: certe forze perseguono sempre uno scopi e fini 'superiori', 'aulici' o meglio ancora, 'misterici'. Ci insegni che non c'è alcuna differenza tra manipolatore e manipolato, però questo non lo approfondiamo troppo in questa sede... Dopotutto c'è ancora qualcuno che non ha visto né letto Fight Club. Oppure glie ne hanno parlato male.
Una ingranaggio, quello degli adepti e dei manipolatori, facilmente riconducibile a paranoia, disadattamento sociale, meccaniche di personalità e situazioni borderline. Che però non cessano mai di attingere a una verità di fondo particolarmente sofferente. Nel film il malessere è stato simbolizzato dai soliti bassifondi cementizi: espiazioni umide, sotterranei-latrina da cultura sado-maso. Un'allegoria che ci sfiora più o meno tutti quando veniamo sfiorati dalla vera natura di un sistema mostruoso e dalla follia latente dei suoi antagonisti. Per abbattere una religione, come il consumismo, ci suggerisci, bisogna fondarne una nuova.


Un capolavoro claustrofobico, ma dall'enorme forza politica.
Peccato che tutti l'abbiano preso per 'entertainment', Chuck... Uno shock, ironico e spiazzante. E quando te li avrebbero mai dati un Ed Norton e un Brad Pitt come co-protagonisti, se non fosse stata un'opera potente, geniale. Non ne avrebbero mai fatto un film.
Hai toccato le stesse corde di Occupy Wall Street, con un anticipo di quindici anni - e in modo ben più radicale.

Peccato che era già tardi, Chuck, il momento giusto era dieci anni prima. Ma tu avevi solo vent'anni.
E sei anni dopo il successo crollano le Twin Towers e la Citybank.
Crollano di giorno, con la gente dentro.
Bin Laden e chi per lui non hanno avuto la delicatezza di Tyler Durden, aspettare che gli edifici fossero vuoti. Ora quella scena facciamo tutti fatica a rivederla, Chuck



La scena di quell'altro crollo ci ha fottuti per sempre, Chuck.
Quel maledetto 11/9 ha fottuto tutti noi, ci ha detto: chiunque desideri distruggere questo sistema è sullo stesso piano di quella gente lì, i tagliagole lapidafemmine. Quel giorno il mondo è andato in frantumi. E i peggiori, i medievali lapidafemmine, hanno scippato la scena ai migliori, deturpandola.
Siamo tutti davvero:

'la canticchiante, danzante merda del mondo'

Peccato. Fight Club poteva essere l'ariete contro la fortezza.
Fight Club, sotto forma di allucinazione conteneva quel comizio ironico e visionario che volevi sentire dall'era Reaganiana. Chissà se è meglio troppo tardi che mai, ma quella guerra è persa per sempre. Quella guerra lì l'ha persa il pianeta intero, mica solo i commessi viaggiatori di Seattle in crisi d'ansia ad ogni decollo e atterraggio.

lunedì 22 febbraio 2016

Editoria in crisi? colpa di un popolo analfabeta, del digitale, della TV... ecco tutte le scuse


Editoria in crisi? colpa di un popolo analfabeta, del digitale, della TV... ecco tutte le scuse 

Il dato triste lo conosciamo tutti: in Italia il 58% della popolazione non legge neanche un libro all’anno. Siamo, per l’ennesima volta, il fanalino di coda dell'Europa. Più di 4.000 case editrici italiane vivono la frustrazione di pubblicare cose che nessuno legge. Ma da qualche parte deve pur esserci un colpevole, magari il solito.

1 - Colpa della TV
Tra i maggiori indiziati, a detta di molti, c’è quello che ha già ammazzato il cinema: la televisione. Se televisione italiana è un serial-killer, un buco nero che risucchia le coscienze... allora la BBC, la migliore del mondo, a quale catastrofe avrà mai condotto l’editoria britannica? E la teutonica RTL? E La piccola Radiotelevisione Svizzera, che coi mezzi che ha e tutte le lingue che deve parlare è invece un gioiellino degno dei migliori orologiai?
In Germania, Svizzera e Regno Unito in metro, in autobus, in treno vedi gente che legge libri, che legge giornali. Magari su tablet e e-reader. Hanno letto almeno un libro l’anno l’80 - 85% degli svizzeri e dei tedeschi, il 70% degli inglesi, ma anche dei francesi… un vero disastro. Ma l’editore italiano non demorde e mi fa notare una cosa: 
“Cosa vedi esposto in vetrina?” 
Dovrei esserne sorpreso?
In vetrina vedi i personaggi noti, amati dal loro pubblico, alcuni anche degnissimi rappresentanti del loro genere. Sono quasi tutti comici e giornalisti, e tutti TV. Ok, è vero e strano. Ma di case editrici che controllano reti televisive non ce ne sono tante, ce ne sono solo due: Mondadori - e sappiamo tutti di chi è - e Cairo Editore. Il secondo non è minimamente paragonabile al primo per dimensioni, diffusione etc. Tutti gli altri, tra grandi e piccoli, si contendono il 70% restante del mercato, facendo però più o meno la stessa cosa, pubblicando personaggi TV; basta un giretto in rete per averne conferma. La sensazione, quindi è quella di una editoria intera che cerca di catturare il pubblico-preda recandosi in massa dove si abbevera: davanti alla TV. Una mossa innovativa, rivoluzionaria. Immaginatevi Steve Jobs che dice: ‘Noi abbiamo creato Mac dopo accurate indagini di mercato, con in testa le idee del cliente e non le nostre’. Per darvi un'idea.

2  -Hanno fatto sparire le librerie indipendenti!
Quelle stupende realtà di quartiere dove ti consigliavano un libro come un vino in enoteca, dove il libraio conosceva i tuoi gusti e quello che ti consigliava l’aveva assaggiato per primo. Chiudendo battenti le piccole librerie hanno lasciando sguarniti i quartieri anche appena periferici, costringendo i più grandi divora-libri d’Italia, le casalinghe e i pensionati, a recarsi al centro, dove ci sono i mega-store, le librerie delle grandi catene tipo Ikea e H&M con i commessi dietro una consolle. E quelle indipendenti ancora vive resistono al prezzo di affitti stratosferici. A centellinare i titoli per motivi di spazio. Ma di chi sono i Mega-Store?
Le grosse case editrici, con le loro catene di vendita in franchising possono permettersi di mantenere palazzi al centro stipati con qualsiasi titolo che uno possa immaginare. Quindi, a far sparire le librerie indipendenti non è stata la TV né un buco nero parente di Nibiru, ma le case editrici stesse. Quelle più grandi, in questo caso.


I medio piccoli editori? Sono tutti in rosso dal 1976, 
faticano a pagare gli autori, le tipografie - che stanno fallendo a raffica - faticano a rifornire le librerie, perché i ‘grossi’ sfrattano presto i loro prodotti, i distributori li snobbano eccetera. Ma se parli con il libraio le cose non stanno come dice l’editore, le cose stanno che in un mercato già asfittico e dove il digitale rosicchia quote qua e là, non riescono a promuovere i loro prodotti, non riescono a rifornire in tempo, ad organizzarsi. E quindi la gente compra su Amazon, magari in digitale, perché è stufa dal sentirsi dire che quel titolo non c’è e bisogna ordinarlo. Senza contare le vendite perse di coloro che lo avrebbero comprato, quel titolo se l’avessero visto spuntare da uno scaffale, avrebbero detto: ‘Ma guarda questo è Vita da Squali, di Carcarino Bianchi, ne avevo sentito parlare a cena l’altro ieri!’

3 - “Non ho soldi, ti pago in libri.” 
Quante volte ce lo siamo sentiti dire, noi autori? Sostanzialmente i piccoli, le vittime del mercato globale, vorrebbero quasi tutti trasformare, te autore, in un ambulante di te stesso, far fare a te quello che lui non fa: promuovere, vendere, presentare, muovere il culo.
Eh, sì, le cose però andrebbero meglio se non ci fosse il digitale! Anche questa l’abbiamo letta e sentita quante volte? Mica dal libraio, che avrebbe senso, ma dall’editore. I grandi dicono che le cifre sono irrisorie (e sono quelli che spesso mettono il prodotto digitale allo stesso prezzo) i piccoli dicendo che piratano qualsiasi cosa e che non vale la pena. Tutti accomunati da un profondo disprezzo per il digitale. Se parlasse così un libraio lo staresti anche a sentire. Evidentemente l’editore non intuisce che i ricavi, anche con prezzi più bassi, sono addirittura più alti, nel digitale. Un disprezzo che ancora non capisco se viene da un amore viscerale per quel magnifico prodotto artigianale tattile che riescono a produrre, frutto di secoli di sapienza, oppure babbioneria nei confronti di qualsiasi formato che non sia il solito PDF.

4  - "Editoria digitale? PDF, vorrai dire..."

I formati Mobi, iBook, ePub, CBZ, CBR… etc. non sanno neanche cosa sono. Spesso non sanno cos’è un Kindle, un Kobo, un Sony qualsiasi. Forse non sanno che i nativi digitali ormai sono più che maggiorenni e hanno la carta di credito in tasca, ma che dico, nel portachiavi dell’iPad, non guardano più neanche la televisione e che leggono solo ciò che è disponibile nei loro dannati device, dai quali non si staccano mai. Gli editori son quelli capaci di andare a dir loro: ‘ragazzi tornate ai libri di carta!’, dopo la testa così che gli abbiamo fatto con le foreste. Se questi ragazzi leggeranno mai qualcosa lo faranno su uno dei loro dannati tablet, in un formato possibilmente ‘friendly’, e non quell’incubo, sì quello lì: il PDF.

5 -Non sono stati fatti investimenti nel settore” 
Come se lo Stato non intervenisse già, a salvare tutti, dagli incapaci ai meritevoli. Sfugge che nel 2015, invece, sono stati spesi in Italia ben 111 milioni di Euro in e-reader senza calcolare i tablet, che spesso svolgono benissimo la stessa funzione. Quindi l’investimento consistente c’è già stato: l’ha fatto l’utente. Puntando sul digitale.
Ah, già ma quella non è editoria, quella è ancora peggio!
con il self-publishing non c’è nessun controllo! C’erano già troppi titoli prima, figuriamoci adesso!’
Eh, già. Che delusione l’aver scoperto che esistono formati migliori del PDF, che ospitare la tv nell’editoria s’è rivelata un’arma a doppio taglio, un vero tradimento anche per quanto riguarda i contratti coi più gettonati (quelli dove vince sempre Lui), e che brutta notizia scoprire che la distribuzione, la pubblicità ed il franchising sono dei meccanismi mostruosi, complessi e disumani che tolgono libertà all’individuo, ma soprattutto se lasciati fare ci tolgono ogni possibilità di controllo.




Ma la delusione più grande gliela abbiamo data noi
, agli editori, elìte di pensatori indipendenti, Siamo stati noi popolo di deficienti. Quando, dopo anni di dolorose 
indagini di mercato, gli editori hanno scoperto che siamo gente che ha letto tutt’al più Zora la Vampira e Lando treppalle dal barbiere, che siamo un popolo che culturalmente riesce al massimo a gestire un pizza al taglio, hanno capito che questo miserabile bacino d’utenza merita solo d’essere insultato. Anche la scuola, e la famiglia, hanno le loro colpe per questo terribile risultato. Certo.Giusto.e' vero. Certo... Ed è altrettanto inaccettabile che 4.000 case editrici italiane, con 25 milioni di lettori siano più in crisi delle 2.650 case editrici britanniche, con 40 milioni di lettori a livello nazionale… accidenti! considerato anche quanto è diffusa la nostra lingua nel mondo.!!!
Non c'è giustizia, per colpa di questo popolo di ignoranti l'ennesimo laureato in lettere sarà costretto ad aprire una pizzeria. E poi ci si mettono anche gli eschimesi, con la loro indifferenza snob per i frigoriferi! Non c'è più religione.