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sabato 15 ottobre 2022

20 sfumature di blu - stefano sibona

 


Stefano Sibona, 20 sfumature di blu
Ed. Albatros, 192 pagine.

“Venti immersioni, venti storie, mille emozioni nel profondo dell’Area Marina Protetta del Promontorio di Portofino”, così recita il sottotitolo che, onestamente, colpisce meno del titolo, ironico, semplice, discreto. Soprattutto azzeccato.

La serie di racconti, o di episodi, è una forma di libro che adoro. L’adoro perché il racconto non ti dà la caccia come il romanzo, il racconto rispetta i tuoi ritmi, ti permette di meditare sulle bolle che si creano e si concludono una per una, nei tempi che il mondo moderno ci concede. Il romanzo, invece vuole tenerti a forza nel suo mondo. Richiede una disciplina che spesso non ho. Se poi i racconti scorrono lungo un filo conduttore, danno la gioia di un concept album.


L'autore e il suo ambiente.

Esperienze, personaggi, e considerazioni personali dell’autore s’intrecciano come trefoli intorno alla Storia, alle leggende. E ai fondali del promontorio di Portofino. Un luogo dell’anima, dunque, intorno al quale ruota quella strana comunità composta da individui, maschi e femmine, che si sentono meglio sott’acqua a respirare da un erogatore, che in superficie. L’autore è un valido membro di questa comunità. Piemontese, istruttore subacqueo tecnico dalla solida esperienza, fine osservatore, Stefano si è trasferito in Liguria dopo una lunga esperienza a Pantelleria perché non può restarsene troppo lontano dal mare.


La prima sorpresa.

Mi aspetto un’ottima guida, vista la sua esperienza in quelle acque, una guida dove le immersioni vengono introdotte da succosi aneddoti. Mi rendo subito conto che ho frainteso le intenzioni dell’autore. Stefano amalgama utilissime chicche da connoisseur con una vasta galleria di personaggi, con il vissuto, la storia, la vita marina e la scoperta, in una narrazione fluida, su una sottotraccia che ci accomuna.


20 sfumature di blu, è una storia d’amore.

Una storia d’amore tra l’autore e l’AMP di Portofino, per le sue leggende, il suo passato e per le varie forme di vita che ospita. Compresi i subacquei. Come tale ho riconosciuto, e mi sono riconosciuto, in alcuni personaggi, nell’autore stesso. Ho ripercorso curiosità, paure, sbadataggini, intuizioni e considerazioni proprie della mia tribù. Ho riconosciuto le stesse domande. Ma se un libro ci piace o no, sosteneva Pasolini, dobbiamo aprire una pagina a caso. Non c’è modo migliore, credetemi. Quindi, anche se l’ho letto tutto, riapro una pagina a caso, davvero a caso, per voi. È la pagina 48.

C’è un momento, durante la navigazione verso il Promontorio di Portofino, nel quale il barcaiolo, o comandante che sia, si gira verso i subacquei e chiede: “Dove volete andare?’”

È una domanda molto semplice che esprime disponibilità e democrazia. Il diving center si mette a totale disposizione dei suoi ospiti in barca e permette loro di scegliere liberamente il punto d’immersione. Ma non c’è nulla di più falso, ipocrita e inutile in quanto questo povero Cristo otterrà tante risposte quante sono i subacquei presenti a bordo.

Trovatemi, adesso, una guida subacquea che non si riconosca in questa situazione. L’altro passo, invece, me l’ero segnato a matita.

I Santi venerati da queste parti non hanno nulla a che vedere con la Liguria e con la sua storia. Vengono dalla Spagna. La leggenda parte nel lontanissimo anno 259, quando a causa di una delle tante persecuzioni contro i cristiani, Fruttuoso, vescovo di Tarragona, viene bruciato sul rogo insieme a tre fedeli. Ma per arrivare qui, in questa baia incantevole, dobbiamo attendere l’ottavo secolo….

E poi i fondali, la vita marina che risorge a poco a poco grazie alle misure prese dal Parco Marino, sotto gli occhi dei subacquei talvolta maldestri a volte no, ma con occhi sempre innamorati. Come quelli di Andrea Ghisotti, cui Stefano dedica un’altra esplorazione, forse la più toccante, sul lascito di un grande subacqueo che resterà sempre parte di quell’anima.


Il blog di Stefano Sibona QUI.

Qui l’intervista all'autore

Per una copia autografata:

https://libreriafieschi.sumupstore.com/prodotto/20-sfumature-di-blu

 

 

domenica 25 aprile 2021

moby dick - herman melville

 


 

"... Il libro non è un romanzo, né un trattato di cetologia. È qualcosa di entrambi: uno strano lavoro selvaggio con la vegetazione intricata e rigogliosa delle foreste americane, e non l'ordine di un parco inglese curato. La critica può cogliere molti buchi in questo lavoro; ma nessuna critica ne ostacolerà la fascinazione."

 - London Leader, 8 novembre 1851

Quando un libro continua a riemergere, soprattutto se sono passati molti anni, è il momento di tonarci su. Ma una lettura come Moby Dick non è impresa facile. Sarò sincero: avevo letto per prima una sua riduzione per ragazzi, a scuola, poi a venticinque anni avevo affrontato l'edizione integrale. Saltando fior di paragrafi. All'epoca, tra gli altri, leggevo Thomas Mann, Stendhal, Dostoevskij e Shakespeare. Chissà cosa ci capivo, nessuno di loro era di facile lettura, ma Moby Dick... 

Recentemente scopro che è nelle corde più profonde di Sepùlveda e del Capitano Watson di Seashepherd. Entrambi, in un modo o nell'altro, si identificano con la balena bianca. Ma è lo scrittore Sepùlveda a dedicare al tema almeno due romanzi.  La tentazione è quella di rileggerlo in lingua originale, ma poi mi dico: cosa può pretendere il mio immaginario italofono per non affidarsi a un Cesare Pavese? Moby Dick, stavolta, mi guarda dalla libreria della mia compagna. Lo apro: è quasi intatto, non una ruga sulla costa. Capisco.


Achab nell'immaginario collettivo.

Moby Dick è un'opera ponderosa, 588 pagine nell'edizione Adelphi. Ma quello che è entrato nell'immaginario quasi come un moderno archetipo è riassumibile nelle prime cinquanta e nelle ultime venti pagine. Ciò non rende giustizia a questo 'strano lavoro selvaggio', che è insieme un saggio, un romanzo di mare, una tragedia shakespeariana, una commedia brillante, una pièce teatrale e un noir psicologico. Il tutto narrato con tono prevalentemente biblico. Un editor moderno griderebbe: 'Troppa carne al fuoco!'. Mi domando, come scrittore, cosa avesse pensato davvero e quanto avesse influito Nathaniel Hawthorne, levatrice in questo parto, su un'opera così audace, a tratti lugubre, a volte brillante, decisamente affastellata?

Purtroppo non ci è dato a sapere. Resta, semmai, una interessante investigazione per una fiction storico-letteraria. Mentre mi pongo domande senza risposta il taglio hollywoodiano ha preso il sopravvento: Achab, personaggio chiave, è un uomo posseduto, un uomo quasi senza sfumature nel perfetto stile di chi vuole dare risposte semplici a domande complesse. Achab è un povero diavolo triste e solitario, un tipo grigio, capace solo nel suo mestiere e con un decente, ma incompleto, ascendente sugli altri. Achab è il prototipo psicologico dello 'sparatore' (shooter) americano, un fallito che un giorno uccide i dipendenti dell'azienda che lo ha licenziato. Un uomo che ha subito un torto e medita vendetta. Il suo nemico è la balena bianca che gli ha portato via una gamba. Achab non esita a trascinare l'intero equipaggio alla distruzione in un lento percorso scandito da un sommesso delirio. Il delirio accelera quando lui decide di ignorare una richiesta di soccorso dalla 'Rachel', una nave che ha perso parte del suo equipaggio (i suoi figli) in mare con le lance, durante una battuta di caccia. Ed è lì che Achab si danna. Si danna ignorando i presagi del marinaio persiano, si danna nel pieno esercizio del suo libero arbitrio. Nello scegliere la vendetta ad un atto umanitario egli disprezza il codice d'onore della marineria e accoglie in sé, già avvertito da innumerevoli presagi, la dannazione degli dei. Abbandonare chiunque in mare, va purtroppo ricordato in questi tempi, per un marinaio è il peccato più infamante. Ce lo rammenta Conrad in Lord Jim, forse il suo dramma più grande e complesso.


Perché Moby Dick è considerato il più grande romanzo della letteratura americana.

La letteratura americana ha prodotto opere immense, da far impallidire l'Europa moderna, è quindi lecito chiedersi come mai un libro lento, elaborato all'eccesso, fitto di reiterazioni, sia considerato tale. La risposta è semplice: c'è dentro il DNA del romanzo moderno, c'è l'erudizione scientifica (quella dei tempi e con qualche ingenuità) c'è dentro un equipaggio che rappresenta tutti i continenti e le etnie conosciute del globo, più un nativo americano, nel perfetto mito dell'inclusività,. Il Pequod, la nave baleniera di Moby Dick, è il famigerato melting pot. C'è dentro il sogno americano con tutti i suoi orizzonti e le sue tragedie, quelle di uomini tristi, solitari, ma volitivi. Uomini che condannano a morte altri uomini e loro stessi nel nome di una parossistica competizione. Ci sono il mito, la bibbia e la psicologia. Non ultimo, si presta a innumerevoli livelli di lettura. Moby Dick, come un romanzo di un Umberto Eco, non si è lasciato dietro niente. Semmai ha esagerato nel bagaglio. Con indulgenze che remano contro la scorrevolezza. 

Ma Hermann Melville c'era davvero. La sua forza è quella dell'autore moderno: la vita autorizza il romanzo. Immagino lo stesso manoscritto nelle mani di uno Steinbeck o di un Hemingway o di un Truman Capote come editor. In trecento pagine, non una di più, avremmo lo stesso effetto, senza un minimo di fatica. Non sorprende troppo che Moby Dick fu un fiasco totale. L'opera fu recuperata settanta anni dopo. 

Fu colpa di Hawthorne? Di nuovo: non possiamo saperlo. Sappiamo che fino a Moby Dick Melville fu uno scrittore dal discreto successo e che, sostenuto da Hawthorne, si cimentò in un'opera che nella letteratura italiana potremmo paragonare a un Horcynus Orca (altro capolavoro che ho lasciato a metà e che, giuro, rileggerò).

NB: come recensore sono affidabile solo fino a un certo pubblico. Per quanto ci abbia provato tantissime volte in Inglese e in Italiano, non sono mai riuscito ad amare/capire Joyce. Confesso di avere lo stesso limite col jazz. I miei limiti hanno trovato la pace in una massima di V.S. Naipaul 

Vorrei una prosa trasparente, non voglio che il lettore inciampi su di me; voglio che lui veda attraverso le mie parole ciò che sto descrivendo. Non voglio che lui dica "Oh, santo cielo, com'è scritto bene!": sarebbe un fallimento.

 

Uno scrittore costruisce mondi

In questo Melville riesce benissimo. Ci porta nel mondo dei balenieri, e dell'ironia spocchiosa e incredula che la gente di mare riversa sulla gente di terra. Soprattutto se prima di imbarcarsi si è fatto altro. Nella descrizione di New York, alle prime pagine, ho visto me stesso, consapevole che la vita in mare è un viaggio senza ritorno. L'elegia alla vita in mare è la circolazione sanguigna del romanzo. Leggendolo si è marinai, si è balenieri, si è reietti e avventurieri su legni coi quali non usciremmo una domenica pomeriggio su un lago in assenza di vento. Era un mestiere da pazzi. 

C'è il matrimonio tra il narratore e il selvaggio Quiqueg, che viene sottolineato spesso, ma che la voce narrante presenta come un esotismo, vissuto quasi da goliardata. Quiqueg nell'opera quasi scompare, per riapparire verso la fine in una esilarante scena in cui tutti lo danno per morto, tanto da costruirgli la bara, e lui si rialza dal letto come se niente fosse. Ma i migliori tra i mondi fittizi affondano le radici nella realtà. Il cuore pulsante di Moby Dick attinge da uno dei fatti più strani nella storia della marineria: l'affondamento dell'Essex, nel 1821, ad opera di una balena bianca al largo di Mocha, un'isola del Cile, da cui Mocha Dick e poi: Moby Dick.


Retaggio ecologico

Melville, da uomo di mare capace di acuta osservazione, sa che gli squali non attaccano i marinai se non per sbaglio o quando sono eccitati, ma si riferisce a balene e capodogli più spesso come mostri, o leviatani. Allo stesso tempo descrive la biologia dei grandi cetacei (con le cognizioni limitate dell'epoca) e le loro pene con una pietà rarissima, da vero innamorato delle specie. 

L'identificazione tra la preda e il cacciatore è un fatto antico, lo sappiamo, e Melville va oltre: dedica alla preda quasi più pagine che all'epica del cacciatore. Intravvediamo la regola per cui la grandezza dell'eroe è pari alla grandezza del villain. Moby Dick, unica tra le balene, ha il privilegio e la statura di un cattivo di Bond. Melville ci dice, neanche troppo velatamente, che uccidere balene è uccidere esseri 'superiori'. La ripugnanza ad uccidere, la ripugnanza per questa sorta di corrida, è palpabile in tutta la narrazione, tanto che a volte sembra di leggere un mea culpa. 

Il lecito dubbio è che si tratti soltanto un espediente drammatico. Le sue considerazioni sull'abbondanza delle specie marine, nel contesto, sono quelle di un odierno rivenditore di prodotti di medicina tradizionale cinese: 'La natura è grande, non finirà mai le sue scorte' Ma involontariamente Melville, grazie al senno dei posteri, ci sbatte in faccia la nostra svista più colossale: bisonti e balene furono gettati sull'orlo dell'estinzione proprio per questo concetto. La risposta di Melville è quasi ininfluente rispetto alla domanda: quello che conta è che lui, eroico baleniere del diciannovesimo secolo, quella domanda se l'era posta davvero. Nella balena bianca e nei dettagli disseminati si leggono già a chiare lettere due dinamiche moderne: la vendetta della natura ferita e l'ossessione di una specie che vuole domare la natura al costo di distruggere se stessa.


Genesi e Nemesi d'un capolavoro.

Melville era un uomo di cultura. Nessuno si aspettava, centosettanta anni fa, che un marinaio baleniere conoscesse il mito e la storia antica (le citazioni sono aneddotiche, ma appropriate), tantomeno che si intendesse di etologia, biologia e di anatomia dei cetacei, anche per uno sguardo diretto ed istruito. Purtroppo, per lo sfoggio di erudizione, per la costruzione complessa delle frasi e della storia, un capolavoro come Moby Dick sembrò un romanzo artificioso, tanto da apparire fittizio allo scrittore di mare che ritengo il più grande di tutti i tempi.

"Anni fa ho esaminato Typee e Omoo , ma siccome non ho trovato quello che cercavo, non sono andato oltre. Ultimamente avevo in mano Moby Dick . Mi colpì come rapsodia piuttosto tesa, con la caccia alle balene come soggetto, ma non una singola riga sincera."

Joseph Conrad a Humphrey Milford, 15 gennaio 1907

Mi guardo bene dall'attribuire stellette ad un'opera come Moby Dick. C'è gente che recensisce su Trip Advisor Piazza San Pietro e i Musei Vaticani, e non voglio minimamente assomigliare a quella risma. Mi rifaccio alle critiche autorevoli che ho citato: il Leader di Londra e Joseph Conrad, nelle quali, soprattutto la prima, mi riconosco un po'. Moby Dick resta un romanzo seminale, imprescindibile per chiunque legga, o scriva, di mare.

Per approfondire:

http://www.melville.org/download.htm

storia di una balena bianca raccontata da lei stessa.html

l'irriducibile capitano watson/


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venerdì 28 aprile 2017

lavori ancora in corso

Ecco come il file appariva  dopo l'analisi  delle scene
Rieccomi... Ciao! 

A che punto sono con i lavori? 
E’ stata dura. La rilettura a freddo delle scene ha sfidato l’uscita del libro. Il 21 aprile ero sull’orlo di dire: è tutto da rifare, rimborso tutti e mi prendo la libertà di riscriverlo con i miei tempi.

Per fortuna non l’ho fatto, perché, abbiamo scoperto, la parte debole era solo la prima. Ma è anche quella che ti fa voglia di continuare a leggere.

Chi siamo? In questo lento recupero del libro è stato fondamentale l’aiuto di Marco Benedet, autore di ‘Una bussola per gli squali’ e altre pubblicazioni, che come membro di RWC, (ReefWriters Corporation) si è offerto di farmi da ‘editor’.

Il file corretto da me (3a stesura)


Ovviamente quella che mi è stata re-inviata non è la stesura definitiva. Andranno apportate altre modifiche secondo i suggerimenti. Se non ci sono intoppi verrà stampato entro la metà di maggio.

Restate tonnati su questo blog per la presentazione ufficiale del libro!

Claudio

martedì 11 ottobre 2016

i segreti del mar rosso - henry de monfreid

“Oggi, Gibuti è una città bianca dai tetti piatti. Quando appare all’orizzonte, all’avvicinarsi del piroscafo, sembra galleggiare sul mare, poi a poco a poco, si materializzano serbatoi metallici, braccia di gru, mucchi di carbone e, in buona sostanza, tutte le altre sporcizie con cui la civiltà occidentale è condannata ad accompagnarsi ovunque nel mondo.”
Parte da qui, da questo ultimo avamposto della 'civiltà' occidentale, il libro I Segreti del Mar Rosso, di Henry de Monfreid, un annoiato rappresentate di caffè e pellame contemporaneo di Lawrence d'Arabia. A Gibuti avere il Mar Rosso sotto gli occhi non gli basta più, deve navigarlo, viverlo come quotidianità sulla sua pelle.

Compra un sambuco e diventa pescatore di perle. Incontra ‘capetti’ che sfruttano altri pescatori legandoli a loro col debito, e veri e propri mercanti di schiavi che regnano su remote insenature e sceicchi che dominano su isole verdissime e lingue di sabbia sperdute. Annota le meravigliose leggende sull’origine delle perle, ma sa bene che a determinare la loro formazione nell’ostrica è un meno poetico parassita presente nelle feci di alcuni pesci. Quello di Henry de Monfreid è un occhio colto, da fine antropologo e da curioso naturalista. I suoi resoconti, le sue avventure, hanno la stoffa del reportage:
“Ho l’impressione di essere su un pianeta in formazione - scrive a proposito delle isole Hanish - in una età in cui la vita non era ancora organizzata.”
Con occhio raffinato, educato dalla pittura e dalla fotografia de Monfreid coglie dettagli di luce nei volti, negli sguardi, nelle schiene lucide, nella caligine di porti remoti. Dipinge voli d’uccello e tramonti su lagune di mangrovie. Nel frattempo elude i controlli in mare delle pattuglie turche, ancora ben salde sugli avamposti dell'Impero Ottomano, e Inglesi. Un grande partita a scacchi nel mare più affascinante del mondo, tra un contrabbandiere sempre più critico del colonialismo e sempre più lontano dall’Occidente. Fino alla conversione all'Islam.Accadde a Bab el Mandeb, ‘la porta delle lacrime’, dove l’Oceano Indiano irrompe nel Mar Rosso:
“Il vento raddoppia la sua violenza e forma onde che sembrano correre contro la corrente che adesso esce dallo stretto. E’ troppo tardi per cambiare rotta, un vento così violento non lo permette.” 
Appena salvo mantenne la promessa di voto: si convertì all’Islam e si scelse un nome: Abd el Haï, schiavo della vita. Erano i tempi di Lawrence d'Arabia.

Un piccolo capolavoro immancabile per chi ama il mare e l'avventura. Obbligatorio per chi frequenta il Mar Rosso.

Magenes Editoriale

leggi anche:
http://www.ilcornodafrica.it/pca-monf.htm
http://www.henrydemonfreid.com/
http://www.imperialbulldog.com/2016/01/29/henry-de-monfreid-cuor-di-mar-rosso/


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domenica 24 luglio 2016

il più grande spettacolo del mondo - vittoria amati

“Esplorare è un istinto. È come avere mille domande sotto pelle e cercare la strada per trovare le risposte. Certe domande, poi, diventano ossessive e ci stimolano a rompere con le abitudini. La natura è disseminata di domande…” Scrive Vittoria Amati nelle primissime pagine di questo piccolo capolavoro.
Il più grande spettacolo del mondo, con le immagini in bianco e nero, si inserisce nel vasto panorama dell'editoria subacquea come un’opera di restituzione. “Non è l’ennesimo libro di fotografie”, spiega Vittoria, “qui è il testo a pretendere la sua rilevanza”. L’itinerario che ci conduce alla scoperta della vita marina segue le tracce di esploratori e scienziati illustri: Wallace, Hans Hass, Cousteau. Ognuno di loro è esaminato sotto la lente critica di chi esercita costantemente un approccio passionale ma misurato, con uno stile che è sempre in un perfetto equilibrio tra divulgazione scientifica e slanci del cuore. 
Un testo di cui c’era bisogno, di quelli che formano. E il bianco e nero lo affianca con la forza silenziosa della forma pura, ma anche con l’aura del ricordo, quasi a rammentarci che le barriere coralline stanno rischiando di diventare, per miliardi di individui, un evanescente ricordo d’infanzia.
Un libro che dovrebbero leggere tutti coloro che sono appassionati di mare, o solo curiosi.
In cartaceo e digitale qui:
Amazon cartaceo

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martedì 6 gennaio 2015

la linea d'ombra - il giovane joseph conrad visto dal vecchio


Adoro Conrad per due motivi: la sua capacità di sondare l’insondabile e la sua caparbietà nel rappresentare valori sistematicamente travolti dal mondo moderno, spesso vanificati dalla loro stessa aristocratica rigidezza. 
I suoi eroi sono destinati a dissolversi.
 Queste caratteristiche fanno di Conrad uno scrittore di genere quasi fantastico. La realtà vacilla continuamente. Rumori, odori e oscuri presagi permeano ogni realissimo cielo terso tropicale finemente descritto. Tutto nasconde una trama nerastra. 
 Conrad, in questo, assomiglia a Terrence Malick, il regista della natura, della meraviglia, della realtà esaltata da una fotografia perfetta, luminosa, magnifica. Ma mai del tutto serena. L'uomo turba la scena. In Malick la natura è il palcoscenico delle avventure umane, in Conrad è il mare.
Limitare Conrad ad uno scrittore di mare equivarrebbe a prendere Malick per un documentarista.





In una famosa lettera Conrad priva il suo racconto ‘La linea d’ombra’ di ogni significato soprannaturale, relegando il miracoloso al rango di superstizione. 
Possibile che non si sia mai accorto che il soprannaturale cercava di invadere i suoi racconti più degli altri elementi? 
In questo frangente, la Linea d'ombra, ha voluto mettere in chiaro il suo atteggiamento nei confronti del destino. Addio agli omen e agli spiriti: ne esce fuori una storia di maturazione, di responsabilità. Un romanzo di formazione. 

Il giovane - e indisponente - Conrad, primo ufficiale di coperta, si sbarca per puro capriccio. Lui stesso non sa capacitarsi della sua decisione nei confronti di un equipaggio che ama e lo ricambia, di una nave che conosce ormai meglio di un'amante. Sulla superficie sembra un capriccio autopunitivo.
Poi una serie di circostanze fortuite gli svelano che c'è bisogno di un capitano per un incarico di comando a Bangkok, e lo spingono ad accettare quella posizione in un momento in cui non avrebbe saputo cosa fare della sua vita. Forse per questo non riesce a dire di no. Non sa cosa vuole, ma allo stesso tempo non può rinunciare a un incarico prestigioso. Al primo incarico di comandante.

E’ quindi la fortuna, e non la ragione, a servire al giovane Conrad il suo primo incarico di comando. 
L'incarico si rivela difficile: c’è un primo ufficiale che sembra impazzito per non essere stato nominato comandante, un equipaggio decimato da febbri malariche, un capitano forse suicida che ha maledetto l’intero equipaggio dopo aver tentato di distruggere l’imbarcazione su una rotta impossibile.
A proposito: con la figura del capitano Conrad ci regala l'ennesima immagine potente, quasi archetipica, destinata ad attraversare: un comandante che suona il violino giorno e notte a bordo.

Il nemico  non è l’uragano, né il vento forte, né l'onda gigantesca. Il nemico non è il freddo. Il nemico è una bonaccia estenuante, con la malaria che si propaga da un marinaio all’altro e una beffa postuma: l’ex capitano, si scopre, ha sostituito il chinino con sale e zucchero. Il nemico è chiuso in un violino che non si trova.
Le isole che sorgono dalla nebbia all'alba, con prospettive diverse, sono sempre le stesse. Lugubri. Il buio fitto che avvolge la nave prima della tempesta è un buio tattile. 
Qui il nemico è la perdita della mente.

Il nuovo capitano e il cuoco sono gli unici a non aver preso la malaria a bordo, ma non sono in forma neanche loro. Il cuoco, che si offre di sostituire il secondo, è malato di cuore. Conrad, il comandante, è assalito da un senso di responsabilità e di colpa soverchianti. Ma non cede a debolezze.
Il non cedere alla tentazione di avvicinarsi alla costa ovest del Golfo del Siam è reso in un modo poco esaltante per un uomo moderno, abituato a dubbiare della sfericità della Terra su post improbabili, figuriamoci ai consigli di un vecchio uomo di mare deceduto, forse pieno d'odio.
Eppure era così che le navi tornavano a casa con il loro carico di beni e di umani: seguendo l’esperienza tramandata, consolidata. Google Earth era ancora inimmaginabile, e le mappe dell’Ammiragliato Britannico non erano quelle di oggi. Conrad non cede a facili scappatoie, crede fermamente nei consigli degli anziani e salva la nave, se stesso e l’equipaggio. Lo fa in uno stile poco intrigante per un lettore moderno, abituato a enfasi populiste e a almeno due turning point.
Ma forse i critici ce l’hanno raccontata male, questa ‘Linea d’ombra’ dove l'alternativa temuta non era il naufragio, ma la perdita della lucidità davanti a una scelta.

C'è chi lo considera il miglior racconto di Conrad.
Ma quanto è strano il suo tentativo postumo di scacciare il sovrannaturale dal suo scritto? 
Non era lui il capitano che al suo primo incarico di comando ha portato la nave in porto lottando contro presagi e malauguri e situazioni infauste?
Una sorta di iniziazione, quindi, c'è tutta. 
Che scacciare il divino sia stato un atto di modestia?
Forse sì. 
Dar forza al sovrannaturale avrebbe fatto di lui una persona in contatto con le divinità. Conrad, invece, vuole essere un uomo coi piedi piantati sulla coperta, dubbioso e fallace sì, ma paziente, col suo codice d’onore in piedi, lontano dal sotterfugio letterario, pulito da ogni profetismo, da ogni facile trucco, da ogni inganno della suggestione.



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mercoledì 18 dicembre 2013

scilla storia di uno squalo bianco - un libro di massimo boyer per magenes



Scilla, 
così la battezzeranno i giornali al suo primo incontro con l’uomo, è una femmina di squalo bianco che dall’Oceano aperto entra nel Mediterraneo. 
   Un percorso irrinunciabile, indicato da correnti profonde, masse d’acqua dalla salinità e temperature diverse. In quel mondo fluido, fatto di forze quasi invisibili ma in perenne movimento, odori e vibrazioni sono le guide sensoriali più affidabili. 
   Un orologio antico scandisce gli appuntamenti coi cicli vitali, ma l’uomo, con la sua guerra contro le specie selvatiche, con le sue paure isteriche, rischia di minare la sopravvivenza di una specie antica, forse più antica del Mediterraneo stesso.  

   Scritto con uno stile asciutto, quasi  visivo, Massimo Boyer, biologo marino e autore di libri fotografici, ci propone il suo primo romanzo.

“Ho scelto luoghi che conosco bene, che mi stanno a cuore – racconta Boyer - per ambientare molte delle scene.”  

sabato 5 ottobre 2013

isole nella corrente - hemingway

"Siamo tutti isole, isole nella corrente, ognuna con le sue leggi ."

Questo è Hemingway, Ernest Hemingway, il sale della letteratura moderna.
Un milestone del minimalismo.
Isole nella corrente è la sua opera che amo di più.

Nella prima parte ti dice com'è la sua casa a Bimini e di che colore è la corrente del Golfo, le schiene dei suoi ragazzi che nuotano nella laguna.
La luce è quella forte del sole dei tropici, i colori densi, come in una fotografia sottoesposta.
Ma è nella forza della luce, nella corrente scura che leggi la tragedia. Il colore denso è la misura di ciò che Thomas Hudson sta per perdere.

Nella seconda parte ogni cosa affoga nell'alcol e nei bordelli.
Quasi non c'è un dialogo senza un daiquiri, senza una puttana che batte le ciglia ammirata o spaventata.
"Non puoi cancellare il dolore" dice, "puoi anestetizzarlo."

C'è sempre, ovunque, un sottofondo di nafta e di sale, di porti e scazzottate nei porti.
Di sudore e di mangrovie che sudano sale nell'afa.
Anche il vento, qui, è salato.

La morte (o solo l'ombra della morte in un finale semi-aperto) lascia tutti con una domanda in bocca.
Una domanda che sembra casuale, e quindi umana.
E' qui che Hemingway chiede scusa a tutti per il suo suicidio?

E' isole nella corrente una specie di Lord Jim?
Può darsi, ma senza rimorsi nello specchio. Qui è il destino, non l'uomo, a spezzare le gambe dell'uomo.
E ci vuole una montagna, per seppellire un gigante e il dolore di un gigante.

Thomas Hudson, tra un daiquiri e un l'altro, questa montagna la invoca, la cerca.
Se la ride. Danza sul baratro.
Poi finisce a caccia di tedeschi in mezzo alle mangrovie.
Di Conradiano c'è l'ineluttabilità della fine: andare fino in fondo, a qualunque costo. E lo specchio: quello in cui guardi solo tu, il proprietario di quella faccia lì.

Autobiografico fino alla morte.
Lui, Hemingway c'era sempre, era lì per primo, a raccontartela tutta sulla sua pelle.
Come quando era a caccia di tedeschi tra le mangrovie. C'era davvero.

Capolavoro

leggi anche:
http://www.imperialbulldog.com/2016/04/27/tutti-gli-hemingway-de-lavana/

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lunedì 1 luglio 2013

ma chi me lo ha fatto fare? intervista allo scrittore marco benedet



 A ‘Ma chi me lo ha fatto fare?’, di Marco Benedet, manca un sottotitolo: ‘le avventure di un istruttore riluttante.’ 
 Al personaggio di Benedet non piacciono le immersioni notturne, proprio non gli vanno giù, soprattutto d’inverno, dove anche a Sharm si può patire un po’ di freddo. Le pagine scorrono piacevoli, tra riflessioni del protagonista, scherzi, descrizioni, ricordi belli e intensi (notevole la scena in cui i nostri tre amici liberano un’orata dalla lenza). Tutto fila come in un romanzo di mare, anzi di subacquea. Ad un certo punto, però, mi stacco dal libro e mi domando: “Dove vuole portarmi, Marco?”
Tutto gira intorno alla guida che NON vuole fare l’immersione notturna.  Esattamente il contrario di quello che ti aspetti in un romanzo di mare e avventure Benedet  non ti vende l’immersione, ti vende il suo arrampicarsi sugli specchi nell’intento di convincere i due suoi amici, giunti in Mar Rosso per immergersi con lui, a NON fare l’immersione notturna. Il tutto ha un buon ritmo. Conoscendolo, Marco è un tipo molto meticoloso, penso a una scelta stilistica. 
Decido di chiederlo a lui.